Olio Terre Rosse: mi ha conquistato!

Spello Olio Terre Rosse
Questa foto è © 2012 Giovy
Giorni fa gironzolavo in rete in cerca di qualche buon produttore d'olio.
Per anni sono stata abituata al fatto che i miei genitori facessero scorta in un fantastico frantoio calabrese. A loro fa la fatica di portare a casa l'olio.
A me il gusto di usarlo e di esaltarne il gusto.
Quest'anno mi sono ritrovata senza olio d'oliva a fine ottobre.
Come si fa?
M'è venuto in aiuto Twitter e, con esso, un account che mi incuriosiva molto: @OlioTerrerRosse.
Ci seguiamo a vicenda e mi incuriosisce molto il suo Twittare anche in lingue molto strane e poco usuali.
Lo sapete benissimo e ormai ve l'ho detto in tutte le lingue anch'io: il gusto fa parte del viaggio e spesso è un viaggio a se stante.
L'olio è un prodotto così nobile da meritare di assaggiarlo, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare nella terra da dove proviene.
Prima di assaggiare quest'olio l'ho versato sul piatto e ne ho guardato il colore.
Non che io sia un'intenditrice certificata ma già vedere quel verde intenso rallegrava il mio animo e tutte le mie papille gustative al completo.

Sono sincera, non riesco ad assaggiare l'olio dal cucchiaio...così... senza nulla.
Proprio non va giù.
Ho preso un bel pezzo di pane e del sale di prima qualità.
Ho pucciato il pane nell'olio che avevo versato sul piatto e il primo assaggio l'ho fatto senza sale.
Pazzesco.
Il suo gusto è così pieno, rotondo, per nulla pungente ed estremamente bilanciato.

Il secondo assaggio poi è stato fatto con l'aggiunta del mio adorato sale gallese e in quel momento avrei pur potuto metter via la cena perché sarei andata avanti a pane e olio per ore.
Come nota tecnica, vi posso cominicare quanto il produttore ha detto a me:

"40 di polifenoli,4,3 di perossidi e 0,17 di acidità, certificarto Dop , bio Eu, Jas,nop Usda, kosher_P e biodinamico".
Tante parole e dati che sul mercato fanno davvero la differenza.

E la fanno anche nell'orgoglio di un'azienda agrituristica che crede nei principi della coltura biodinamica che non sono proprio fatti per facilitare la vita dell'agricoltore.
La Biodinamica è, per come la penso io, la miglior scelta quando si pensa di coltivare qualcosa ma non sempre risulta possibile.
Bisogna crederci fino infodo e l'Azienda Agraria Hispellum fa davvero grandi cose e il gusto ringrazia.
Quando l'olio è così buono ci sono davvero miliardi di ricette da mettere in atto ma le migliori sono sempre quelle semplici, come pane e olio o un bel pinzimonio.

Io, qualche sera fa c'ho fatto una focaccia davvero gustosa.
Da mangiare rigorosamente tiepida, con un po' di stracchino fatto come si deve, del prosciutto crudo biologico stagionato 36 mesi e un taleggio così bello da parlare da solo.
In un colpo solo ho avuto Umbria, Lombardia e Emilia a tavola.
E' stato davvero un viaggio nel gusto!


Questa foto è © 2012 Giovy
c

Esterno notte, quasi... Oulu

Finlandia Lapponia Oulu
Picture for courtesy of City of Oulu website

Vedete la piazza qui sopra? Ecco, immaginatela vuota, in una bellissima notte estiva, di quelle che si vivono soltanto nei viaggi scandinavi. Il racconto di viaggio di oggi parla di Finlandia e di un cielo sereno, dai toni che vanno dal blu scuro al viola. Qualche stella qua e là, belle splendenti come dei piccoli diamanti. In mezzo a quella piazza ci sono io ed è quasi mezzanotte. Siamo ad Oulu e qui inizia il post di oggi.

Teroldego: degustiamo un po'

Domani sera vado a degustare un po'.

