Viaggio a Lindisfarne

Inghilterra Lindisfarne
Picture by Chris Frost @ 500px.com
Un anno fa, in questo periodo, stavo proprio pensando a dove passare le ferie estive.
Quando parto ad organizzare qualcosa macino, macino, macino finché il mio cuore non si sente soddisfatto. E' come se dentro di me ci fosse una certa inquietudine.
Smanettavo sere su sere per metter insieme quello che avevo chiamato "Project Westmoreland" perché proprio verso quella regione inglese dal nome antico volevo dirigermi.
Dicesi Westmoreland la parte dell'Inghilterra che si trova proprio sotto il confine della Scozia.
Questa regione è ora divisa in due: la Cumbria a Ovest e il Northumberland ad Est.
La mia idea di viaggio era quella di fare una sorta di Coast to Coast inglese, seguendo il Vallum Adrianum e visitando il più possibile.
In due settimane era un'utopia, in tre sarebbe stato perfetto.
Questo progetto è ancora vivo dentro al mio cuore e mi solletica non poco.
Per questo motivo eccomi qui a raccontarvi uno di quei punti che sarebbe stato un must del mio coast to coast in salsa britannica.
Se girate per l'Inghilterra e dite la parola "Lindisfarne" (che si pronuncia proprio come si scrive) a qualcuno un po' appassionato di storia, probabilmente otterrete un'espressione un po' tra il crucciato e l'interessato.
Questo luogo è un po' una "Caporetto Ante Litteram" per gli inglesi perché proprio da lì iniziò la seconda vera e propria invasione della Gran Bretagna.
I Romani avevano già fatto la loro storia sulla Perfida Albione e ormai avevano lasciato lo spazio a molte popolazioni locali. Siamo nell'ottavo secolo, circa nel 790 o giù di lì, quando dei pacifici monaci che vivevano in un convento-castello videro arrivare delle navi.
Fino a quel giorno, quel territorio era conosciuto semplicemente come Holy Island ed era abitato da una colonia monastica che costituiva un punto d'appoggio importante sia culturalmente che economicamente.
I monaci erano soliti registrare gli avvenimenti e, negli annali del 793, venne registrata la prima incursione vichinga della Storia.
Probabilmente i Vichinghi se ne andavano in giro per il mondo già da un bel po' ma nessuna cronaca aveva mai parlato di loro.
Arrivavano dalle coste della Danimarca e furono molto crudeli con i monaci.
Il monastero venne depredato, molti monaci morirono, quelli rimasti scapparono.
Da quel punto di Gran Bretagna partì una conquista che segnò profondamente territorio e popolazioni.
Fu un qualcosa di così importante che un'intera parte dell'Inghilterra venne chiamata per molto tempo Danelaw, ovvero legge danese... perché in quel territorio le leggi applicate richiamavano quelle Vichinghe e non quelle dei sovrani inglesi che sarebbero approdati sul trono.
I monaci, dopo un po' di tempo, tornarono a Lindisfarne e vi restarono finché su di loro non si abbatté la scure decisa di Enrico VIII, nel sedicesimo secolo.
Ma Lindisfarne, le sue mura, la sua storia sono rimaste là, a guardia di una costa che guarda verso Nord-Est e che vuole ricordare come nessun territorio, isolano o continentale, non sia mai realmente al sicuro.
In tempo contemporanei, Lindisfarne è stata set cinematografico per molte opere.
Il Macbeth di Polanski deve molta della sua atmosfera magica e intensa proprio al cielo e ai castelli del Northumberland.
Io mi sono segnata tutte le location e prima o poi le passerò una ad una.
Tra loro c'è anche Lindisfarne con il suo passato ben presente, la sua immagine quasi spettrale e quelle mura che, secondo me, muoiono dalla voglia di raccontare la loro storia.
Che dite? Faccio bene a tenere ancora presente il mio Project Westmoreland?
E' o no è un buon motivo per volare a Nord dell'Inghilterra?
Si possono ad esempio trovare dei Voli Economici su Expedia e partire alla scoperta di un paese che va ben oltre la sua immesa e fantastica capitale.
This is England!


Kipper: il gusto di Mann (e di altre isole)

