
Decisi di partire per il Senegal per una spinta immensa nel mio cuore. Era il Dicembre del 2000 e quell’inverno i miei genitori decisero di restare a casa dopo ben 5 inverni già passati in terra Africana. “Che stiamo a fare qui?” dicevano. E ad inizio dicembre partivano per far ritorno quando ormai i freddi più brutti erano passati. Quell’anno decisi che quella che sarebbe partita sarei stata io, quasi come fosse una rivincita. Ad aspettarmi a Dakar c’era Chek, che anni prima era emigrato verso la valle dove vivevo per poter metter via dei soldi per costruire una casa per se e la sua famiglia a Guediawaye, proprio là dove l’oceano si sente in tutta la sua forza.
L’Africa mi accolse con un caldo gentile, che mi avvolse quasi in un abbraccio e si portò via tutta la brina che vidi dal treno mentre stavo andando in aeroporto. Arrivai in tempo di Ramadan ma, dato che atterrai dopo il tramonto, la moglie di Check fu così gentile da prepararmi del riso con il pesce che mi porgeva timida, quasi senza guardarmi negli occhi. La madre di Chek, al contrario, mi parlava in un francese fierissimo e altero, avvolta nei suoi abiti dal color rosa intenso. Ricordo ancora i suoi occhi vivi e forti e il suo sentirsi una regina in quella casa che suo figlio aveva costruito anche per lei con tanta fatica.
Non riuscivo a dormire quella notte, era il 22 Dicembre. Lo ricordo con certezza. Il muezzim della vicina moschea continuava a richiamare i fedeli per la preghiera nottura ed io mi sentivo spaesata. Salii sul tetto piatto di quella casa, lì vicino c’era la stanza della madre di Chek che mi sentì e venne sulla terrazza con me. Il cielo era così immenso e così vicino… ed io non l’avevo mai visto così grande e totale. Mi chiese se stessi bene e le risposi che facevo fatica a dormire. Era tutto così splendidamente sorprendente per me. Ero in Africa per la prima volta in vita mia! Passai dei giorni bellissimi nel marasma di Dakar, in mezzo ai suoi mercati e viaggiando verso le sue isole, poi partii con un pullmann scalcagnato per andare verso nord. I miei genitori mi avevano consigliato di andare a Saint Louis, la vecchia capitale del Senegal.
Quando vi arrivai, forse complice il periodo religioso di quel momento, trovai una città quasi deserta, che si lasciava esplorare tranquillamente da me, quasi come fosse una persona addormentata da osservare senza timidezza.
Mi colpì moltissimo l’atmosfera art-déco e decadente di quell’antica capitale. Mi colpì la quantità d’acqua del suo fiume, solcato solamente da un maestoso ponte di ferro partorito dall’ingegnosa mente di Gustave Eiffel. Eh già, in quel momento ebbi l’opportunità di capire che Monsieur Eiffel costruì anche altro, oltre alla famosa torre. Quel ponte era solcato solo dalla sabbia color oro che arrivava copiosa dal deserto.
Era tutto pieno di sabbia in quel momento, anche io. Camminavo placida in quel silenzio quasi irreale in cerca di un posto dove prendere qualcosa da mettere sotto i denti. Il Ramadan non mi aiutava in quel senso. Trovai un chioso tenuto da una famiglia di libanesi. Mi raccontarono di essere cristiano maroniti e di non seguire quindi i dettami che volevano il cessare di ogni lavoro durante il giorno. Presi un kebab e mi ricordo ancora quanto buono fosse stato alla prima dentata data. Continuavo il mio tranquillo pellegrinaggio, scattavo foto, osservavo le ombre creatasi sotto quell’invernale sole africano. Senza accorgermene arrivai alla spiaggia.

E là, solo là, vidi la vita di Saint Louis! La spiaggia era dorata, soffice, tempestata dal vento del deserto. Era piena di piroghe colorate che, immobili, aspettavano probabilmente il tramonto per essere messe nell’oceano a fare il loro lavoro. I pescatori se ne stavano all’ombra a rendere omaggio alla loro religione. Io camminavo fino a quando incontrai per caso dei bimbi che sembrava stessero giocando a nascondino tra le piroghe. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei … sbucarono fuori tutti sorridendomi quasi per voler coinvolgermi nei loro spensierati giochi. “Come si dice nascondino in francese?“, mi domandai dentro la mia mente. Non trovai risposta, ahimè, e li lascia correre via… persi tra vento e sabbia, tra deserto e oceano. Improvvisamente ne saltò fuori un altro, il settimo, molto più piccolo degli altri… e forse per questo escluso dai giochi di quel giorno. Aveva un palloncino giallo in mano.
Chissà doveva l’aveva preso … sembrava fosse una sorta di consolazione. Mi guardò per un secondo, mi sorrise con quei denti bianchissimi che si possono trovare solo in chi viene dall’Africa, e poi si voltò guardando i suoi amici dissolversi nel sole di quel giorno a Saint Louis.



Più ti leggo e più mi convinco che "la Bellezza è negli occhi di chi guarda".
Certo, i luoghi che descrivi sono sicuramente belli, ma quello che li rende invitanti e interessanti sono le emozioni che riesci a trasmettere.
Ti ringrazio per quello che dici e per i complimenti che mi fai sempre. Fanno bene :-)
Il Senegal è un posto specialissimo!
Bello, e bella foto.
Grazie mille :-)
Davvero, splendido pezzo, brava….teneri i bimbi!
Ma anche l'Africa? Ma quanto viaggi, beata te!
Diciamo che sono stata ben istruita da una famiglia che non appena poteva, viaggiava.
Ho ancora tanto mondo da vedere!
Ho trovato questo bellissimo post spulciando nella homepage e l’ho letto con piacere. Mi piacerebbe molto andare in Senegal, deve essere uno di quei viaggi che fa vibrare il cuore.
Grazie Giulia: sono legata ai miei ricordi del Senegal in un modo molto intenso.