Io e Gian siamo stati invitati a Vignola (MO), qui vicino, all'Osteria della Luna, per una serata tutta a base di Teroldego e di Trentino.
Alcuni bravissimi e importanti produttori ci faranno gustare e ci racconteranno un vino che parla Trentino dal primo all'ultimo sorso.

Il mio compito sarà quello di raccontarvi la serata via Twitter, in primis, e poi su queste pagine.
Mi raccomanto, domani sera 29/11 seguite l'hashtag #Teroldego su Twitter.
Ovviamente il mio account, as usual, è @Giovyfh.
Stay Tuned!

Pasubio: non solo una Montagna

Rovereto Museo della Guerra Mostra sul Pasubio
Questa foto è © 2012 Giovy

La pioggia ha governato la mattina del secondo giorno che io e Gian abbiamo passato a Rovereto per #RovStory.
Quando ho scritto il post che introduceva quel blogtour una delle cose che vi raccontai che Rovereto era semplicemente "al di là" di un monte che allietava le mie giornate.
Quando ho lasciato Valdagno, il paesello dove sono nata e cresciuta, ci sono state varie fasi si allontanamento. Inizialmente provavo nostalgia per la mia famiglia e gli amici. Poi ho comincianto a sentire la mancanza di certi sapori. 

E poi è arrivata la nostalgia dei luoghi dalla quale non sono ancora guarita.
Quando vado da mio padre e poi riparto c'è una cosa che faccio sempre: ad un certo punto della strada, nell'allontanarmi guardo lo specchietto e il Pasubio è tutto dentro il mio retrovisore.
E allora lì sento una stretta al cuore.
Quel Monte è sempre stato importante per me: mia nonna Cecilia mi raccontava della Guerra ... delle Guerre. Mio fratello mi ci portava per camminare non appena possibile.
Ho imparato ad amarlo e rispettarlo nella sua asprezza. Non c'è una goccia d'acqua.
Ho imparato a misurare i passi in silenzio mentre percorrevo i sentieri macchiati e segnati dalla Storia.

Le 52 Gallerie sono un Sentiero Storico pieno d'emozione
Questa foto è © 2012 Giovy
A Rovereto, al Museo Storico Italiano della Guerra, c'è una mostra che si chiama proprio Pasubio 1915-1918. Non potevo perdermela perché quel Monte per me è grande cosa.
La mostra è contenuta ma molto ben allestita.
Racconta gli anni della Grande Guerra soffermandosi soprattutto sul 1916 che fu un anno fondamentale per l'offensiva sul Pasubio. La spedizione punitiva degli Austriaci lasciò davvero il segno sulla "mia" montagna e il solo pensiero che a combattere ci fossero ragazzi poco più che vent'enni mette i brividi.

Grande Guerra sul Pasubio
Questa foto è © 2012 Giovy
La mostra è davvero pensata bene e guida il visitatore attraverso tutti gli aspetti della vita in trincea in quegli Anni.
C'era spazio per la musica, per cucinare quel poco che si aveva.
C'era il compito di costruire dei comandi o dei piccoli forti, cose tutt'ora visibili quando si cammina su quel monte.
C'era lo spazio potente per pregare e per provare a trovare un Dio anche nelle situazioni più difficili.
Non occorre essere dei super esperti di guerra o di storia per capire la Mostra Pasubio 1915-1918.
Occorre solo avere il cuore aperto verso delle vicende di ormai 100 fa ma non per questo così distanti da essere sotterrati.
La Montagna in questo è sempre fetente: ti restituisce sempre quello che nascondi e bastano pochi passi alle pendici del Pasubio per ritrovare la Guerra.
Ricordo ancora come fosse ieri la prima volta in assoluto che camminai sul sentiero delle 52 Gallerie.
Era l'estate tra la prima e la seconda media e il CAI locale ci portò sul Pasubio.
La prima galleria è momumentale: c'è una targa che ricorda l'impresa del costruire una simile rete di gallerie e c'è anche molto che ricorda il sacrificio che ogni guerra porta, purtroppo, con sé.
Eravamo un gruppo di ragazzini e c'era chi pensava solo a fare casino.
La Guida del CAI, giustamente, si arrabbiò e ci disse che quel sentiero dovrebbe essere percorso sempre in assoluto silenzio.
Perché è la montagna che grida i ricordi di una guerra che non si cancella.
Quelle parole mi restarono impresse e le ripetei a Gian, quel giorno a Rovereto, mentre guardavamo attenti tutto ciò che era esposto.


