Il Muro e le sue Storie

Il Muro di Berlino
Picture by Loic Guston @ 500px.com
Quando ero alle medie, in terza, avevamo un piccolo libro con delle letture che accompagnava i nostri studi di grammatica. C'erano racconti di ogni genere: alcuni erano proprio delle storie inventate, altri erano romanzati e altri erano presi da articoli di cronaca.
Di tutti quelli che ho letto e studiato, me ne sono rimasti impressi due: Uno parlava di Udo Lindenberg, un cantautore tedesco famoso dagli anni '60 in poi e della sua canzone Cello. Che tra l'altro mi piace anche.
Il secondo si intitolava Liebe zwischen Ost und West.
Amore tra l'Est e l'Ovest ... era il 1992 quando lessi quel testo.
Il muro era caduto da poco e la Germania doveva ancora nettamente ricomporsi.
Raccontava di una coppia divisa dal muro.
Al momento della costruzione lei era rimasta ad Est e lui a Ovest.
Niente di più facile, nulla di più vero.
La prima volta che sono andata a Berlino dormivo dalle parti di Postdamer Platz.
Non c'è luogo ai miei occhi più bello di quello in tutta la città. 
Io mi "immago" alla sera, quando le luci del Sony Center cominciano a danzare con la dolcezza del cielo che diventa scuro.
La prima volta che arrivai lì e uscii dalla metropolitana, vidi il muro ... lì dove è sempre stato.
Lo guardai come si contempla un'opera d'arte, ben cosciente che invece dell'arte stavo ammirando la storia, con tutti gli annessi e connessi.
Restai lì imbambolata, tanto che la mia amica mi chiamò un paio di volte prima che me ne accorsi.
Restai lì perché di lì non mi volevo muovere.
C'era poca gente in quel momento dalle parti di Postdamer Platz.
Era sera, quasi il crepuscolo.
Le luci cominciavano a danzare ed io ero rapita dal muro.
Mi avvicinai timida, lo toccai ed ebbi un brivido.
Forse ero troppo vicina alla storia, forse era solo la sera che calava.
Ci posai un orecchio.
Il muro era freddo ma parlava... e mi raccontava quella storia di un amore vissuto tra Est e Ovest.

Ecco, ogni volta che torno a Berlino io non posso che pensare, per un istante, a questo.

Zocalo: il centro di Città del Messico

Picture by German Moreno @ 500px.com
Le città sono, per me, esseri senzienti con tanto di cuore, anima e cervello. E nervi... sì ci sono anche i nervi.
Quando sono in viaggio mi piace esplorare i luoghi fino alla loro anima: adoro conoscerli e farmi conoscere da loro.
Quando sono arrivata in Messico mi sentivo stordita dalle ore di volo, dall'altitudine mista all'inquinamento di una capitale che sembra non avere fine.
Avevo con me uno zaino di 12 kili eppure faticavo.
Ne avevo lette di ogni sul fatto che atterrare a Città del Messico fosse un po' "sballino" ma provarlo fu davvero qualcosa di inaspettato.
L'ostello dove io e la mia migliore amica dormivamo era in pienissimo centro, nel cuore della città chiamato anche Zocalo.
Tutte le città messicane con un po' di storia possiedono uno zocalo, ovvero un basamento dove di solito è inserita la Bandiera Nazionale.
Avevo visto già un paio di volte Traffic e avevo in mente quella scena in cui lo Zocalo di Città del Messico viene mostrato dall'alto di un elicottero.
Dopo un bel po' di metropolitana (dall'aeroporto) arrivai alla fermata giusta.
Scale, scale, scale, cammina, cammina, cammina, scale, scale, scale ... ecco ... vedevo la luce.
Uscimmo dalla metropolitana mentre il buio ammantava il cielo.
Il cielo era di un colore così intenso che tutto risaltava.
Davanti a noi il Duomo, con le sue pareti così instabili eppure bellissime.
La Bandiera che sventolava al centro della piazza sembrava voler avvolgere il mondo intero data la sua grandezza.
Il Palazzo Presidenziale brillava grazie alle luci gialle che lo illuminavano.
Attorno a noi una masnada di gente che passeggiava, vendeva cibo, si divertiva.
Era settembre, il Mese della Patria e dell'Indipendenza e tutto sembrava essere in piena festa.
Non capivo se mi girasse la testa ancora per quell'effetto "arrivo a Città del Messico" oppure se veramente fossi rimasta stordita da un arrivo così grande in città.
Arrivare dritti al cuore di un luogo può essere un colpo pazzesco ed io in quel momento ero nel mezzo di un turbinio di sensazioni date da una città che sembrava dirmi in tutti i modi: Benvenuta in Messico!


