L'anima della Val Venosta, territorio da (ri)scoprire

Viaggio in Val Venosta
Panorama dal Lago di Resia - © 2014 Giovy

Quando si scrive un articolo per consigliare una meta di viaggio, implicitamente si deve rispondere a questa domanda: cosa fa preferire quel luogo rispetto agli altri? È ormai parecchio tempo che sostengo che la risposta a tale quesito è: la sua anima. È troppo facile cavarsela con i soliti "panorama mozzafiato", "buon clima", "ottima cucina". In Val Venosta [tedesco: Vinschgau] la cosa è più profonda, qui non si parla di un depliant turistico ma di un territorio fortemente legato alla gente che ci vive. Si può cogliere quest'anima venostana nei dettagli, anche i più apparentemente insignificanti.

Che il panorama sia mozzafiato è innegabile: chiunque abbia minimi rudimenti di geografia sa che l'Alto Adige (o Südtirol, a seconda di come la vediate) è paesaggisticamente molto bello, e non ha bisogno di un mio post per immaginarlo. Questa valle è molto lunga ma soprattutto molto larga, cosa che la rende luminosa ed aperta, con un colpo d'occhio incredibile: specie nella bella stagione, quando il verde della natura esplode dappertutto. In una pubblicazione del locale ufficio turistico viene usata, per la Val Venosta, la definizione di "regione culturale", tanto per chiarire che lì l'apparenza deve essere legata alla sostanza. O che il cuore deve essere guidato dalla mente, se volete.

Il concetto mi è stato ben chiaro quando ho visitato il Lago di Resia [tedesco: Reschensee], nell'alta valle. Dalle sue acque spunta il ben noto campanile che tanto piace ai turisti. Come molti sanno lì sotto giacciono un paese intero e parte di un altro, rasi al suolo e sommersi nel 1950 per creare quel lago artificiale da usare per produrre elettricità. La cosa non molto nota, invece, è la tragedia di abitanti che hanno perso tutto (espropriati senza compenso di case e terreni), di animali da allevamento morti o perduti, e di secoli di insediamento cancellati per il cosiddetto "bene comune". Questa storia viene discretamente raccontata, senza eccessi melodrammatici, da un memoriale che si trova presso il lago, e che fa in modo che si sappia quanto è costato quel meraviglioso angolo di valle che procura tanto piacere ai visitatori.

Il clima della Val Venosta è sicuramente buono, ma di una sua bontà rude, che deve essere compresa. Incredibilmente, qui ci possono essere anche 300 giorni l'anno senza precipitazioni: un dato che penseremmo più consono alla Sicilia o a Tonga. Se questo va bene per un visitatore occasionale, per gli agricoltori locali è sempre stato un problema ovviare alla mancanza d'acqua. Acqua che ha dovuto, nei secoli, essere imbrigliata a fatica in canali detti rogge [tedesco: waal]. L'analogia tra le rogge ed il sistema circolatorio umano è quasi banale, ma vera. Ai giorni nostri le rogge servono ancora: portano "sangue" sotto forma di acqua per i campi, ma anche di escursionisti che seguono i sentieri che ricalcano i percorsi dei waal. "Sangue" che viaggia in senso turistico verso la valle, ed in senso culturale verso chi la percorre.

Non aspettatevi però un paradiso tropicale. Stiamo sempre parlando di un paesaggio nordico, anche se mite. Il vento la fa da padrone, spazza e pulisce terra e aria, ma contemporaneamente rende il meteo abbastanza capriccioso. Cieli azzurri e cieli nuvolosi sono scenari opposti che possono succedersi nell'arco di breve tempo: per me, che amo il similare clima britannico, è una lietissima sorpresa. Con la sola differenza che qui piove pochissimo.

Il cibo è certamente ottimo, se non siete di quelli che fanno tragedie per il caffè espresso, ovviamente. Non voglio parlare di ricette (lo fanno già in troppi dappertutto) ma di una cosa più simbolica che tutti possono vedere spostandosi lungo la valle: l'immancabile triade Wein - Speck - Obst [Vino – Prosciutto Affumicato - Frutta], scritta sui cartelli davanti ai negozi di alimentari. La trovo l'emblema della semplicità culinaria e montanara allo stesso tempo, espressa da questa specie di trinità ancestrale. Per vivere non servono i trucchi di qualche chef superstar, bastano i campi e gli animali ben tenuti.

Poi vedo che il triplice slogan è ripetuto, anche se modificato, anche nei numerosi imbiss (i chioschi che servono panini e bevande). Il più diffuso è Würstel - Pommes - Getränke [Salsicce - Patate Fritte - Bibite], la versione moderna e turistica di quello ancestrale citato in precedenza, quasi onnipresente con alcune varianti. Da questi semplici cartelli si possono capire tante cose del carattere passato e presente della Val Venosta e dei suoi abitanti.