C'è tempo fino al 30 Novembre 2013 per vedere la mostra.
Approfittatene.
O magari regalate/regalatevi una TrentoRoveretoCard che vi darà la possibilità di vedere anche questo magnifico e importante museo.

Val D'Ultimo: ultima solo nel nome


Questo è uno dei luoghi del mio cuore. Per me la Val D'Ultimo è il ricordo di tante camminate assieme a mio fratello Davide. E' una valle poco conosciuta e non frequentata dal turismo di massa.
Placida e bellissima, se ne sta là come la bella addormentata. Val la pensa di visitarla e vi spiego perché su NonSoloTuristi.it.

Stay Tuned!

Le Marechal: autorità dal Canton Vaud

Le Marechal Formaggio Svizzero
Picture for courtesy of Le-Marechal.ch
Ebbene, l'ho finito.
Era lì, nella scatola dei formaggi.
Me l'ero portato a casa con tanto amore e voglia di cose buone da quel week end a Bellinzona.

L'avevo assaggiato, quel giorno, quasi sotto la pioggia.
La temperatura era perfetta, la consistenza conquistava.
Ma può la consistenza di un formaggio conquistare una persona?
Se quella persona sono io, sì.
Toglietemi tutto ma non il formaggio.
Nei giorni scorsi, durante la mia storia di odio col cortisone, guardavo le mie macchie rosse sulla pelle e mi dicevo "tutto ma non che sia colpa del formaggio".
L'altra sera poi sono arrivata all'epilogo, ovvero la fine della mia degustazione del formaggio Le Marechal.
Chiudete gli occhi e portate la vostra mente in quel della Svizzera.
Non siamo in zona da montagne segnate, rocciose, aspre e appuntite.
Siamo in zona di colline dolci, verdi e dai profili così sinuosi da essere per forza il femminile assoluto.
Siamo proprio vicino a quella Neuchatel e al suo lago che vi citavo qualche post fa.
Questa è una zona che fa davvero bene alla vita.
La vicinanza ad alcuni gran bei laghi non porta solo al disegno di un paesaggio quasi impeccabile.
Porta un clima del tutto particolare che fa sì che certe produzioni riescano davvero coi fiocchi.
Questa zona tra Canton Vaud, Neuchatel e zona del Bernese è come se fosse uno scrigno fatto di alpi e terra per proteggere grandi tesori.
Ora siamo lì e l'odore del formaggio, del latte e del caglio si impossessano di noi.
Stiamo per assaggiare un formaggio fatto col latte crudo, grande elemento prezioso che molte nazioni non ammettono. In Europa, per fortuna si può.

E' un formaggio che richiama un po' la migliore delle Gruyère.
Questo formaggio conosciutissimo è un po' cugino la Le Marechal si è differenziato.
Ne risulta un formaggio dalla pasta giallo intenso, semidura, deliziosa alla consistenza, non abbiosa.
Non appena lo morderete sentirete il sapore di tutte le erbe usate per profumare il formaggio durante il periodo di stagionatura.
Ne avevo un paio d'etti in frigo e mi sentivo ricca.
Ricca perché potevo portare dentro me, con un semplice morso, l'essenza di un luogo.
Passi il fatto che io sia davvero legata a quel luogo da cui Le Marechal proviene.
Passi il fatto che in Svizzera sanno fare dei gran formaggi.
Quello che sorprende di Le Marechal è il suo essere semplice e raffinato allo stesso tempo.
Il suo è un gusto che riempie, pizzica la bocca alla fine della masticazione e poi lascia una sorta di freschezza.
Non saprei come altro raccontarvelo e sono qui che mi cruccio perché non ho trovato uno shop online che spedisca questa bontà in Italia.
Occorrerà partire per Granges, chi viene?


