Quella volta che ho sognato l'Islanda

Qualche giorno fa la mia amica Linda mi ha scritto un sms  mentre stava per imbarcarsi su un volo che da Malpensa l'avrebbe portata in Islanda.
Tutte le volte che qualcuno che ho a cuore parte per quella splendida isola io sogno un po' e ripenso a quando il seme della voglia di Islanda si è insinuato nel mio cuore. Io continuo a dargli da bere e so che prima o poi partirò per quella terra lontana, fredda e calda allo stesso tempo e molto vichinga.
Il racconto di oggi è un grande post-it nella mia lista dei viaggi da fare.



C'era una volta una serata estiva, di quelle in cui il vento si fa caldo anche se ti trovi dalle parti del lago di Costanza, lato tedesco, e sei ad un festival con non si sa quante persone.
E' notte, ormai, notte fonda.
Hai appena finito di ballare sulle note degli Artic Monkeys e su quella When the sun goes down che proprio quel giorno ci stava bene.
Su quel prato, in quel caldo notturno di Luglio, tutti erano in trepidante attesa e ognuno era in silenzio, come se stesse aspettando chissà che annuncio.
Quello che la gente aspettava in quel momento lontano nel tempo era l'Islanda.
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto. Se tu non riesci ad andare in Islanda, prima o poi sarà l'Islanda che busserà alla tua porta.
Quella notte, l'Islanda arrivò al mio cuore con le note di Hoppipolla dei Sigur Ros, suonata con un set d'archi, davanti a me e a tutte quelle persone in attesa.
Il cantante non parlava, oltre alle canzoni. Si limitava ad un semplice "Tak" dopo l'applauso.

Le sensazioni che provavo erano proprio simili al crescendo con il quale viene eseguita la canzone.
Più le note, e le parole (le poche veramente traducibili dell'opera dei Sigur Ros) andavano avanti, più il mio cuore si apriva all'Islanda.
La mia anima si allargava come i petali di un'orchidea e si preparava ad accogliere molto di più di quei "muschi e licheni" dei quali leggevo sul sussidiario quando ero alle elementari.
L'Islanda diventava come una persona da conoscere, con i suoi retaggi storici vicini o lontani, con i suoi gusti, la sua lingua così bella (che non vi nascondo vorrei imparare) e quel suo uso del patronimico davvero speciale.
Se fossi nata islandese sarei Giovy Brunasdottir, dove "Bruna" sta per la mia mamma e "Dottir" sta per figlia. Dalle mie parti d'origine la Bruna era un mito e per tutti sono sempre stata "so fiola de la Bruna". Ecco spiegato perché.

Divagazioni a parte, l'Islanda che vorrei è fatta di luce, spazi aperti e colori accesi.
Quegli stessi colori che molti viaggiatori pensano appartengano solo a zone tropicali o simili.
La Natura è Natura ovunque, anche (e soprattutto) dove c'è ghiaccio per gran parte dell'anno.
L'Islanda che vorrei è fatta di Iceland Bus Pass e di quello che anche lì viene definito Ring.
Io mi ci vedo: col mio zaino, le mie trecce, le guance rosse per il vento e i miei eterni sandali.
Io ci vedo anche Gian, con i suoi occhi che risplendono per il fatto di poter vedere quella terra.

L'Islanda che vorrei è un crescendo musicale che assomiglia a Hoppipolla dei Sigur Ros.
Unita al sole, al vento, all'acqua e alla potenza dei vulcani forma una terra che si può sognare mille e più volte ma che non si può scordare mai.

Ecco perché è nella mia lista dei viaggi da fare.

2 commenti:

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