Kipper Isle of Man
Picture from theFishSociety.co.uk

Allora... quando chiedo a Gian di definire il gusto di quel Kipper di Aringhe mangiato sull'Isola di Man lui mi dice "il gusto è indescrivibile, tra l'affumicato e il gasolio. E' talmente particolare che o si ama o si odia".
Ecco. Potrei chiudere il post qui dato che lui vi ha già detto molto... ma andiamo per gradi, vi racconto qualcos'altro.
Dicesi Kipper una modalità di conservazione del pesce. Si tratta di una sorta di essicatura e affumicatura ed è un qualcosa molto diffuso su tutte le isole britanniche che strizzano l'occhio verso Nord.
Vi dico questo perché non ho trovato nessuna informazione ufficiale sull'origine della pratica del Kipper ma mi sa molto di Vichingo e Scandinavo e, fatalità, si è diffusa proprio in quei territori che dove i Vichinghi vissero a lungo.
In certi posti, come sull'Isola di Man, è il non plus ultra della gastronomia locale, un qualcosa di cui andare fieri e provare a tutti i costi.
Fu proprio in fede a questa affermazione che Gian decise che la sua prima colazione sull'isola di Man sarebbe stata composta da uova strapazzate e da Kipper.
Gli arrivò un bel piatto con un'aringa che si faceva sentire da kilometri di distanza.
Lui fu un signore e mangiò il possibile ma il Kipper proprio non incontrò il suo gusto favorito, figuriamoci a colazione
Sull'Isola di Man però è davvero una scelta di gran gusto quella di buttarsi a capofitto in un piatto di aringhe ben conservato.
Lo sanno bene quelli di Manx Kippers, probabilmente l'azienda più antica di tutta l'isola di Man.
Questa factory si trova a Peel, proprio di fianco alla House of Manannan di cui vi ho già parlato e la visita è solo per chi ha lo stomaco forte e l'olfatto capace di schermare odori troppo intensi.
Io non mi ci sono avventurata ma, vi assicuro, l'aroma intenso derivante dal lavoro di chi si occupa di Kipper è davvvero intenso anche a pochi metri di distanza.
Una sezione intera della House of Manannan è totalmente dedicata all'arte del Kipper perché quello strano modo di conservare a lungo ciò che il Mare d'Irlanda si litigava coi pescatori dell'Isola è davvero un fondamento della storia di tutta Mann intera.
Dove c'è un pescatore c'era chi conservava il pesce perché le tempeste invernali, il buio intenso di alcuni mesi e i venti che non permettevano alle barche di uscire dovevano pur essere combattuti in qualche modo.
E quel modo prevedeva di curare il pesce in un modo particola, di essicarlo e affumicarlo in modo che potesse essere mangiato mesi e mesi dopo.
Anche in Italia succedeva, in tempo di guerra, che l'aringa affumicata fosse il cibo per molte famiglie intere. Da me in Veneto, polenta e scopeton (l'aringa, per l'appunto) era ciò che di più nutriente una famiglia potesse sperare d'avere sotto i bombardamenti tedeschi.
Sull'Isola di Man, gustare il Kipper al giorno d'oggi è una scelta quasi gourmand per chi visita l'isola.
I costi sono buoni e l'esperienza intensa (sia essa fatta a colazione, pranzo o cena) è assicurata.
Su altre isole britanniche il Kipper è stato applicato ad altri pesci e ad altri prodotti marittimi.
Forse un Kipper Salmon è più gustoso di un Kipper Herring ... chi lo sa.
Io spero di avere presto la forza e l'occasione di gustarlo per bene per completare la conoscenza di un luogo che mi è entrato nel cuore.
Ho in mente di scrivervi a breve una piccola guida-itinerario su come gestire una settimana sull'Isola Di Man. Nel frattempo voi segnatevi come primo appunto "decidere se provare il Kipper".
Poi mi direte della vostra decisione.



Sulla Cima del monte Tamaro

Escursione sul Monte Tamaro in Svizzera
Picture from Galinsky.com
Metti un giorno di fine estate, quando è ancora caldo ma non troppo ed esci di casa con l'intento di fare una bella passeggiata ma non sai bene dove.
E allora succede di camminare tutta una mattina sulle rive del Lago di Lugano per poi capire di non avere tanta voglia di andare a casa.
Allora che ci fa?
Si prende la macchina e si arriva fino alla partenza della Cabinovia per il Monte Tamaro.
In tanti anni in Svizzera, non mi ero mai soffermata sull'idea di poter salire su quel monte.
Strano perché vedevo quella cabinovia tantissime volte scorrazzando tra Lugano e Bellinzona (la cabinovia passa proprio sopra l'autostrada) ma mai avevo pensato di poterla prendere.
Quella domenica fu davvero un pensiero d'impulso a guidarmi lì.
Detto e fatto, ero già pronta con i biglietti in mano per me e Gian.
Il viaggio non è lunghissimo ma è uno spettacolo.
Se vi mai vi troverete in Ticino in una giornata splendida e limpida, fate un pensierino su questa esperienza.
Mentre la cabinovia saliva lenta, io ammiravo tutto quello che c'era attorno a me.
O forse dovrei dire sotto di me, perché dalla cabinovia è possibile ammirare il bosco di latifoglie da un punto di vista molto speciale e privilegiato.
Volare, se così si può dire, ad altezza delle cime di Quercia è davvero una bella esperienza.
Ci si sente un po' creature dei boschi, capaci di svolazzare di ramo in ramo per poi volare ancora più in alto.
Mentre la funivia continua il suo percorso, a poco a poco, appaiono attorno a noi le cime più belle delle Alpi più alte.
Proprio quelle stesse montagne che ti fanno dire "Sì, sono in Svizzera!"
Non appena arrivati in cima e scesi, ci si trova in un pascolo davvero grande adatto a moltissime attività.
Ce ne sono per grandi e per piccini e da lì si può partire per un gran bel trekking seguendo i sentieri tracciati già in quota.
Il Panorama è davvero mozzafiato, o almeno lo era per me quel giorno.
Se partite sprovvisti di cibo o cose da bere, non disperate. Proprio all'arrivo della cabinovia c'è una baita che sarà pronta a servirvi ogni genere di bontà assoluta... e soprattutto svizzera.
Io quel giorno mi sono concessa del grand relax in mezzo ai prati, non prima però di essere corsa ad ammirare la grande opera che l'architetto ticinese Mario Botta ha progettato proprio per il Monte Tamaro. 
Si tratta della Chiesa di Santa Maria degli Angeli e, lo ammetto, potrebbe piacere oppure no.
E' una costruzione architettonica sicuramente non convenzionale ma capace di mettere in totale dialogo l'uomo, l'arte, la struttura e la montagna.
C'è chi ci vede un luogo di raccoglimento, c'è chi ci vede un luogo dove guardare meglio un panorama, c'è chi, invece, non ci si avvicina nemmeno.
Io, personalmente, l'ho davvero adorata e capita molto dopo averla guardata per la prima volta.
Un giro sul Monte Tamaro non è solo una gita fuori porta ma è la possibilità di guardare da un punto di vista privilegiato il Canton Ticino.
Lo vi vede nella quasi sua totalità e, in quel momento, gli si promette di tornare.
Quel giorno ho ceduto all'acquisto compulsivo di un souvenir, anzi due.
Due bellissime tazze che, quando sono usate per far colazione o per bere un buon tea, mi ricordano di quel territorio dove sono diventata grande: la mia amata Svizzera.