Crepuscolo Svedese, voglio perdermi nel blu

Viaggio a Goteborg in inverno
Picture for courtesy of VisitSweden
L'altro giorno pensavo alla luce che in questo periodo cala.
Penso a quelle molte persone che si sentono oppresse dal buio dell'inverno ma questa sensazione è molto distante da me.

A me piace il crepuscolo, piace la luce dai toni indefiniti... che non è chiara e non è mai troppo buia.
Quando ero piccola, avrò avuto circa 10 anni, ero in montagna con mio fratello e lui continuava a dirmi che amava fotografare certi profili dei monti con la luce del crepuscolo.
Io capivo che si trattava di quel momento lì della giornata ma volevo una definizione.
Saltò fuori che il crepuscolo era una sorta di abbraccio tra il giorno e la notte.
Lui mi disse anche che più a nord vai, più il crepuscolo è marcato.
E forse fu lì che si annidò in me un qualcosa che chiamava il grande Nord e la sua luce del tutto speciale.
Mi sono messa a giocare con Google Maps, come faccio spesso quando sono in vena di evasioni e le situazioni non mi concedono di predere un aereo e andarmene.
I miei occhi continuavano a posarsi su Göteborg... che poi si dice getebori, con la e un po' strana come mi hanno detto da VisitSweden.
Mi incuriosisce lo svedese: mi viene da leggerlo come il tedesco quando in realtà è ben diverso.
Lo scoprii a Stoccolma, quando mi dissero che Strindberg si leggeva strinberi e allora mi si aprì un mondo.

La bella Göteborg mi attira da matti.
La Svezia Sud-Occidentale mi ispira come non so cosa.
E' lì che guarda la Danimarca.
E' lì che mi tiene d'occhio Skagen e, dentro la mia mente, un ipotetico viaggio scandinavo potrebbe davvero giostrarsi tra quelle coste danesi e quella sud-ovest della Svezia.
Vorrei vederle ora però.
Nel loro eterno crepuscolo dove il blu la fa da padrona.
E' lo stesso blu della loro bandiera, quella Svedese, che trionfa nel cielo quasi come fosse la scenografia perfetta del più bello dei presepi.
Assieme a questa nota scura, ma mai opaca, trionfa il gioco di luci che colora la città.
E di nuovo, sempre come nella bandiera, un colore acceso è accostato al fondo scuro, quasi a voler continuamente richiamare quel dualismo di luce/ombra che è proprio della vita scandinava.
Ecco, io oggi mi immagino a gironzolare per le vie di
Göteborg, seguendo tutte quelle installazioni luminose che sono perfette opere di design. Altro che le solite luminarie? Come mi è già capitato di dire, l'inverno... dicembre... il buio non sono simbolo di qualcosa che muore ma sono simbolo di una vita che rinasce.
Il 21 Dicem
bre, con il solstizio, la vita riparte e non cessa di crescere.
Questo è ben chiaro ai popoli scandinavi e la Via della Luce in que
l del di
Göteborg ne è una delle migliori testimonianze.
Per oggi lasciate
mi qui, a sognare quel Blu che dice forte il nome di una bellissima nazione: Svezia!


Viaggio a Goteborg
Picture for courtesy of VisitSweden

I viaggi sono gli incontri che fai

Viaggi Incontri
Questa foto è © 2013 Giovy
L'altro giorno ripensavo alla mia Cina.
Un po' è colpa di Pechino Express: rivedere certi luoghi mi ha riportato con la mente a quel viaggio che mai pensavo di fare.
Un po' è anche merito dei post che ho letto su ViaggioVero, che sono riusciti a rimettere i miei piedi su quelle strade che tanto mi sorpresero.
In quel tempo (eh sì... adesso sempre che io abbia 2000 anni) mai mi sarei immaginata di annoverare l'estremo oriente tra le mie destinazione di viaggio spuntate sull'atltante.
Sono una all'antica io, all'antica per come ho imparato a viaggiare.
Ero un'adolescente che andava in bagno con l'atlante sulle ginocchia e si perdeva in quelle foto che popolavano, di solito, le pagine nel mezzo.

