La mia Recife

Viaggo a Recife in Brasile
Picture from Wikimedia Commons
Giorni fa mi sono resa conto che non ho ancora scritto nulla di preciso sulla città di Recife, in Brasile.
Quella città è stata per me la porta del mio Sud America, quella dove sono atterrata col cuore colmo di curiosità e voglia di viaggiare. Quella che è stata la città fondamentale per capire chi fossi e cosa volessi da me stessa. Il Brasile mi ha fatto questo e tanti altri effetti ed è di questo che vi voglio parlare oggi.
Arrivai a Recife in un tardo pomeriggio, un momento in cui l'aria era carica di quell'odore dolce che le città del Sud America hanno. Tolta la poesia iniziale, mi dissero che quel sentore zuccheroso nell'aria era dovuto al combustibile usato dalle auto.
Ho sempre guardato Recife dal basso all'alto, per sono alta solo 1,65 e i grattacieli mi sembravano montagne.
Sembra un po' Miami Beach, bella, scintillante e futurista. Con il mare pronto a servirti a pochi passi dalla propria casa. 
Recife è tutto questo e anche molto di più.
Quello che dalle foto di solito non si vede è che dietro ai grattacieli c'è la favela... e la mia favela si chiamava Bode, contava quasi 40 mila abitanti. Numero più, numero meno.
Io ci arrivavo ogni mattina con un taxista di fiducia, perché in certe zone del mondo la fiducia è tutto.
Lui veniva a prendere me e i miei compagni di viaggio e ci portava alla strada che si inoltrava nella favela. Non appena entrati c'era un panificio e un fruttivendolo.
Il vecchietto della frutta mi lanciava una guava ogni mattina ed io amavo il sapore di quel frutto tropicale. In Brasile c'era tutto alla guava ed io l'avevo denominata "l'albicocca del tropico" perché potevi trovare quel gusto negli yogurt, nella marmellata, nelle caramelle, nei gelati.
Assieme alla mia guava quotidiana, quel vecchietto mi regalava il sorriso grande di chi, in me, aveva trovato un piccolo appiglio di fiducia.
Non scorderò mai la prima volta che misi piede nella favela do Bode, quando mi stringevo al braccio del mio Hermano Andre quasi avessi paura di chissà che cosa. Ciò che più mi intimoriva erano gli sguardi: tagliavano come un coltello chiunque si avvicinasse alla favela e lo facevano con certezza e cognizione di causa. Troppo spesso, anche in quei giorni, vedevo orde di turisti cercare di avventurarsi lì per catturare chissà che sguardo con la macchina fotografica. Un po' come allo zoo.
Quella gente, dopo un primo giorno di conoscenza, capì che io ero là per loro e mi vollero subito bene.
Ci passavo le ore là: giocavo in strada, insegnavo ai bimbi a scrivere, parlavo con le loro madri che erano poco più che ragazzine.
Il Brasile di strada mi ha dato l'incontro con tante storie sconvolgenti e profonde. Mi ha scossa facendo sì che perdessi quel poco che di bambinesco avevo ancora in me.
Recife è stata per me la città dei sorrisi e dei momenti passati a conoscere l'oceano Atlantico e quel sole che, malgrado fosse inverno, non ci mise più di un pomeriggio a farmi male.
Recife per me è stata l'incontro con donne grandiose, capaci di sfidare polizia e trafficanti pur di salvare un bimbo con la propria madre.
Recife per me è stata una serata a grigliare pesce ed un'altra, che ancora ricordo piena di punti interrogativi, in cui mi ricordo di aver mangiato la miglior picanha della mia vita e di aver bevuto la (una? due, tre, quattro forse cinque) caipirinha più buona di sempre. Il tutto in un baracchino lungo la Avenida Beira Rio, vicino al Cecosne, il luogo dove dormivo.
Recife mi ha insegnato che il miglior ristorante si trova sotto il cielo dove la Croce del Sud cerca di splendere e che il miglior piatto gourmet può essere anche un frappé che sa di guaranà e banana.
Recife è stata per me anche una città di lacrime, al momento della mia partenza.
Forse per la prima volta compresi quanto dolore può generare l'amore per una data zona del mondo.
Guardavo Recife illuminarsi alle prime ore del buio quando l'aereo si è alzato dall'aeroporto, diretto in Europa, dove tutto sarebbe diventato un ricordo, un'esperienza di vita e un viaggio da raccontare.
La notte tropicale non aveva ancora avvolto tutto ed io distinguevo alla perfezione quei grattacieli affacciati sull'oceano e vedevo le onde farsi sempre più piccole e indistinguibili.
Vedevo il Brasile allontanarsi sotto di me ed io pensavo a quanto mi stavo portando a casa.
A tutte quelle cose che né metal detector né controlli possono trovare.
Non c'è peso concesso per la valigia del cuore, né misure da rispettare pena il fatto di lasciar giù il bagaglio. 
Quel giorno stavo volando verso casa veramente abbronzata per la prima volta in vita mia.
E per una con la mia pelle è davvero un'impresa.
Ma non era l'abbronzatura alla quale pensavo né a tutta quella frutta che sarebbe stato difficile mangiare nuovamente in Europa. Avrei ritrovato l'albicocca e lasciato andare l'albicocca tropicale.
La valigia del mio cuore pesava di un'esperienza che non avrei mai dimenticato e dei sorrisi delle persone che, a distanza di tempo, porto ancora sempre con me.
In quel momento capii che nella mia vita avrei sempre voluto viaggiare, mettermi a nudo di fronte all'esperienza in giro per il mondo, riportando poi tutto a casa.

2 commenti:

  1. Ciao! ho scoperto il tuo blog da poco ed è davvero interessante, anche a me piace viaggiare .
    Quello che hai scritto è veramente emozionante.
    Chi è stato in Africa per esperienze simili mi ha raccontato la stessa tua malinconia.
    Daniela
    blogpercomunicare.blogspot.it

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    Risposte
    1. Certi luoghi ti si cucino addosso in modo indelebile.
      Grazie per essere passata di qui.

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Benvenuto in questo mondo fatto di viaggi e di emozioni.
Siamo tanto felici se ci lasci un commento!
Gli Anonimi non ci piacciano e se ci spammi ti scateniamo contro Torchwood

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