Muse: la sostenibile leggerezza della Scienza

Trento Muse
Un pezzettino di Muse - © 2013 Giovy
Sono tornata ieri sera da Trento.
Dalle mie parti d'origine c'è un detto "Se vuoi vivere l'inferno, Trento d'estate e Feltre d'inverno".
Mi sono accorta di quanto la saggezza popolare possa azzeccare il meteo.
Caldo a parte, ero davvero felice di essere nel capoluogo trentino.
Come mi successe per Rovereto, io e Trento ci incontrammo tanto tempo fa per poi separarci, non so nemmeno io perché, per moltissimo tempo.
L'occasione che ci ha fatto tornare assieme per un week end è stata l'apertura del Muse, meraviglioso museo uscito a livello architettonico dalla mente di Renzo Piano e del suo team.
A livello strutturale è davvero sorprendente in quanto la leggerezza e la trasparenza sono alla base di un edificio che comunica moltissimo.
La struttura è stata pensata per essere autonoma e autosufficiente a livello energetico.
Il Muse non è solo Museo.
Attorno all'edificio principale è nato un quartiere intero che non aspetta altro di essere popolato.
E' come se un nuovo pezzo di Trento fosse sorto dalle ceneri di quella che era la vecchia Fabbrica Michelin che occupava questo luogo.
L'interno del Museo è incredibile: non si tratta del classico spazio espositivo vecchio stile, in chi imperano le teche e la distanza da quanto esposto.
Al Muse ciò che si nota è la possibilità di girare attorno a tutto quanto esposto.
Ogni cosa è sospesa, leggera, aerea ... e si po' toccare ed interagire con tutto ciò che non è deperibili o che si può rovinare.
Con il Muse la Scienza non è più esposizione ma è esperienza da vivere. 
E questo a me è piaciuto un sacco.
Ho adorato, e permettetemi di dirmelo, il fatto che durante l'inaugurazione l'orchestra chiamata a suonare abbia eseguito la Marcia Imperiale di Star Wars nel momento dell'apertura delle porte.
E' stato davvero un gran momento.
Scherzi a parte, Trento non è mai stata così viva come sabato.
Non sono io a dirlo ma questa è stata la voce comune di tutti i Trentini e non accorsi per esplorare questa nuova meraviglia donata, con tanta cognizione di causa, alla città.
In questi giorni la ressa era davvero immensa.
Io mi sono ripromessa di tornare, appena passato questo momento di entusiasmo da apertura.
Il Muse è sicuramente un qualcosa da affrontare con calma e da ammirare in tutta la sua bellezza, leggerezza, trasparenza e totale Scienza.
Buona vita Muse!


Interno del Muse
L'interno del Muse - © 2013 Giovy

Color Rosa come il Sale


Lac Rose, Senegal
Picture by Thaillain @500px.com 
Non chiedetemi perché, ma mi è tornato in mente il Lago Rosa, che si trova in Senegal.
Lo pensavo stamattina attorno alle 5 o giù di lì quando mi rigiravo nel letto dopo l'ennesima imprecazione contro il cado.
Ho ripensato a quel giorno in cui, in una vecchia Renault 18 colorata di giallo e nero, raggiunsi quel posto che mi sembrava uscire dal cervello di chissà che scrittore fantasioso.
Se c'è una cosa che ha accompagnato tutto il mio viaggio in Senegal è la sensazione della polvere ovunque.
Che poi non è che sia proprio polvere, è sabbia ... ed è tutta colpa del deserto e di quel vento chiamato Harmattan che porta sabbia e colore giallo oro ovunque.
Sembra un velo che avanza inesorabile verso i luoghi e quel giorno, su quel vecchio taxi, l'autista mi diceva di prendere una sciarpa e coprirmi bocca e naso perché la sabbia avrebbe conquistato fiera anche l'abitacolo dell'auto.
In Senegal ho girato con mille mezzi: amici di amici di amici pronti a darmi un passaggio, autobus di linea, un treno sgangerato, un po' di strada a piedi e poi questo taxi giallo e nero verso il lago rosa.
Partii da Thiès e ci misi, credo, un'ora.
Il taxista, per restare a mia disposizione tutto il giorno, mi chiese circa l'equivalente di 10'000 Lire di allora. Era gentile, sorridente, parlava un francese bellissimo e lui mi diceva che a lungo aveva vissuto a Dakar e lavorato con tanti francesi. Così aveva migliorato il suo accento.
Mi chiamava "Madame" ed io sorridevo sempre.
Gli dissi di chiamarmi solo Giovy ma lui rideva divertito rispondendomi che non sarebbe stato rispettoso.
Arrivati a Lago si mise ad aspettare sotto un albero me e le persone che erano con me.
Io ero attirata da quell'acqua di un colore incredibile: non avevo mai visto una salina da vicino e rimasi stupita da quanta maestria la Natura mette in pista per poterci stupire.
Quel lago è un posto da ammirare ma anche da contemplare con rispetto.
I viaggiatori e i turisti sono poco, malgrado la meraviglia. 
Lì è pieno di gente che lavora duramente per raccogliere il sale e non stupitevi se ogni tanto qualcuno vi guarderà storto.
L'ambiente e l'ecosistema circostanti sono molto fragili e vanno ammirati come un'opera preziosa.
Tutto quel lago è un'opera preziosa.
Al momento di andare via, mi sono girata un'ultima volta a guardare quel colore rosa intenso.
All'improvviso, una folata di Harmattan mi riempì di sabbia del deserto.
Ero impanata al punto giusto per essere fritta.
E quella terra mi stava friggendo davvero, perché mi è entrata nel cuore e lì è rimasta.  