C'era sempre il capitolo di ogni continente e, mi ricordo, c'era la foto del Grand Canyon che mi attivava molto.
Poi c'era la muraglia e quando pensavo alla Cina io vedevo solo la Grande Muraglia.
Chissà come mai ma me la immaginavo come una grande strada di mattoni gialli, come quella che porta al magico regno di Oz.
Una volta approdata in Far East mi si travolse la percezione di quel luogo.
Pechino mi accolse con una modernità che se non eri pronto ... aiuto.
Ed era il 2000, molto prima delle Olimpiadi.
Se ci andassi ora, credo stenterei a riconoscere la capitale che mi si presentò quei giorni.

Questo è l'eterno dilemma dei luoghi che visitiamo, che amiamo, che ci mettiamo d'impegno a conoscere.
Come le persone, anche i luoghi cambiano, crescono, si modificano.
Le strade restano nella loro posizione ma potrebbero cambiare senso di marcia.
C'è una sola cosa che resta immutata nel viaggio... anzi, nel Viaggio, quello con la V grande.
Ciò che non muta sono gli incontri che fai.
Gli incontri che facciamo lungo la strada sono come delle puntine da disegno che segnano un momento fisso nel percorso di noi stessi.
Non importa quanti kilometri abbiamo percorso, dove siamo, quanto sforzo abbiamo messo nei nostri giorni raminghi.
Non importa la stagione, non importa se piove, nevica o tira vento.
Quel che importa siamo noi e gli altri... e quella piccola scintilla chiamata incontro.
Ripenso ancora ai miei giorni Cinesi e alle tantissime persone incrociate per strada.
Spesso si trattava solo di sguardi, tanti.
Io osservavo quegli occhi a mandorla come se vedessi un alieno. Volevo trovare della diversità e, in primo momento, non la vedevo.
Un giorno, ero a Nord della Manciuria, camminavo per strada in un posto di cui non saprei riprodurvi il nome.

C'era un po' di traffico perché era giorno di mercato.
Io già mi pregustavo il fatto che avrei cercato del cibo per pranzo andando a sentimento.
Guardavo le bancarelle degli "omini degli spaghetti" e assaggiavo quello che mi sembrava più normale. Loro ridevano, io un po' meno.
Quel giorno ero su un ponte e stavo per scattare una foto quando una bici è saltata dentro il mio obiettivo. La foto risulta mossa ma per me, per il mio cuore, è magnifica.
Ciò che non si vede da quella foto è ciò che ha fatto grande il mio incontro.
La Bimba mi vide e mi fece la linguaccia.
Io restai lì a dirmi che la Cina mi stava proprio comquistando.

Fairy Bridge: Hello Themselves!

