Olinda: un Nord Est da raccontare

Picture by Ana Caula @500px.com
Quei giorni passati in Brasile mi sono rimasti dentro come pochi altri nella mia vita.
Fare volontariato in una favela è un'esperienza grande e spesso accade di venire schiacciati dalla realtà che ci circonda.
Quando ci si trova in una situazione del genere non bisogna voler fare gli eroi a tutti i costi e non si deve per nessuna ragione al mondo mentire a se stessi.
Quando si vive per tanti giorni dentro ad una favela occorre andare via per un giorno o due e passare delle giornate a godere di cose belle.
E vi assicuro che in Brasile sono davvero moltissime.
Una delle mie cose belle fu il tempo passato a Bahia o a Porto de Galinhas, in assoluto il mio "tropico" preferito.
Di sicuro uno dei momenti che non dimenticherò fu quella giornata intera passata ad Olinda.
Narra la leggenda che, al proprio arrivo, i portoghesi guardarono verso questo promontorio (al tempo immerso nella foresta) ed esclamarono "Oh Linda!" per affermare la bellezza del luogo.
Olinda fu una delle prime colonie fondate nel Secicesimo secolo e la sua fortuna durò davvero per molto, moltissimo tempo.
Davanti a lei il mare e i bastimenti che arrivavano dalla madre patria e dall'Africa e ripartivano pieni di oro e cose buone.
Dietro Olinda le foreste, i territori per le fazende, le coltivazioni di caffè.
Avere una casa ad Olinda era un qualcosa solo per le migliori famiglie del Portogallo.
Oggi Olinda sembra una bella donna che sta invecchiando e per questo lascia che le rughe prendano il posto di quella che un tempo era una bellezza folgorante.
Si va ad Olinda per passare del tempo buono, bello, senza pensieri.
Si gira per i mercatini, si beve dell'ottima caipirinha e si mangiano delle frittelle di granchio così buone che 40 non sarebbero abbastanza.
Ci si siede sui muretti delle vecchie case coloniali a guardare verso Recife, là ... oltre il promontorio, dove avevamo lasciato favela, problemi, cose da fare e tanti, tantissimi pensieri.
Quel giorno arrivava del vento pensate da Recife.
Le persone brasiliane che erano con me dicevano che quella era aria piena di pioggia e il cielo dava loro ragione.
Io me ne restavo quasi estasiata e rapita, seduta su quel muretto, a guardare una città che ogni giorno mi sembrava sempre più familiare ma che, in realtà, era più grande di tutto il mondo che avevo conosciuto fino a quel tempo.
Si ceno pienamente sottovento con un'ottima Picanha, una delle cose più buone che il Brasile mi abbia messo davanti agli occhi.
Stavamo camminando per andare verso l'autobus che ci avrebbe riportato a Recife quando giunse alle nostre orecchie una musica davvero coinvolgente.
Si trattava di un gruppo di percussionisti che accompagnavano un gruppo di Pagode, un genere musicale molto diffuso in Brasile. Quella musica ci trascinò in strada con loro.
Ballammo così tanto da non renderci conto del tempo che passava.
E allora imparai che il Brasile è anche questo: lasciare che l'atmosfera ti entri dentro e dimenticare che esiste l'orologio e una vita a cui tornare.

2 commenti:

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