All'ombra della Juderia

Viaggio a Cordoba, Andalucia
Juderia - Cordoba - Pictures from Postcard from Spain
Entra dell'aria molto calda dalla mia finestra.
Il luogo da dove sto scrivendo è in penombra ed io adoro la penombra estiva.
Non fosse per la temperatura così alta, starei infondo bene.
Io sono più per climi freschi ma quando sento questo caldo piovermi addosso penso a quella volta a Cordoba.
Forse è stato davvero il caldo ma quella città mi ha stregata a dir poco.
Quando sono arrivata me la gustavo con gli occhi quasi fosse una granita la limone e menta.
La guardavo nella sua aria polverosa e molto andalusa e già la amavo.
E' una bella gara da quella parti tra Siviglia, Granada e Cordoba ed io propendo forse per quest'ultima e quelle mille identità che la contraddistinguono.
Saranno stati 37° gradi quel giorno: io avevo una gonna di lino lunga e una canotta nera.
Ovviamente ero in sandali.
Giravo per le strade attorno alla Mezquita immaginando chissà quali canti dal minareto quando, nel men che non si dica, mi ritrovai avvolta da mura bianco candido.
Ero arrivata, quasi senza saperlo, in quella della Juderia, antico quartiere ebraico della città.
Mura immacolate, case molto vicine e ombra che si generava in vicoli in cui bisognava stare in fila indiana per camminare.
Il vento si incanalava tra quelle vie e amplificava la sua potenza.
Era caldo ma ristorava, proprio come quello che sento ora dalla finestra.
La Juderia è un luogo dove sono stata in silenzio, strano per me
E' un luogo dove mi sono immaginata gente saggia girare per quelle vie.
E' un luogo dove si percepisce ancora la forza del dialogo culturale e della grandezza di questa città che, come il miele, mi attrae ancora oggi più delle api.
Ci tornerei anche subito... oddio, forse con un po' di più fresco.
Però, quello che è certo, è che mi perderei di nuovo tra qui vicoli bianco calce, accecanti più del sole e avvolgenti più della neve.

Viktualienmarkt: il gusto di Monaco

Dove mangiare a Monaco
Picture from Flickr
I mercati mi sono piaciuti sempre tanto: ultimamente vi ho raccontato anche quello di Leicester che, per me resta una meraviglia.
Ora vi racconto una storia che arriva dai miei giorni lontani.
Mi capitava di andare spesso a Monaco e una volta ero con un gruppo di persone che condividevano poco il mio entusiasmo per la cucina bavarese e cose affini.
Volevano a tutti i costi andare a mangiare in uno dei mille ristoranti Italiani di Monaco ed io dissi loro di fare pure. Io mi sarei arrangiata a modo mio. E così feci.
Quando vado a Monaco ci sono delle tappe fondamentali per fare stare bene lo spirito sbrindolo del mio stomaco: si comincia con una birra all'Hofbräuhaus oppure all'Augustiner, di solito il mattino.
Si passa poi a trovare la panetteria che affaccia su Marienplazt dove un Nußbretzel non me lo toglie nessuno.
Per saziarmi per pranzo o cena mi fido solo del Viktualienmarkt e se ho voglia di un dolce passo alla Paulaner (sempre su Marienplatz) e mi godo un ottimo Dampflnudel mit Vanillensoße, una sorta di pandorino cotto al vapore con la vaniglia sopra. Una delizia che i miei amici hanno soprannominato Pathfinder, perché non riuscivano a pronunciarlo.
Monaco per me è una di quelle città che sono quasi casa.
Ormai non ci vado più per il gusto della scoperta ma per il piacere del ritorno, quella sottile coccola che ti fa sentire come sul divano e ti tiene al caldo.
Monaco è per me una città del ritorno.
Ad inizio di questo mese, mentre ero lì, stavo maluccio: era forse la stanchezza, forse un po' di febbre ... boh... ma avevo passato una brutta notte e non ero in forma.
Ma al Viktualienmarkt e al trionfo dello streetfood in salsa bavarese non avrei saputo proprio rinunciare.
E così ho fatto.
Io e Gian abbiamo scelto un ottimo currywurst per pranzo, con tanto di patatine per la bellezza di 4 euro a testa.
Lì ce n'è per tutti i gusti e per tutti i palati e grandezza di stomaco.
Non perdetevi la mega sfilata di macellai bavarese proprio sulla strada che vi porta al mercato.
Non è di sicuro un qualcosa per vegetariani, ma il profumo che esce da quelle botteghe fa venire voglia di entrare in ognuna e dire "uno di tutto, grazie".
Monaco è davvero una città che andrebbe vista molte volte, finché non diventerà anche per voi una città del gran ritorno.
Sarà a quel punto che comincerete a guardarla con occhi diversi e in quell'istante comincerete a gustarvi più a fondo ogni prelibatezza che vi offrirà.
In quel momento vi innamorerete, come è successo a me, del Viktualienmarkt.

PS: vi ricordo che Monaco è molto vicina grazie ai voli giornalieri di Air Dolomiti.
Cosa aspettate a volare in Baviera?