Ecco una delle due tazze del Monte Tamaro

Cracovia: la salvezza in fabbrica

Picture from Wikipedia.org
Cracovia per me è un luogo piemo di sorrisi.
In quella città è cresciuto uno degli incontri più importanti della mia vita da viaggiatrice là. Quando un viaggio nasce per caso e ti occupa poi l'avvenire intero. E questo è bellissimo.
Da Cracovia un giorno me ne sono andata verso Auschwitz per volontà storica, volontà di capire... capire forse qualcosa più grande del mondo intero. 
Sono tornata da quel piccolo viaggio (tra Cracovia e il Campo di Sterminio il viaggio è breve ma sembra immenso) profondamente devastata e con la voglia immensa di cercare di appigliarmi di nuovo alla mia realtà, a qualcosa di così sorridente, solare e vivo da saper portarmi su di un altro pianeta.
Inizialmente mi sentivo in colpa per tutta quella voglia di vita perché mi sembrava di evitare deliberatamente un passato che era lì che rotolava con gravi macigni, come fosse la peggiore delle frane.
Evitarlo non mi serviva, ignorarlo era per me impossibile.
Onde evitare di farmi sopraffare dalla Storia più assoluta, decisi che dovevo riuscire a trovare un barlume di speranza dentro una vicenda tanto buia.
Ho ripensato a tutto questo ieri, dato il Giorno della Memoria.
Io resto sempre della mia opinione che certi giorni non debbano esistere perché sempre bisogna ricordare. Bisogna ricordare nella quotidianità e nel nostro vivere tranquillo perché sarà proprio questa quotidianità della riflessione che ci porterà a non ripetere certi errori.
Tutto ieri mi portava di nuovo là ... ed ora eccomi qui a raccontarvi il mio personale barlume di speranza.
In mezzo a Cracovia scorre la Vistola, Wistla in polacco.
Spesso quando si visita quella bellissima città non si ci rende conto dell'esistenza del fiume perché si resta dentro quello "Stare Miasto", città vecchia, che tanto è capace di strabiliarci.
Quando ci si spinge fino al ghetto poi, la Vistola compare qua e là ma raramente si varcano i ponti verso una città che, a vederla dal di qua del fiume, sembra grigia, industriale, molto sovietica e sicuramente meno interessante della città vecchia.
Io, invece, in quel grigiore di città industriale fatta di incroci immensi e semafori chiassiosi... beh... io lì ci ho trovato il mio barlume di speranza.
In una zona chiamata Lipowa 4, ben servita dai mezzi pubblici, si trova la Oskar Schindler's Factory, quella stessa industria raccontata nel film di Spielberg.
E' visitabile solo guida ed io, quel giorno, riuscii ad infilarmi in un gruppo che stava iniziando il suo tour.
E' una vecchia industria come molte se ne possono vedere ma quello che io vedevo in ogni singola pentola prodotta, in ogni singolo coperchio, in ogni singolo pezzo di artiglieria militare era un accenno di libertà e la speranza totale di sopravvivenza.
Ho visto il film mille volte da che è uscito fino a ieri.
Ora lo guardo con occhi diversi perché sono cresciuta io, perché ho conosciuto Cracovia in pieno, perché guardo quelle vie ritratte nella pellicola ed ora ritrovo qualcosa che i miei piedi hanno calpestato.
Mentre visitavo i capannoni del Signor Schindler io pensavo solo alla salvezza e il mio cuore si riempiva di vita perché una vocina mi diceva che qualcuno ce l'aveva fatto.
L'incubo non aveva fagocitato tutti.
Lo sapevo anche prima di andare lì ... certo ... ma non avevo toccato con mano quella esperienza.
Se pensate di andare a Cracovia, mettere in conto un giro dal Signor Schindler.
Fate attenzione: io vi consiglio di andare prima nell'orrore di Auschwitz e Birkenau e poi visitare l'azienda di Schindler.
Per quanto forti pensiamo di essere, quell'esperienza è sempre devastante.
Non pensiamo di essere super-eroi perché viviamo in un'altra epoca.
Siamo esseri umani, soffriamo e pertanto abbiamo bisogno di speranza.
E Cracovia ne ha una riserva molto buona.

