Valdagno: i sapori di casa mia

Da Valdagno, guardando verso nord

Sottotitolo: di come ho fatto pace con le mie radici e del perché dovreste venire con me a Valdagno.

Non sono giorni comuni, questi di agosto. Mi ritrovo a lavorare mentre tutti siete intenti a fare grigliate. Mi si blocca una spalla quasi come se il mio corpo volesse dirmi "basta, Giovy... dai". E basta l'ho detto qualche giorno fa quando io e Gian siamo andati a Valdagno, la mia casa, la mia culla, il luogo dove sono nata e cresciuta. Non ci vivo più da tanti anni ormai, diciamo da poco dopo l'inizio di questo XXI Secolo. Io e Valdagno ci siamo sempre tenute strette e respinte allo stesso tempo. Ho dovuto allontanarmi da lei per poterla vedere con occhi nuovi. E ora mi manca, cavolo se mi manca.

Non l'avrei mai detto che mi sarei sentita come Proust con la sua madeleine. Non avrei mai detto che mi sarei trovata a contemplare un sapore che sapesse darmi anche la visione di un ricordo, dei miei ricordi, della mia vita. Ho fatto tanti viaggi e chissà quanti ne farò ancora (almeno me lo auguro) ma c'è un solo vero senso del "nostos" (νόστος) - del ritorno - dentro il cuore di tutti noi e il mio si fa sentire solo quando arrivo a Valdagno, in provincia di Vicenza, con i Lessini da un lato, le Piccole Dolomiti davanti, le colline e il Pasubio a troneggiare su tutti. Quella visione è l'unica che, per il momento, mi faccia sentire a casa. Voglio bene alla Svizzera che mi ha, in un certo senso, svezzata. Voglio bene a Carpi che mi ha adottata ma non c'è gara, non c'è sentimento che tenga. Io appartengo, ancora, in un certo modo, alla mia Valdagno.

L'incontro con la mia piccola città tra i monti avviene sempre con uno sguardo da lontano. Osservando in modo quasi maniacale qualcosa di più vasto rispetto a quello che vedete nella copertina del post, qualcosa che ho sempre paura di fermarmi a fotografare. Per anni, la mia stanza valdagnese mi ha portato a guardare quei monti, soprattutto Cima Marana, di mattina, sera, qualora avessi voglia di appoggiare il naso e ammirare quei monti. Il periodo migliore? Le sere d'inverno, quando il cielo è limpidissimo e i monti sembrano scintillare per la neve che li ricopre. Quelli per me sono i tramonti migliori dalle mie parti.

Cima Marana
Cima Marana

Il secondo incontro solitamente avviene con i gusti che contraddistinguono la mia piccola città. Proprio come Proust, come dicevo prima. Ci sono quei morsi che riportano alle nostre papille gustative quello che mangiavamo da piccoli. Poi arriva alla mente la forza del ricordo e il gioco è fatto. Quali sono le cose che vi farei assaggiare se vi portassi tutti nella mia Valdagno?
Iniziamo dalla fritola con la maresina De.Co di Valdagno. La Maresina è un'erba che vi ho già raccontato. Dalle mie parti si raccoglie e si mangia in vari modi. Il più celebre e diffuso è fritta, con una pastella di farina di riso molto particolare. 


Fritola con la maresina
La Fritola con la Maresina 


Il secondo assaggio vi porterebbe con me a circa 15 minuti da Valdagno, verso Recoaro Mille, al cospetto di una malga speciale che produce un formaggio senza nome. Sconosciuto a chi non vive lì e buono come pochi. Perfetto se gustato assieme alla Sopressa Vicentina DOP, meglio se prodotta in zona e da mani esperte. La sopressa è un salume ma non un salame. Mi raccomando, non confondetela! Tutto diventa ancora più perfetto, se così possiamo dire, se formaggio e sopressa si degustano dopo aver scoperto il mondo elfico e magico della Montagna Spaccata, un luogo che meriterebbe di essere raccontato da più persone. E non solo da me... che sono immensamente di parte.


Sopressa e formaggio
Formaggio e sopressa

Il top del top è finire una degustazione valdagnese mangiando gnocchi con la fioretta e bigoli con l'arna, due piatti che non mancano mai nei menù delle trattorie che si rispettino. Al di là della stagione, fioretta e arna non possono mancare. Per fioretta intendiamo una parte del latte che si ottiene durante la cagliata. E' la prima che affiora (da cui fioretta): solitamente viene raccolta e utilizzata per produrre una sorta di spatzle molto buoni. Ve li racconterò presto, con tanto di ricetta. Per arna intendiamo anatra: dalle mie parti l'anatra viene usata per fare un ragù in bianco con il quale vengono conditi i tradizionali bigoli, grossi spaghetti di pasta all'uovo. Vi ho già raccontato questo piatto in un post che vi racconta dove mangiare i bigoli con l'arna a Valdagno

Non sono di certo stata io a dire che le migliori storie si raccontano a tavola. E sempre a tavola nascono amori, amicizie, opportunità di lavoro. A tavola riafforano i ricordi e il cuore comincia a battere un po' di più. Non per le calorie o la glicemia ma per la gioia di ritrovare le proprie radici. Io, con le mie, ho fatto pace da un po', da quando ho perso mia madre ed ho cominciato a sentire più forte l'esigenza di ricordare da dove venivo e di che pasta ero fatta. Perché tanta di quella che sono si spiega proprio con le mie radici. Quattro anni fa scrissi un post che parlava di come si potesse essere un punto o una linea. Io resto sempre una linea che si muove nello spazio. Ora so, però, di avere un'estremo di me stessa saldo attaccato a Valdagno. Da linea forse sono diventata io stessa una radice che ha voglia di raccontare la sue essenza. Cominciamo da un morso di pane e sopressa... che dite?


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