Tempo di programmi Scozzesi

Viaggio in Scozia

Sono giorni in cui smanetto sul Mac come se non ci fosse un domani,
Un viaggio è un qualcosa che si gesta, lo scrissi in un post un po' di tempo fa.
E questo viaggio verso la terra scozzese ha avuto una gestazione quasi pari a quella del Royal baby.
Quello che vedete qui sopra è l'itinerario, in linea di massima, per punti certi che io e Gian affronteremo in Scozia tra circa una decina di giorni.
Siamo intorno alle 600 miglia circa, miglio più o miglio meno.
Il tutto coi mezzi pubblici perché, come sicuramente sapete, io la macchina mica la noleggio quando viaggio.
Guido già tutti i giorni, almeno quando viaggio mi piace godermi il panorama e gustarmi la terra che sto scoprendo passo dopo passo.
La cosa un po' complicata di quando si pensa di viaggiare coi mezzi pubblici è che bisogna incastrare molte cose, come fosse un mega Tetris mondiale.
L'itinerario che vedete qui sopra è la cosa più facile al mondo.
Si fissano dei punti fondamentali dove trovare da dormire e da dove poi spostarsi.
I miei punti fissi saranno Edinburgo, Inverness e Stornoway.
Tutto il resto è quello che sta occupando i miei giorni da molto tempo a questa parte.
Quando si pensa ad un viaggio seguendo la "combinata" mezzi pubbici+piedi è necessario diventare i maghi degli orari degli autobus.
Per fortuna esistono siti come Traveline che vi aiuterà a giocare a Tetris con tutti gli spostamenti nel Regno Unito. E' diviso per zone e esistono anche le App relative alle varie zone.
Io ho già scaricato quella della Scozia e funziona molto bene.
Ieri mi sono destreggiata nel trovare itinerari fattibili nelle Highlands e sono riuscita a mettere gli occhi su un sentiero storico legato ad un clan con origini Vichinghe che proprio mi alletta da matti.
Ci sarà spazio per il mitico Lochness e i suoi dintorni, come ci sarà spazio per una distilleria conosciuta grazie ad un mitico film di Ken Loach.
Quando lasceremo le Highlands punteremo verso le Ebridi Esterne, arriveremo a Stornoway, e voi non avete idea della voglia che ho di vedere quelle isole pazzesche che si trovano alla latitudine della Norvegia.
E qui è tutto un mistero, anche gli autobus. Mi vien da ridere!
L'altra sera guardavo History of Scotland del mitico Neil Oliver e lo ascoltavo raccontare magistralmente della crudeltà del gaelico clan dei MacDonald, che abitavano proprio sull'isola di Lewis.
Il mio zaino è lì che scalpita, i miei piedi pure.
Ce ne sarà di strada da fare e molta sarà fatta grazie alle nostre gambe.
Le Ebridi sono davvero una terra estrema, il luogo più ventoso del Regno Unito, dove antiche popolazioni hanno lasciato le loro tracce indelebili.
Ed io ho voglia di trovarle tutte. 

Se per caso sparisco dalla rete, non vi preoccupate!
Sto solo viaggiando!

A Norimberga, se hai fame

Waffenhof Norimberga
Nürnberg - Waffenhof - © 2013 Giovy
Norimberga è davvero una città interessante sotto molti punti di vista.
Molto di quello che ci vuole raccontare è racchiuso in un passato che va dal lontanissimo al vicinissimo.
Come molti di voi sapranno, Norimberga si trova in Baviera ma è tutto tranne che bavarese.
La città, infatti, è capoluogo della Franconia e i suoi abitanti vedono le loro storiche origini nel fiero popolo dei Franchi.
Per questo motivo, pur seguendo un leit motiv tipicamente simile a quello della regione di cui fa parte, Norimberga si distingue per dialetto, cucina, storia e tradizioni.
La tradizione dalla quale voglio partire nel raccontarvi la città è quella legata al magico mondo della salsiccia.
A Norimberga ce n'è per tutti i gusti (senza cadere nel doppio senso) e diciamo che la ciccia trionfa in ogni senso. I tedeschi, si sa, sono però attenti alle diverse scelte alimentari da molto più tempo dell'Italia e quindi anche i vegetariani avranno di che gustare.
Norimberga è la città dove l'arte di insaccare salsicce è nata.
Siamo circa nell'anno mille o giù di lì e, per conservare la carne, la si speziava e la si insaccava.
Nascono così i tipici Wurstel di Norimberga.
Grandi come un dito, sono serviti cotti alla brace su di un letto di crauti (buonissimi a detta di Gian) e accompagnati da insalata di patate.
Io adoro la Kartoffeln Salad e quel suo insieme di patate e cipolle, condite con quella puntina di aceto che rende tutto perfetto per pulire il gusto grasso delle salsicce.
Certi abbinamenti nascono proprio bene!
Tornado alle salsicce, ci sono due luoghi dove mangiare che mi sento di consigliarvi con tutto il cuore.
Il primo si chiama Barfüsser e si trova all'inizio del centro storico.
Ottima birra, buona cucina e prezzi più che equi.
Il secondo luogo è un ristorante storico della città: Bratwurst Röslein è una garanzia.
Una delle cose che non si devono mai dimenticare è tenere aperti occhi e naso.
Nei pressi della Lorenz Kirche c'è una macelleria-rosticceria dove con 2,60€ potrete recuperare panini pazzeschi. Altra cosa da non dimenticare è il termine Drei im Weckla, proprio come indicato nella lavagnetta che ho fotografato qui sotto.
Si tratta di 3 salsicce tipiche in un panino molto buono.
Ottimo da portar con sé durante il giorno, si tratta di un pranzo davvero comune tra gli abitanti del luogo e tutti i visitatori che gironzolano per la Alte Stadt.
E' buonissimo ed è un ottimo modo per saziarsi con gusto e tradizione senza svenarsi.
Norimberga è un luogo davvero speciale per il palato.
Se avete in programma un viaggio in Baviera, ops Franconia, meglio che dimentichiate la dieta.
Sarebbe un peccato non poter gustare quello che questa terra davvero interessante ha da offrire.
Il gusto di un viaggio passa anche attraverso ciò che un luogo offre a noi anime gironzolanti.
Un viaggio a Norimberga ci regala il gusto pepato di quelle salsicce piccole e fragranti che hanno tanta voglio di saziare tutti noi.