Paganella: l'alba di un giorno nuovo

Alba sulla Paganella
© 2013 Giovy
Non capita tutti i giorni di poter vedere l'alba dalla Cima della Paganella a 2200 metri circa.
E se quel giorno poi è anche il tuo compleanno, la meraviglia è addirittura doppia.
Io e la Paganella ci conosciamo da tempo.
Quando ero adolescente, o giù di lì, capitava di passare qualche week end estivo tra Andalo e Molveno.
Sembravano viaggioni d'altri tempi, fatti con macchinine stracolme sia di attrezzature che di sogni grandi.
Spesso mi capita di pensare alla montagna, proprio quando ci sono momenti in cui perdo un po' la bussola e ho bisogno di ritrovare il mio sentiero.
Non ho fatto mistero del fatto che, venerdì e sabato scorsi, per me fossero stati giorni totalmente out.
Appena arrivata a Molveno, respirando a pieni polmoni quell'aria di montagna, gran parte dei miei pensieri annebbiati si erano già diradati.
Pur conoscendo i profili di quelle montagne molto bene, non avevo mai esplorato a  fondo la Paganella e il suo altopiano.
Avessi avuto un bel giunco per le mani, mi sarei frustata da sola.
Il territorio della Paganella è un qualcosa che sorprende, seppur nella sua semplicità.
Un altopiano ben distribuito e dall'offerta veramente ampia, sia che si amino i momenti tranquilli e di relax, sia che sia voglia aggiungere del gran pepe alla propria vita.
Del gran pepe ce l'ha messo addosso (grazie grazie grazie!) l'organizzazione di questo blog tour davvero ben fatto.
Sabato 19 gennaio, giorno in cui diventavo più vecchia di un anno, la sveglia è suonata alle 5.30, in modo da essere pronta per le 6 per salire proprio sulla cima della Paganella in tempo per l'alba.
Non credevo al freddo di quel momento ma non potevo nemmeno trovare le parole adatte per definire l'alba sulle Dolomiti. E quanto un tour parte così, il resto è anche meglio!
E' stata un'occasione unica, durata un quarto d'ora al massimo.
Strano come certi spettacoli così cangianti siano capaci di metterti il sorriso addosso in modo così indelebile da non riuscire a cadere nemmeno quando un tendine della caviglia fa tanto male.
Sulla Paganella si ciaspola alla grande, condotti da guide esperte, simpatiche e piene di cose da comunicare.
Sulla Paganella si può raggiungere l'Agritur Il Filo D'Erba e imparare a fare lo strudel più buono di sempre. 
Su quelle splendide montagne si può godere di un gran benessere dopo mille kilometri passati tra monti, neve e boschi.
A Spormaggiore, a pochi kilometri da Andalo, ci sono tre belle lupe e delle orse che aspettano tutti noi.
Questi animali vivono in un'area faunistica che non ha pari nel sud Europa.
I loro recinti sono immensi e sono liberi di correre per i boschi e fare la loro vita da animali liberi e felici.
Devo ammettere che mi aspettavo molto da questo piccolo viaggio sulle Dolomiti della Paganalle ma ho ricevuto indietro qualcosa di molto più grande delle mie aspettative.
Sono sempre più convinta che ci sia un elemento capace di insinuarsi nel ricordo di un viaggio o nelle esperienze che facciamo.
Questo elemento è la meraviglia e arriva quando meno te lo aspetti.
Circa una settimana fa, in piena alba, la meraviglia mi ha presa per mano non appena scesa dalla seggiovia della Paganella.
In quel freddo immenso lei mi parlava e mi diceva di star lì ad ammirare tutto ciò che i miei occhi potessero cogliere.
Lo stesso mi è successo il giorno dopo quando, sotto la neve più intensa, tre lupe correvano nel bosco davanti ai miei occhi.
Spesso pensiamo a mete esotiche e distantissime per cercare di mettere la parola viaggio addosso ai panni che portiamo.
La Paganella è lì dietro l'angolo, adatta a tutti e in tutti i periodi.
Che cosa c'è di male nel considerarla così meravigliosa come davvero è?

PS: se avete voglia di guardare qualche altra foto, cliccate qui

Primo Mattino sulla Paganella
© 2013 Giovy

Carmarthen: la città di Merlino

La città di mago merlino in Galles
© 2013 Nerys
Vi ho parlato davvero molto del Galles. Lo sapete: è un luogo che alimenta da molto il mio cuore.
Io e il Galles abbiamo cominciato a conoscerci piano piano, passo dopo passo. Malgrado non sia un territorio immenso, è denso e fitto di luoghi interessanti e bisogna sempre avere del gran tempo a disposizione per goderne al meglio. Conosco molto bene il Nord e vi potrei dire tante cose. In parte l'ho fatto e continuerò a farlo. Oggi ci trasferiamo a Sud. Per raccontarvi meglio questa parte di Galles ho pensato bene di chiedere un parere autorevole. Il post che leggerete è scritto da Nerys, una ragazza Gallese che vive a Milano da un po'. Oggi ci porta in viaggio a Carmarthen.

Quel treno attraverso la Mongolia

Ferrovia Transmongolica
Picture by Lars Bemelmans @500px.com
Splendida Bolormaa
Arresa all'amore
Fluida cortorta molle resistente
Lascia fluire il dolore
Che la felicità è senza limite 
E va e viene
Densamente spopolata è la felicità

