C'era una volta il Rivoli

Visitare il Rivoli a Valdagno
Il Rivoli da dentro - © 2014 Giovy
Giorni fa sono tornata a Valdagno, dove sono nata e cresciuta e ho avuto la grande opportunità di vistare il Teatro Rivoli, del quale ho già parlato su Anguana Inside.
Risale agli anni '30, quando si chiamava Impero, e ogni Valdagnese dai 35 anni in su sa raccontare qualcosa relativamente a questo Cinema-Teatro, che nel dopoguerra prese il nome di Rivoli.
Cosa lo rende così speciale?


Il Teatro è nato negli anni '30, inserito in quella che viene chiamata la Città Sociale. Si tratta della riva sinistra del fiume Agno dove un tempo c'era poco o niente.
Qui, in quel periodo, la famiglia Marzotto commissionò all'architetto razionalista Francesco Bonfanti importanti opere urbanistiche che, ancora oggi, svolgono la loro funzione: scuole, palestre, stadio, uffici. Nacque anche un teatro da quasi 2000 posti, nel quale vennero sfruttati tutti gli spazi. Pensate che il piano interrato è provvisto di pista da ballo e pista da pattinaggio.
Il teatro era il giusto completamento di un'opera che voleva consegnare nelle mani della popolazione di Valdagno uno spazio ricreativo. La città, infatti, è sempre stata altamente concentrata sul lavoro in fabbrica tessile (la Marzotto, appunto) e il lavoro contadino nelle contrade sulle colline e montagne circostanti.
Non c'era mai stato nulla che portasse il divertimento e lo svago in grande misura in valle fino a quando la Città Sociale non vide la luce.

Il Teatro Impero era un vero e proprio vanto per la città tanto che, nel dopoguerra, era il vero e proprio "place to be".
Qui si tenevano concerti, opere, commedie e tragedie e sempre qui arrivavano ingioiellate signore dell'alta società provenienti da tutta Italia. Quando qui si apriva la stagione, si teneva un vero e proprio defilé ufficioso. Se volevi dimostrare di essere qualcuno, dovevi entrare nel foyer al tuo meglio, magari salutando affettuosamente qualcuno dei Marzotto.
Questa era Valdagno negli anni '50, quando mia madre era una bimba e si sbucciava le ginocchia proprio sulla pista di pattinaggio sotto il Rivoli. Lei, figlia di operai della Marzotto, aveva diritto all'uso delle strutture ricreative gratuitamente o pagando davvero pochissimo: per questo era sempre in piscina a nuotare o qui a pattinare o al cinema a lustrarsi gli occhi.
Il Teatro era una vera e propria "balia sociale" di quella che era la gioventù valdagnese.

Su Anguana Inside ho raccontato qualcosa sul Rivoli e il ricordo che io avevo di questo luogo. Il Teatro chiuse i battenti nel 1982. Tutto dentro ora è come quel giorno, perfino il bancone del bar ha ancora i bicchieri delle ultime bevute e le bottiglie di liquori di quegli anni.
Come se avessero detto "Ci vediamo domani". E quel domani non arrivò mai.
Lo so perché qualche giorno fa sono riuscita a tornare là dentro e mi sono ricoperta di stupore.
A Valdagno, grazie alla volontà di alcuni e guidati dalla brava Valentina, vengono organizzate delle visite guidate a questo "elefante vecchio e prezioso" che è il teatro Rivoli.

Si entra solo con la luce del giorno perché non c'è più corrente elettrica e bisogna fare un sacco d'attenzione perché la struttura ha qualche magagna da risolvere.
Dentro la polvere sembra avere steso una sorte di sostanza magica che ha addomentato tutto e ha bloccato il tempo, lasciando tutto vivo ma senza respiro.
Non so se fosse la temperatura dell'altro giorno o il fatto che io fossi davvero tanto emozionata, ma mentre esploravo il teatro io ho sempre avuto la pelle d'oca.
Ho visto tanti luoghi grandiosi e immensi nella mia vita, ma quel teatro ha avuto uno strano effetto su di. Forse perché come molti valdagnesi sono cresciuta col ricordo di quella grandezza non più usufruibile, forse perché camminando lì dentro si può davvero avere la percezione della storia in cui il teatro è stato protagonista.

Chi conosce Valdagno non può che restare toccato da una visita del genere e chi non conosce il mio paese natale non potrebbe cominciare meglio una visita della città da qualcosa che ha segnato fortemente le vicende della città, sia mentre era in attività che ora, che giace come una specie preziosa, avvelenata da anni di chiusura e chissà che scelte. Se ne sta lì, steso come se stesse aspettando l'ultimo respiro, conscio del fatto che quel respiro finale arriverà solo quando tutti avranno dimenticato quegli sfarzi, quelle serate danzanti nelle quali imperava il profumo della lacca che teneva unita l'acconciatura delle signora. Finirà quando ognuno avrà scordato il sentore rigido dei sedili di legno sui quali si guardavano i film che facevano sognare.
Credo che il Rivoli sia questo: sia l'emblema di un sogno e, come accade nella "Storia Infinita" di Michael Ende, la sua fine sarà segnata solo dalla fine della voglia di sognare.

Io ve la butto lì... e se organizzassimo una visita un giorno? Verreste con me a vedere quella meraviglia?

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