Cosa mangiare a Norimberga
© 2013 Giovy

PS: arrivare a Norimberga è molto semplice. Raggiungete Monaco con Air Dolomiti e poi prendete un bel treno

Itamaracà: un'isola da sogno

Ilha da Itamaracà
Picture for courtesy of Panoramio.com
Io e la Ilha da Itamaracà ci incontrammo un bel po' di anni fa.
Era il tramonto di una giornata viaggiante, una di quelle in cui cercavo di scrollarmi di dosso un certo tipo di Brasile e cercavo di recuperarne l'anima tropicale, calda, colorata e senza pensieri.
Non era un voler chiudere gli occhi.
Come mi era successo per Porto de Galinhas, avevo bisogno di certi momenti di decompressione dopo aver lavorato con tanti bimbi di strada.
Mi parlarono di Itamaracà come una sorta di piccolo paradiso.
Un'isola collegata alla terra da un ponte, al tempo poteva essere popolata da un tot di gente ogni giorno.
Il tutto era dovuto al suo ecosistema davvero incredibile e alla natura che ancora imperava.
C'erano pochi alberghi, qualche posadas, alcune spiagge private ma tutto il resto è del mondo.
Ed io, quel giorno, mi ero proprio aggrappata a quel pensiero.
Avevo bisogno di cieli azzurri messi vicino al verde delle palme.
Avevo bisogno di una sabbia bianca che non si scalda mai.
Arrivammo lì al tramonto e, data l'ora, non dovemmo pagare il biglietto che, a quel tempo, era necessario per passare il ponte.
La sabbia sembrava brillare con la luce di quell'ultimo sole che quel giorno voleva salutare il mondo.
Io mi buttai in acqua in men che non si dica.
Tutto era calmo, tranquillo, sereno ed estremamente lineare.
Io mi misi a galleggiare e guardavo il cielo.
Il tramonto ai tropici è sorprendente perché è molto diverso da quello che ci si immagina.
E' immediato, il buio arriva presto e il cielo resta tinto di quell'arancio intenso solo per pochi istanti.
Io lo vidi così a Itamaracà, in un silenzio che sembrava volermi raccontare mille storie bellissime.
Ero seduta sul bagnasciuga, gambe conserte mentre lasciavo che l'acqua mi bagnasse un po'.
Avevo i brividi e non capivo se fosse il vento misto all'acqua oppure la bellezza di quel tramonto durato solo un istante.
Ed è proprio così che mi piace ricordare quell'isola bellissima.
Incantata, ferma, incontaminata e avvolta nei colori più belli.

Battersea guarda al futuro


Certo, una centrale elettrica non è che sia proprio un'attrazione ma questa è diversa.
Oggi vi racconto della Battersea Power Station.
Siamo a Londra, zona sud ovest e questa "cattedrale" svetta sicura sulle rive del Tamigi.
La costruzione cominciò nel 1933 circa e venne pensata dallo stesso architetto che immaginò la cattedrale di Liverpool. Entrambi gli edifici sembrano usciti da un luogo immaginario che potrebbe essere Gotham City.
Battersea fu una visione totalmente futurista: per i tempi in cui venne costruita era così all'avanguardia e così avanti da sembrare davvero un'opera venuta da chissà che epoca.
La sua attività permetteva di illuminare anche i quartieri più bassi della capitale londinese.
L'acqua calda che ne usciva veniva condotta in molte case, affinché venissero scaldati anche i quartieri popolari.
Londra era davvero il centro del mondo in quegli anni e Battersea ne era un simbolo fiero.
Io non sono mai stata una persona che esalta le costruzioni civili, tanto meno le centrali elettriche.
Quando vidi Battersea per la prima volta ne rimasi, non so perché, incantata.
Svettava quasi fosse un edificio giunto da un altro pianeta.
Per me è uno dei simboli più importanti di Londra, assieme al Tower Bridge e la Cattedrale di Saint Paul. Per me vale come la visione di Buckingham Palace.
E non solo per me ma per gli Who, per i Pink Floyd e per i Beatles.
Sulle copertine degli Lp (oddio che parola vintage!) dei primi due c'è proprio l'immagine di questa centrale elettrica. 
Battersea è proprio simbolo di una Londra "rumorosa" ma che non fa male.
Per dirla alla Shakespeare "don't be afraid, the island is full of noise" perché Battersea è diventata quasi simbolo di una grande operosità tutta inglese.
Accoglie i viaggiatori e mostra un lato del Regno Unito che non muore mai: quello che immagina, vive, crea e pensa al futuro.
Battersea ha quasi 100 anni eppure è ancora il futuro.
La centrale non è più attiva ma è in una fase di trasformazione. 
Pensate un po' ... la stanno convertendo in appartamenti.
Cosa ne penseranno gli Who?