C.S.I - Bolormaa

Nella vita di molti viaggiatori (mi verrebbe da dire "tutti" ma mi sbilancerei troppo) c'è quel momento in cui ti accorgi che davvero il mondo è densamente spopolato o popolato, come dicono i C.S.I.
A me è successo presto prestissimo, perché mi sono ritrovata nel mezzo di un viaggio che mai avrei creduto di fare.
Era il 2000 ed era di Marzo.
Molto prima che acquistassi il mio primo cellulare.
Fu come destarsi da un lungo letargo fatto di non so che cosa.
Mi risvegliai (moralmente diciamo) su di un lungo treno che attraversa il deserto.
Quel deserto si chiamava e si chiama tutt'ora Gobi.
Ed io ne fui travolta in un modo pazzesco.
In quel viaggio c'era il mio fedele walkman (oddio... come fa viaggio-vintage!) con me, il mio inseparabile diario pieno di cose e tanta curiosità e stupore.
Ero a Pechino e si decise di andare verso Nord.
Prima si disse: "Andiamo in Manciuria e Mongolia interna".
Poi quel "interna" si perse e restò solo la Mongolia.
Giorni fa gli amici Wyw erano in radio a dire qualche parola prima di partire.
Hanno nominato la Transmongolica ed io mi sono rivista in un attimo su quel treno che a me sembrava lunghissimo mentre immenso non lo era.
Ma il suo viaggio lo era certamente.
Ci vuole del tempo per viaggiare lenti e spesso non lo si ha.
Avventure come la Transmongolica sono un qualcosa che ti posiziona nel cuore qualcosa di nuovo.
C'è chi si innamora delle steppe, c'è chi adora la stranezza "aliena" (nel senso di diversa) di una città come Ulan Bator.
Quando la vidi io era ancora un baco dentro al proprio bozzolo.
Ora probabilmente è nella sua fase farfalla e speriamo duri tantissimo se non sempre.
Io mi sono innamorata del giallo ocra del deserto dei Gobi.
Mi immaginavo mille storie ambientate su quella terra mista a sabbia che sapeva volare via come i miei pensieri.
Lo guardavo e lui, come per magia entrava dentro di me.
E nelle mie orecchie risuonavano i C.S.I: la voce di Giovanni Lindo Ferretti e quella bellissima di Ginevra di Marco aiutavano i miei occhi a spalancarsi ad un Asia che mai avrei pensato di mettere in conto.
Il viaggio durò giorni, su giorni, su giorni. Andata e ritorno. Come gli Hobbit.
Scesa dal treno a Pechino mi chiesi quando avrei rivisto quel deserto così speciale ai miei occhi.
Successe poco dopo; lo vidi dall'aereo mentre tornavo in Italia.
Mentalmente lanciai giù un sassolino per dire a quel luogo "aspettami, prima o poi torno".
Tornerò? Chi può saperlo.
Intanto affido un pezzettino dei miei pensieri a Wyw.
Chissà che passino di lì, pensandomi almeno un minuto.
Che la strada sia buona, sempre...

Torino: mille e un gusto


Antipasti tipici torinesi
© 2013 Giovy
Quando viaggio sono sempre molto attenta a godermi anche un bel po' di "gusto" del luogo che visito.
Sembra un luogo comune ma, per me, non lo è.
Il gusto è esplorazione così come lo è una camminata di una giornata intera o la visita ad un museo interessante.
A Torino abbiamo cercato di non farci mancare niente: avevamo kilometri e kilometri di portici per vistare la città, avevamo musei pazzeschi... ci mancava solo il gusto.
Ci ha soccorso TurismoTorino che ci ha spediti dritti dritti a cogliere al volo un occasione che faceva proprio il piatto ricco.
L'Ente Turistico di Torino e Provincia ha fatto davvero una grande cosa.
Si è reso ambasciatore del gusto della propria zona ed ha raggruppato e recuperato ricette tradizionali.
Oltre a ciò, ha selezionato una serie di ristoranti che, in sere diverse, propongono un ottimo menù della tradizione.
E questo non è poco in un epoca in tutto corre veloce e spesso ci si dimentica la ricchezza che può dare il gusto completo di un piatto che arriva dalla tradizione.Così, io e Gian ci siamo seduti ad un tavolo della Locanda del Sorriso, in via Saluzzo a Torino, per gustare davvero un bel po' di Piemonte ... nel piatto.
L'iniziativa prende il nome di Sapori Torinesi e, ve lo assicuro con la mano sul cuore, merita alla grande.
Torino Locanda del Sorriso via Saluzzo
© 2013 Giovy
Conoscevo l'origine piemontese di certi piatti più che conosciuti a livello nazionale ora ma non mi aspettavo, ad esempio, che il Vitello Tonnato fosse prettamente torinese.
Nel nostro piatto si trovavano anche un ottimo sformatino di topinambour e del peperone di Carmagnola con della bagna cauda che rasentava la bontà divina.
E questo era solo l'inizio perché poco dopo sono arrivati gli Agnolotti conditi con il sugo dell'arrosto.
E' un classico della domenica... uno di quei piatti in cui ti devi mettere lì con calma e pazienza dal giorno prima per preparare tutto.
Questi piatti per me non sono semplice cibo ma sono una sorta di piccolo rito meticoloso, più preciso di alcune leggi della matematica.


Agnolotti col sugo d'arrosto
© 2013 Giovy
Mangiati gli agnolotti, lo stomaco mio e di Gian di preparava per il secondo.
Io andai con un altro grande classico della cucina piemontese tradizionale: il brasato.
Ecco, il brasato è uno di quei piatti che non preparo mai perché davvero è un qualcosa capace di misurare la pazienza di chi si mette lì a comporlo.
Non è un piatto; è una sinfonia suonata con dovizia di particolari dall'inizio alla fine.
Brasato con purè
© 2013 Giovy
La fame di Gian, invece, si è affidata ad un piatto iper-tradizionale di mezzo Piemonte ma davvero per palati coraggiosi: la Finanziera.
Questo piatto era molto in auge tra i banchieri torinesi del periodo dell'Unità d'Italia.
La moda di quel tempo voleva che i banchieri portassero un certo tipo di giacca, chiamato per l'appunto la Finanziera.
Il piatto prende il nome da lì ed è composto da una serie di frattaglie cucinate assieme, con tanto di puccio per la scarpetta.
Gian se l'è gustato fino all'ultimo ed ha molto gradito.