Abitanti come i proprietari dell'azienda agricola familiare che ho visitato, dove sole cinque persone lavorano frutta e verdura per ottenere decine di prodotti diversi, tutto in modo naturale. O come i produttori del primo e finora unico whisky italiano, che hanno lo stabilimento proprio qui in valle: padre e figli, che da semplici appassionati hanno tirato su una distilleria che sembra un museo d'arte moderna. Andando prima in Scozia, però, per imparare la tecnica e farsi costruire l'impianto.

Gli chiedi la loro storia e te la raccontano in modo semplice, senza presunzioni ed eroismi. Per me sono imprese ed aziende eccezionali, per loro è come se ti raccontassero la partita a calcetto della sera prima. Quasi si stupiscono del mio fare fotografie e del volerli ritrarre. Nell'azienda agricola, una delle figlie mi fa assaggiare i deliziosi aceti balsamici che ricavano da fragole, rape, mele, albicocche ed altri frutti della terra: lo fa versandomi le gocce direttamente sul dorso della mano, da dove poi le devo succhiare. Forse lei lo sa o forse no, ma questo è il modo tipico di assaggiare anche il caviale.

In Val Venosta si parla poco e si fa molto, il contrario di quello che succede di solito in Italia. Quando si vuole fare qualcosa lo si fa e basta, parlarne è cosa quasi superflua e riservata alla progettazione: a cose finite parla il risultato, che sia un buon prodotto, un albergo rimesso a nuovo o un autobus che arriva e parte in orario.

Un trentino (della parte italiana) una volta mi ha detto: "Gli altoatesini sono vincenti, e sai perché? Loro sono solidali, non sparlano l'uno dell'altro e lavorano insieme per raggiungere il risultato". Questa non è nient'altro che la mentalità del maso o del piccolo villaggio, dove c'era poco tempo per le chiacchiere e si doveva ricavare sostentamento da un territorio difficile ed anche ostile, cosa per cui serviva il lavoro di tutti. Mentalità che è stata applicata ed allargata, in senso geografico ed operativo, alla grandezza di una regione.

Se di un luogo non vi basta viverne solo la bellezza esteriore, ma anche il carattere interiore, allora vi consiglio di fare conoscenza con la Val Venosta e la sua anima. Non rimarrete delusi.


Questo articolo è stato scritto per Emotion Recollected In Tranquillity.
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2 commenti:

  1. Tutto vero Gianluca quanto descrivi della nostra bella e unica valle. Dico "nostra" anche se vengo dalla Adria Kuste, ci abito da soli tre anni e sono uno dei pochi italiani della Gemeinde (Comune). Tuttavia, quando risalgo da Verona o Bassano arrivando qui mi sento a casa. E' una sensazione che è difficile descrivere.
    Per 25 anni ho frequentato la parte orientale (Alta Val Badia), e ovviamente le Dolomiti sono le montagne più belle al mondo, ma come tu stesso ricordavi, gli ampi spazi sono la prerogativa dell'Alta Venosta sopratutto. Ti sposti di qualche decina di chilometri in Alto Tirolo e già cambia tutto. Le montagne sono veramente irraggiungibili se non per esperti salitori. Mentre qui vi sono percorsi per tutte le gambe che non vi precluderanno un panorama mozzafiato.
    C'é una caratteristica degli abitanti del luogo che li rende molto simili ai Romagnoli di una volta. Il Vinschger Wind (vento che scende teso e veloce dal Passo Resia) plasma il carattere delle genti rendendole toste, un po' mutoveli talvolta, ma molto concrete. Nel bene e nel male.
    E' una terra molto dura da vivere. Molti villaggi, come Stelvio Paese, si stanno spopolando in favore della comoda "pianura" (es. Prato). Oltre 1000 valligiani si alzano prestissimo la mattina per recarsi al lavoro a Scuol o Samaun, di là, oltre il confine svizzero. Poi tornano a casa e ricominciano con le vacche in stalla o finché c'é luce a falciare e stoccare il fieno per l'inverno, che non è freddo qui ma è comunque lungo.
    La prossima volta che tornerete da da queste parti non perdere l'occasione di recarti a Tre Fontane di Trafoi. Un luogo, anche per i non credenti (per il Santuario), che merita una immersione totale in qualsiasi stagione.

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    1. Grazie davvero per il tuo commento, che diventa un "post nel post" a corredo di quanto ho scritto. Sono contento di leggere che ho descritto nel modo giusto la mentalità e l'ambiente venostani. Io e Giovy non vediamo l'ora di tornare, seguiremo i tuoi consigli per la visita a Tre Fontane. Ciao e arrivederci su queste pagine!

      Gian

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