Quando si dice Ritorno

Ritornare
Foto di Claudio Rossi @ 500px.com
E alla fine si ritorna.
Ieri sono scesa dall'ennesimo treno e mi sono detta "che strano essere qui".
Da inizio Luglio sono rimasta a casa tre giorni circa. Non di più.
E oggi è il 17. E' già il 17.
Tante volte ragiono sul fatto che il viaggio dovrebbe essere un concetto universale, che racchiuda tutta la nostra vita, ma nello stesso tempo dovrebbe occupare fisicamente un tempo definito.
Life is a journey not a destination ... cantavano gli Aerosmith ed io spesso mi ripeto queste parole.
Sono stata in Germania dove ho imparato a guardare una città già conosciuta, ma con occhi diversi.
Estremamente diversi e aperte alle novità.
Sono stata dalle parti del Lago di Varese, dove ho una "famiglia adottiva", come mi piace chiamarla.
Lì ho recuperato la semplicità, la profondità e la bellezza dei rapporti tra fratelli che non vedono l'ora di incontrarsi per strada.
Lì ho salutato delle persone che partivano davvero per una destinazione che più lontana c'è solo lo spazio.
Poi c'è stato Spoleto, il Festival dei 2 Mondi, e tante cose nuove da conoscere.
L'Umbria mi ha lasciato dentro mille cose belle e negli occhi la luce chiara di ogni paesino incastonato tra monti e boschi.
Ieri, dopo essermi detta, "che strano essere qui" mi sono anche sentita un po' persa.
E la "perditudine" è quella sensazione che ti prende il cuore e che ti fa capire davvero che sei tornato.
Il ritorno legittima il viaggio e alimenta la voglia di una nuova partenza.
In Umbria, un professore di Antropologia mi ha detto che io sono uno spirito inquieto.
Forse è per questo c'è sento sempre il bisogno, dentro il mio cuore, di una nuova partenza.
E di un ritorno.
E di una partenza.
E di un nuovo ritorno.
E di una nuova partenza.
Così, ad libitum.


Questi giorni a Spoleto

Visitare Spoleto

Eccomi qua, a raccontarvi l'effetto.
Così diceva una canzone e così mi piace cominciare questa mattina.
Oggi non volevo lasciare il mio letto qui a Spoleto: c'era fresco, c'era silenzio, stavo bene.
Ecco, mi sono accorta che qui a Spoleto, oltre a trottare parecchio, sto proprio bene.
Si corre tra spettacoli e gente che si vorrebbe incontrare, come Philippe Daverio, al quale l'altro giorno mi sono presentata dichiarando tutta la mia ammirazione.
Si partecipa a pasti deliziosi e ad altri un po' surreali. A volte ti senti anche in una dimensione strana, proprio come quando ti giri e noti che ti fianco a te sta mangiando Barysnikov.  E poi vedi a teatro e ti emozioni perché davanti a te non c'è solo una grandissima persona; ce ne sono tre.
Barysnikov,  Dafoe e il genio di Bob Wilson.
In questi giorni ho davvero avuto l'opportunità di misurarmi con il genio, la cultura e il talento smisurato.
LaTrilogie des Iles di Irina Brook ne è un perfetto esempio.
Quello spettacolo è un viaggio fatto tra viaggi.
È un percorso molteplice che aiuta a sorridere, riflettere, stare bene.
A modo suo, anche la città stessa lo fa.
Cammino con il naso all'insù e con gli occhi vogliosi di riempirsi.
Si colma anche il mio stomaco che, qui in Umbria, festeggia in ogni suo centimetro. 
Spoleto è una festa per tutti i sensi, al quale aggiungo senza indugio la mente.
Ieri ero nei pressi di piazza Duomo e ho fatto la foto che vedete qui sopra.
In un tot di pixel c'e l'immagine Dell'Umbria: il sacro, il bosco, cieli immensi e l'umano.
Sinceramente sto imparando che questo è un territorio-puzzle.
Per gustarlo in pieno si deve avere la pazienza di osservarne le tessere, conoscerle e metterle al loro posto.
E quando sono a posto, Signori miei, sarete vicino al paradiso. 

Una Trilogia per sorridere

Festival dei due mondi di Spoleto

Oggi pomeriggio ho fatto davvero delle sane risate.
Sapete di quelle fatte  con gusto e con intelligenza allo stesso tempo?!?!
Il gusto era il mio mentre l'intelligenza era quella degli attori magistralmente messi su di una scena scarna e essenziale da Irina Brook.
La trilogia da lei proposta richiama agli occhi degli spettatori tre testi molto importanti: Iles des Esclaves di Marivaux, la Tempesta di Shakespeare e l'Odissea di Omero.
Tre testi, tre epoche, tre momenti della vita diversi.
Oggi mi sono sentita qualcosa di più di una spettatrice. 
Oggi ero dentro il Teatro, quello con la T grande.