La Finanziera
© 2013 Giovy
Non esiste buona cena senza un ottimo dolce e, in questo frangente, il Piemonte prende a braccetto il cioccolato e si appresta a deliziare i palati di mezzo mondo.
Mezzo mondo forse no ma quello mio e di Gian sì.
E la delizia prende il nome di Bonet.
Definirlo budino è essenzialmente riduttivo.
E' una bontà fatta di cioccolato, nocciole, amaretti e tuorli d'uovo.
Come accade per tutte le altre ricette, anche il Bonet richiede davvero tempo.
Il bonnet
© 2013 Giovy
Scrivendo questo post mi è venuto davvero da riflettere sul fatto che troppo spesso rinunciamo a piatti confortanti o semplicemente tradizionali perché il tempo ci fugge da sotto i piedi.
Proprio l'altra sera ho lasciato che il forno mi preparasse la cena.
Certo, dopo una giornata d'ufficio e mille ore di computer spesso non ho voglia di cucinare.
Non mi posso lamentare, perché c'è chi ha lavori più pesanti di me.
Quello che davvero mi piacerebbe se potessi esprimere un desiderio, sarebbe il fatto di poter avere del tempo in più.
Del tempo per scrivere, viaggiare, amare, pensare, leggere, riposare, dormire, nuotare o ricominciare a giocare a rugby.
Del tempo prezioso per entrare nella mia cucina arancione intenso e tirare fuori le mie pentole per portare la tradizione che è dentro di me vero il futuro.
E, se ci guardate bene, la tradizione è dentro tutti. Basta cercare.
E questo Torino l'ha fatto benissimo.

Il cucchiaio di Toledo

Viaggio nel cuore della Spagna
Picture by Angel Rollon @500px.com
Quando io e i miei due Hermanos siamo arrivati in Spagna, abbiamo preso la nostra bella Seat Ibiza a noleggio e siamo subito fuggiti da Madrid. La capitale spagnola ci avrebbe accolto alla fine del nostro viaggio. Quello, non appena arrivati, era il momento dell'autostrada e di Toledo.
Me l'ero sognata in tutte le salse quella città.
Me la immaginavo afosa, con le mura roventi per il sole d'agosto, tutta color sabbia con due immense ed imponenti strutture a farle da guardia: uno era il castello l'altro la cattedrale.
E a quella cattedrale pensavo spesso e le dedicherò un post perché io già mi vedevo Torquemada camminare per quelle navate immense senza muovere un passo.
Avete presente la suora di The Blues Brothers? Ecco... lei volava e per me Torquemada volava.
Anyway, Toledo mi si è presentata proprio come la sognavo.
Non una virgola di differenza.
Faceva caldissimo in quella quasi sera estiva.
Faceva caldo ed c'era una luce bellissima.
Montammo le tende in tutta tranquillità e, dopo una doccia ristoratrice, ci mettemmo qualcosa di carino (insomma... di più carino di quanto avevamo prima) e ce ne andammo verso il centro.
Cominciammo con qualche giretto di Tapas che, visto che sei in Spagna, non possono mai mancare.
La San Miguel era più che ristoratrice e, nel pieno entusiasmo di un viaggio che era appena iniziato, ci venne fame.
Al tempo io parlavo spagnolo pochino, ma me la cavavo.
I miei hermanos proprio no.
Infondo in viaggio non ci si dovrebbe preoccupare della lingua quando si è un po' creativi.
E tre veneti che creatività vuoi che tirino fuori in quel della Spagna?
Massì dai ... lo spagnolo e il dialetto veneto sono molto simili... vuoi che non ce la caviamo?
Belli e convinti di questa cosa, troviamo un'osteria davvero niente male.
Sembrava proprio uno di quei bellissimi posti un po' sgrausi, ma sgrausi belli... ovvero alla mano.
Quei posti dove ti siedi e non ti senti al ristorante, ti senti a casa.
L'oste era di quelli genuini e un po' ruspi: avete presente quei tipi che sembrano sempre arrabbiati ma poi ti fanno un sorriso e sei felice? Ecco.
Eravamo là seduti in attesa dei nostri platos combinados e delle nostre ennesime San Miguel ghiacciate quando l'oste ruspio si apprestava a servire altri tavoli.
Era nervosetto l'uomo e, nel portare un piatto ad un tavolo vicino a noi, gli cadde un cucchiaio a terra.
Sbuffo e fu ben visibile l'incresparsi del suo nervo quando ci girò verso una cameriera e, con fare perentorio, urlò una cosa per noi incredibile.
"Mariaaaaaa, dame la cuchara!!"
Se siete veneti capirete, se non lo siete andate avanti a leggere.
Il mio Hermano Andre esplose, è proprio il caso di dirlo, in una risata che più forte non sarebbe potuta essere.
Hermano Michi ed io ridemmo fino alle lacrime.
Poco dopo tornammo composti e, in modalità iper-seria, Hermano André decretò:
"Ve l'ho detto io... è uguale al dialetto veneto".
Quello fu il primo grande assioma di quel viaggio.
Un percorso che porta davvero sempre dentro al cuore unito a molti sorrisi.

Quando il gioco si fa duro

Compleanno Giovy da piccola
© 2013 Giovy
Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.
E quando i post sono duri da scrivere, chi veramente ama comunicare con le parole si mette lì e scrive.
Comincio a farlo durante una pausa pranzo ma credo che tra un po' smetterò perché il lavoro incombe.
Scrivo ed ho mille pensieri in testa perché domani, 19 Gennaio, è il mio compleanno.
E ne faccio 35. Tanti vero?
Da un lato me li sento sulla pelle.
Da un altro vorrei non averli mai.

L'anno scorso vi avevo raccontato il mio compleanno in un post che vi mostrava la mia foto preferita di quando ero piccola.
Vi raccontavo della mia mamma che, testarda più che mai, mi aveva fatta nascere quel giorno.
Quest'anno il gioco si fa davvero duro per me perchè per la prima volta nella mia vita mi ritrovo a festeggiare il giorno della mia nascita senza l'attrice principale.
Se è vero che io ero quella che venivo al mondo, di sicuro è ancor più vero che la protagonista vera e propria del 19 Gennaio 1978 era la Bruna e la sua volontà di farmi nascere.
E' strano come ci si ritrova a cercare foto con qualcuno, proprio quando questo qualcuno non c'è più.