Storie di uomini, draghi e santi

Visitare l'Umbria

Oggi è stata davvero una giornata on the road qui in Umbria. 
Il tutto è cominciato stamattina con la storia di un santo che combatte un drago.
E questo drago era davvero un essere che vedeva le sue origini nel paganesimo più profondo. 
Poi un uomo saggio,  molto saggio,  mi ha fatto capire come ci fossero già tanti eremiti molto prima che qui in Umbria cominciassero a sorgere le varie comunità monastiche.
Infondo l'uomo ha sempre sentito il bisogno di straniarsi dalla realtà,  ha sempre sentito il sottile richiamo di quella solitudine in cui si dialoga con i propri fantasmi.
Oggi è stata davvero una giornata grande.
Ed è finita con quell'uomo saggio che mi dice  che sono uno spirito inquieto.
E con questo vi saluto.
Vi racconterò di più sulle pagine di NonSoloTuristi.it  
Stay tuned!!!

Spoleto chiama...

Festival dei due mondi
Picture for courtesy of Festival di Spoleto.

... E la Giovy e Gian rispondono. Siamo in partenza, again, e ci attende l'Umbria.

Correre a Pamplona

Tradizione dell'Encierro Pamplona
I Segnali per l'Encierro - © Giovy 2013
Ieri mi è tornata in mente Pamplona, soprattutto perché pensavo alle mitiche tapas assaggiate un bel tot di tempo fa. Il sillogismo poi è stato facile Pamplona = Caldo = Luglio = San Fermin = Encierro.
Caspita, mi sono detta, siamo in tempo di Encierro ora?
Così ho ripensato ad un ragazzo che conoscevo che era davvero pazzo per le corse che si tengono in questo periodo proprio a Pamplona.
Los San Fermines è il nome preso da tutti coloro che partecipano alla corsa per San Firmino. Migliaia di persone si vestono di bianco, mettono un fazzoletto al collo e corrono al fine di portare i tori dentro l'arena.
Quando sono andata a Pamplona mi sono accorta che il percorso dell'Encierro era segnato con dei cartelli. Con i miei amici ci siamo detti di provare a correre per tutto il percorso per vedere quanto lungo fosse e quanto ci avremmo messo.
Ovviamente senza tori al seguito.
Si tratta di circa un kilometro e qualcosa, c'è un piccolo tratto in salita, un paio di svolte e poi via dritti fino all'Arena della città.
Di per sé non sembra difficile da affrontare ma farlo con dei tori al seguito è sicuramente un altro discorso.
Non so cosa possa spingere una persona a fare quella corsa: per molti è devozione verso il santo patrono della città, per molti è il voler perpetuare una tradizione che vede il suo inizio in chissà che epoca. Per molti è, invece, il filo sottile della paura mista ad adrenalina.
Quello che so con certezza è che Pamplona in quei giorni è una città che straborda di gente.
Se vi venisse mai in mente di andare a vedere l'Encierro, organizzatevi un anno per l'altro.
Di solito con le prenotazioni dei campeggi, alberghi e ostelli funziona così per quel periodo.
Io sono un po' indecisa sul fatto che mi piacerebbe vedere che succede e sul fatto che forse è meglio che non viva un momento così forte, anche per gli animali.
La certezza è che Pamplona è una città basca in terra di Navarra e sa davvero mantenere rosso sangue le sue tradizioni più forti.
Che tu ci creda o no, che tu voglia farlo o no, quello de Los San Fermines è un qualcosa capace di prendere il cuore.

La Baviera a portata di treno

In Baviera
Baviera: Campi di Luppolo dal treno - © Giovy 2013
"Hopfen, Hopfen, Hopfen ingerdwo ... und kein Bier zu trinken"

Sono matta, lo so, ma mentre giravo per la Baviera in treno l'altro giorno io guardavo fuori dal finestrino e osservavo le distese di luppolo davanti a me. I filari di luppolo sono bellissimi. La pianta cresce arrampicandosi e crea una sorta di labirinto che porta alla mia mente tanti ricordi.l treno andava, io guardavo dal finestrino e la mia mente metteva assieme una celebre frase di Coleridge (che in realtà parlava di acqua), la bellezza del luppolo e la bontà del suo prodotto. Un po' di ricordi e un po' di informazioni per permettervi di viaggiare risparmiando attraverso la Baviera