Io ho guardato nel mio album e ho trovato la foto che vedete qui sopra.
Era il mio primo compleanno e quella che vedete con me è la mia mamma.
Guardando quella foto ho fatto subito il seguente pensiero: in età adulta, tolte un paio di foto con tutta la famiglia, io non ho più fatto foto con mia madre.

Negli ultimi 11 anni abbiamo vissuto distanti, sentendoci spesso e raccondandoci molte cose.
A volte bene, a volte litigando, a volte sentendo la mancanza l'una dell'altra.
Della mia mamma ho sempre detto questa cosa "La Bruna mi vuole bene a modo suo" perché lei era una tutta d'un pezzo e lo è stata fino all'ultimo. Fino a quel maledetto 9 Giugno 2012.

Io oggi penso a lei da matti.
Perché senza la sua forza probabilmente non sarei quella che sono oggi.
Perché senza la sua voglia di viaggiare io non mi sarei mai messa, forse, lo zaino in spalla.
Perché lei mi raccontava il suo essere una outsider e splendidamente moderna negli anni '60, tanto da aver preso un aereo solo per andare a trovare uno che le piaceva (pochissimo prima di mio padre).
Perché lei mi ha insegnato il valore dell'indipendenza, del lavoro e dell'autonomia.
Perché lei mi ha sempre detto che ero una che aveva bisogno di scrivere.



Ok, post scritto... non lo rileggo perché mi farebbe male.
Perdonate eventuali errori.

Oggi è difficile. Domani probabilmente lo sarà ancora di più.
Ovunque sarò, alle 12.05 guarderò il cielo e tutti miei pensieri saranno per lei.

La Città Proibita: geometrica e magica

Pechino Città Proibita
Picture by Alexander Hogstrom @500px.com
Quando sono atterrata a Pechino e l'ufficiale della dogana cinese ha messo il timbro sul mio passaporto, la mia mente si mise a sentire vicini quei tre sogni che sognavo dal giorno in cui pagai il biglietto per la Cina: la muraglia, la Città Proibita e Piazza Tien'anmen.
Potrebbero sembrare dei grandi stereotipi comuni a tutti i viaggiatori diretti in quel della Cina ma io vi (e mi) dico che non c'è nulla di male nel voler cedere alle cose comuni ogni tanto.
Devo essere sincera: quando sono approdata nella capitale cinese non sapevo che cosa aspettarmi.
Era il 2000 e quindi un bel po' prima di quelle olimpiadi che hanno letteralmente trasformato la città.
Il primo giorno ero davvero fusa, sia per il viaggio che per le emozioni.
Il secondo giorno, di buona mattina, corsi subito a vedere la piazza resa (purtroppo) nota dai fatti del 1989. Mi sentii quasi un puntino misero in mezzo a quella moltitudine di grandezza.
Fu per questo che, entrando, nella Città Proibita, mi sentii quasi sollevata perché c'erano delle mura a proteggermi dalla vastità di una piazza che non si può nemmeno immaginare.
Varcare la porta della Città proibita mi regalava la sensazione di entrare dentro ad un film di Bertolucci.
Guardavo la porta con il ritratto gigantesco di Mao e mi facevo mille domande: un po' su quell'uomo che voleva portare la Rivoluzione in Cina.
Un bel po' di domande riguardavano l'ignoto che si trovava dietro quella porta.
Mille volte l'avevo immaginata, mille altre volte avevo cercato di capire come si componesse un palazzo imperiale così grande.
Numerologia, astrologia e tanta architettura: ecco alcuni fondamenti di un luogo che venne detto "proibito", non per quello che si combinava lì dentro ma per il fatto che il popolo non potesse entrare.
Tutto si sviluppa attorno ad un cortile con un dato numero di fossati, corsi d'acqua, ponti ed edifici.
Il tutto preso a ripetizione, ripetizione e ancora ripetizione.
La Città Probità è formata da una serie infinita (o quasi) di ripetizioni architettoniche che creano un ordine immenso negli occhi di chi guarda ma anche un bel po' di smarrimento per troppa perfezione.
O almeno quello è ciò che pensavo io.
Ad un certo punto della visita (se potete, fatela con la guida) mi guardavo a torno e mi dicevo "ma qui non ci sono già stata?"; poi osservavo per bene la realtà attorno a me, cogliendo magari qualche piccolo dettaglio che mi garantiva la differenza con il "modulo" visitato poco prima.
Una degli ambienti che mi ha colpito di più è stata quella porzione di palazzo dedicata alle concubine.
La mia mente era corsa subito a "Lanterne Rosse" di Zhang Yimou e cercavo di immaginare al meglio quella porzione di palazzo illuminata in piena notte.
Mi immaginavo vita e dolori della combina preferita, nel momento in cui un'altra preferita sarebbe subentrata a lei.
Sarebbe stata uccisa, forse. O sbattuta fuori dal palazzo.
O forse tenuta lì ad insegnare alle ragazze giovani.
Per visitare la Città Proibita ci vuole davvero tempo... perché va gustata, va ponderata, va lasciata scorrere sulla propria pelle.
Una volta usciti si verrà risucchiati nel traffico e nel rumore di Pechino.
La Città Proibita è davvero l'essenza ordinata di una città caotica.
Le sere successive a quella visita, andai a passeggiare di nuovo in piazza Tien'anmen.
Guardando verso la porta d'ingresso, sotto il faccione di Mao, ora vedevo qualcosa di diverso.