Norimberga insegna

Campo Zeppeling Norimberga
La tribuna al Campo Zeppelin - © Giovy 2013
Norimberga ed io ci siamo gia incontrate più volte, in momenti diversi della mia vita
Sto scrivendo questo post dal mio tablet quindi se vi sembra un po ' diverso come formattazione sapete perché. 
Inoltre sono un po ' sfatta.
Non quanti km i piedi miei e di Gian hanno fatto.
Usciti di buon ora siamo andati a trovare la Storia.
Già... mi piace pensare che essa sia come una vecchia Signora che attende ospiti con tea e pasticcini.
Tu ti accomodi nel suo salotto e lei comincia a parlare dei tempi passati.
Oggi mi ha raccontato qualcosa che giá conoscevo ma che i miei occhi non pensavano di poter vedere mai.
Siamo stati allo Zeppelinfeld,  quel luogo uscito dalla mente di Albert Speer negli anni '30 del secolo scorso per celebrare le giornate del partito nazista.
Questo luogo è ritratto in ogni documentario su quel periodo.
Ora ci sono zone in sfacelo, altre intere e altre meno ma esplorarlo aiuta a comprendere in pieno il potere che aggregazione e propaganda avevano.
È un luogo che sembra muto eppure urla.
Io mi faccio sempre piccola di fronte alla Storia, quella con la S grande. 
La guardo, la ascolto e la conosco. Poi forse giudico.
Un luogo come lo Zeppelinfeld è la giusta anticamera al Dokuzentrum,  che si trova proprio lì vicino.
Non c'è apologia, non c'è volontà di rattristarsi o di esaltare chissà che ideologia.
Visitare un luogo come questo aiuta a comprendere in pieno cosa vuol dire il passato.
E in questo Norimberga insegna.
Ed io le dico grazie. 

Quel giorno a Bosworth

Campo di Battaglia di Bosworth
Bosworth Battlefield - © Giovy 2013
Bosworth è uno di quei luoghi mitici per la Storia Inglese.
Ci sono sempre delle date fondamentali che ci vengono insegnate per dividere le varie epoche storiche.
Per gli inglesi, il passaggio dal Medioevo al Rinascimento non è il 1492 con la scoperta dell'America bensì il 1485, Agosto per la precisione, con la Battaglia di Bosworth.
Che cosa successe quel giorno?
Le truppe di Enrico IV di Lancaster si scontrarono per la battaglia definitiva con quelle di Riccardo III di York. La Guerra delle Due Rose doveva avere fine.
Non starò qui a raccontarvi le vicende legate a quelle due mitiche famiglie ma vi consiglio largamente di leggervi il Riccardo III del grande Shakespeare perché è proprio sul prato ritratto qui sopra che quella vicenda ha fine.
Ci troviamo nel cuore caldo dell'Inghilterra.
Siamo nelle Midlands a circa un'ora di autobus da Leicester.
Arrivare qui è davvero una bella avventura: si attraversano paesini che sembrano usciti dalla mente di chissà che pittore. L'autobus vi "scaricherà" a Market Bosworth che sembra un giusto un paesino degno dell'Ispettore Barnaby.
Poche case, gente cortese, alcuni pub e un ufficio postale dove la gente è sempre pronta a darti una mano. Una volta arrivati al paese, infatti, è necessario chiamare un taxi per raggiungere il campo di Bosworth.
Non ci sono mezzi pubblici a disposizione e la distanza rasenta i 7 km.
Noi non avevamo molte ore a disposizione sicché non siamo riusciti a coprire a piedi quel tratto. Se potete, però, fatelo perché si tratta di una passeggiata facile e in un ambiente idilliaco.
All'ufficio postale ci hanno dato il nome di un taxista privato: la corsa costa 3£ a testa/a tratta e, bisogna ammetterlo, è davvero pochino.
L'autista è un tipo simpatico, un inglese che per anni ha vissuto in Colorado.
E' molto affabile e, senza nessun sovra-prezzo, ci ha fatto fare un piccolo itinerario turistico della campagna. E' stato davvero molto gentile.
Il Bosworth Battlefield Visitor Centre è una struttura molto carina contenente un percorso museale davvero interessante. Attraverso le sue stanze si ripercorrono le vicende della vigilia della battaglia e del giorno della Battaglia. Il materiale è ben presentato e organizzato e, anche se siete a digiuno di storia inglese, riuscirete a comprendere in pieno la grandiosità della Battaglia di Bosworth.
Spesso ci immaginiamo le battaglie tardo Medievali come uno scontro tra condottieri.
Non c'è concetto più vero di questo se applicato a Bosworth: il destino di una nazione era in mano a due uomini opposti tra di loro per indole, formazione, volontà, capacità di governare e, forse, crudeltà.
Prima di andare nelle Midlands Riccardo III era per una splendida creatura shakespeariana difforme, storpia e piena di crudeltà. 


Sentiero storico di Bosworth
Bosworth Battlefield  Trail - © Giovy 2013
Dopo aver scoperto le sue vicende a Leicester e dopo aver visitato il Bosworth Battlefield mi sono davvero fermata a pensare a quanto poco sappiamo realmente di come fossero i grandi del passato.
Dal Visitor Centre parte un sentiero che vi occuperà per circa un'ora. Si tratta del Battlefield Trail e val la pena di essere percorso per comprendere ancora di più quella lontana mitica giornata dell'Agosto 1485. 
Dopo aver visto il museo e dopo aver percorso quel sentiero, ripensando alle storie che avete ascoltato e alla vera cronaca di quelle vicende lontane, comprenderete davvero il valore di un momento come quello, anche se distante dalla nostra storia e anche se fa parte di una tradizione che non è la nostra.
© Giovy 2013
Viaggiare è anche fare un tuffo a pesce nella storia di paesi che non sono il nostro.
Per questo motivo Bosworth Battlefield è davvero una grande tappa per un viaggio in Inghilterra.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...