Rushen Abbey: piccolo paradiso

VIsitare Rushen Abbey Isola di Man
© 2013 Giovy
Oggi ce ne torniamo sull'Isola di Man.
Ve la sto raccontando pezzettino per pezzettino e per me è come ripercorrere tutte le strade di quel viaggio.
Una delle prime mattine sull'Isola, io e Gian ce ne andammo a prendere l'autobus che puntava a Castletown, ovvero a Sud.
Nel pomeriggio di quel giorno avremmo visitato Castle Rushen ma prima dovevamo fare una fermata a Ballasalla, non prima di aver attraversato il Fairy Bridge
Ballasalla è un posto davvero normale se non fosse per il nome (di chiara derivazione gaelica Irlandese)  e se non potesse vantare la presenza di Rushen Abbey.
Rushen Castle ... Rushen Abbey... ma si chiama tutto Rushen lì?
Si vede proprio di sì, perché essa fu costruita da monaci Irlandesi per su ordine dello stesso re che decise di costruire quel baluardo difensivo in quel di Castletown.
Questa abbazia è un qualcosa di culturalmente fondamentale per l'Isola: essa costituiva il primo vero e proprio centro cristiano riconosciuto e approvato dall'autorità regale.
© 2013 Giovy 
Non dimentichiamo che i re dell'isola di Man erano di discendenza vichinga e pertanto erano pagani.
Fondendosi con la popolazione celtica (e cristianizzata) dell'Isola essi diedero vita ad un prodigio culturale davvero degno di nota.
Rushen Abbey era stata pensata per essere un vero e proprio centro culturale di studi e di preghiera.
C'era il convento dove risiedevano un bel po' di monaci e una biblioteca davvero fornita ed importante. Gli scritti sulla storia dei re dell'Isola di Man venne redatta proprio qui e ce n'è una copia visibile proprio nel museo che precede la visita di ciò che resta dell'Abbazia.
Si deve ad Enrico VIII e alla sua follia verso le congregazioni religiose il disfacimento di moltissimi monasteri sulle Isole Britanniche.
Per Rushen Abbey il destino non fu certo diverso e fu distrutta nel XVI Secolo, dopo circa cinque secoli di importante attività culturale, storico e religiosa.
Quello che è visibile attualmente è solo una piccola parte dell'Abbazia, così com'era dopo l'anno mille, quando venne fondata.
Ciò che è rimasto e che viene costantemente coltivato amorevolmente è un bellissimo giardino con molte piante ornamentali e officinali.
Quel giorno c'era molto vento e il profumo delle piante veniva sparso ovunque.
Proprio il giardino fu il centro nevralgico di molto del turismo balneare che affollò l'isola di Man in Epoca vittoriana. L'Abbazia era in rovina e il rovinismo ha sempre fatto molto cool nelle mode britanniche seguite dall'alta società.
Inoltre, in quel periodo veniva venduto in quel giardino del buonissimo gelato con le fragole che sembrava essere l'offerta cruciale di quelle estati.
Ciò non bastò per riportare alla luce in quegli anni un posto come Rushen Abbey.
Le rovine e il museo sono stati aperti al pubblico solo recentemente.
Il luogo è silente, soprattutto alle 10 quando apre.
Merita una visita e merita una pausa in quel giardino meraviglioso.

© 2013 Giovy 

Manhattan from the ferry

New York dal traghetto
© 2013 Giovy
Era un bel giorno di Aprile di quelli in cui giri con la felpa e ogni tanto ti viene voglia di toglierla e stare in maniche corte.
E' uno di quei giorni, che succedono in tutti i viaggi, in cui cammini un sacco e sembra che il tempo sia dalla tua parte perché scorre lentamente e ti prende per mano.
In uno di quei giorni ti ritrovi a camminare per Lower Manhattan per la terza volta.
Non la terza in quel viaggio ma la tua terza volta su quella minuscola isola capace di generare grandi sogni.
Un appuntamento a Battery Park con alcuni amici e un pranzo al volo con un sandwich al roastbeef buonissimo.
Quattro chiacchiere e poi si prende il ferry verso Staten Island.
E una di quelle cose alle quali non riesco a rinunciare.

© 2013 Giovy
Il Terminal è ora un luogo magnifico.
Annissimi fa, la prima volta che lo vidi, mi guardavo intorno in attesa che uno dei guerrieri della notte saltasse fuori e combinasse chissà cosa.
Mi attirano quei luoghi in cui la gente attende qualcosa per spostarsi.
I terminal dei traghetti sono quelli che mi incuriosiscono di più perché sono quelli che ho frequentato meno.
Il famoso traghetto arancio è un classico di New York, da non perdere perché l'unico modo per avere Manhattan in pugno è quello di osservarla dall'acqua.
Certo, la vista dall'Empire State o dal Rockfeller Building (io preferisco quest'ultima) è davvero un qualcosa che va catturato ma vedere Manhattan dall'acqua ti fa vedere l'isola per quello che davvero è: un impero futurista e futuribile racchiuso in un territorio che se fosse più grande non sarebbe così bello.
Lo ammetto e ve lo racconto: approfittando del fatto che il ferry fosse gratis, la sottoscritta ha fatto anche più di un giro durante il suo secondo giro in quel della grande Mela.
Non ho saputo resistere al vento generato dalla navigazione e non ho saputo fermarmi nell'immaginare le mille storie dei pendolari che popolano quelle barche arancioni, capace di dare una nota di colore acceso alla Baia, anche quando c'è la nebbia.
A New York è tutto molto caro a volte, ma questa cosa è gratis perché la bellezza e lo stupore lo sono.
Quelli sono patrimonio universale dei viaggiatori e di tutta l'umanità.
E questo la Grande Mela lo sa bene.

© 2013 Giovy

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