Ponte delle Fare Isola di Man
Picture from SeeMyTravel
Oggi torniamo sull'Isola di Man perché vi voglio raccontare di un luogo davvero particolare.
Una delle cose che bisogna tenere a mente quando si viaggia sull'Isola di Man è che i primi possessori di quella terra sono gli abitanti del Piccolo Popolo.
Loro erano lì prima dei Celti e anche dei Vichinghi.
Loro sono sempre stati lì.
Lo si capisce molto bene quando si percorre la strada che dalla capitale Douglas porta verso Castletown.
A metà strada tra le due cittadine c'è un piccolo agglomerato dal nome molto gaelico: Ballasalla.
Proprio appena entrati nel territorio di Ballasalla, si passa sopra un ponte alquanto antico denominato come Fairy Bridge.
La sagoma del ponte è praticamente impercettibile, il bosco l'ha nascosta. Strano no?
Si nota di passarci sopra perché, da entrambi i lati, ci sono due bei cartelli che ricordano a tutti dove si sta transitando.
Ma perché tanta importanza per un ponte sperduto in campagna e che non si vede nemmeno?
Perché è bene che tutti siano consci del fatto di transitarlo per capire come comportarsi.
E' scelta libera di ognuno... non so voi... ma io rispetto quei piccoli, potenti, dispettosi esserini.
Fa parte delle credenze e del Folklore di Mann: quando si passa sul Fairy Bridge si dovrebbe sempre salutare "loro".
Come state ben capendo, io non le nomino perché loro, che sono biricchine, non amano sentirsi nominare.
Si sentono davvero importanti e sopra le righe forse, vogliono essere salutate ma di loro non si deve parlare.
Per questo, quando si passa il ponte, potrete sentire più di una persona dire "Hello Themselves".
Io e Gian lo transitammo almeno 6 volte se non erro e ogni passaggio, in autobus, proferivamo con voce convinta il saluto al Piccolo Popolo.
La prima volta fu difficile.
L'autobus sfrecciava e noi non sapevamo esattamente la posizione del ponte.
Non appena vidi il cartello quel "Hello Themselves" mi uscì dalla bocca automaticamente.
La signora vicino a me sul bus sorrise.
La seconda volta, invece, non ce lo perdemmo e il saluto fu fatto in coro da me e Gian.
Forse gli abitanti dell'isola ci hanno presi per matti o ci hanno etichettati come "quelli che credono che Loro esistano".
Poco male, non mi importa.
Quello che mi piace pensare è che davvero il bosco sia popolato di qualche importante essere di non so che misura.
Quando andai in Lapponia, ho passato mattinate intere nei boschi a pensare di parlare con Memole.
Ora non prendetemi per matta ma il folklore locale è sempre un qualcosa che ha un suo fondamento, anche se non ci sono piccoli esserini con le ali che svolazzano e fanno dispetti.
Anche gli abitanti dell'Isola di Man rispettano e salutano questo luogo.
Perché fa parte di loro, della loro storia e del loro modo di ricordare un passato in cui storia e leggenda si fondevano e si mescolavano ripetutamente.

Anche questa è l'Isola di Man.

La Gomera e la mia idea di Aliseo

Questa foto è © 2012 Giovy - La Gomera - Quello che vedevo dalla mia finestra

Quando visitai le Canarie, non me ne restai solo a Tenerife a contemplare paesaggio urbano coloniale e Teide.
Un bel giorno presi l'aliscafo e cambiai isola.
Per farlo raggiunsi quel lato di Tenerife che non avevo visitato e non mi pentii di non averlo fatto.
Era quella parte dell'isola dove ci sono i Resort e, per quel che riguardava la mia vacanza, un'occhiata bastava ed avanza.
L'aliscafo partì di prima mattina e, nel giro di un paio d'ore circa, raggiunge La Gomera.
Non mi aspettavo così tanta diversità dall'isola da quale ero partita.
La base era pur sempre vulcanica, infondo Tenerife e La Gomera sono sorelle e si vede.
Quello che mi stupiva era lo foltissima vegetazione verde e lussureggiante che costellava molta della terra dell'Isola.
Lo si vede subito avvicinandosi al porto principale dell'isola.
Una volta scesi dall'aliscafo, si noleggiò una macchina.
Purtroppo La Gomera non ha i servizi pubblici diffusissimi come Tenerife e molti luoghi sono davvero inerpicati e nascosti.
Poco male: si trovano auto a buon prezzo e la benzina non costa troppo. Per qualche giorno si poteva fare!
Ai miei occhi La Gomera sembrava qualcosa di preistorico, di primordiale.
Mi spiego meglio: era proprio quella vegetazione fitta che mi dava una totale idea di foresta inesplorata che mi dava molto da fare (in senso positivo) ai miei occhi.
Un giorno, camminando dalle parti del Parco del Garajonai, mi sentii un po' come Darwin approdato alle Galapagos.
Mi sedetti per terra, ben protetta per il sole, e continuavo ad osservare la moltitudine di alberi di banano accanto a me.
Sembrava che ognuno di quelli avesse un verde diverso come colore principale delle foglie.
Forse era così, forse no, ma capivo l'Aliseo.
Gli Alisei sono quei venti, lo sappiamo tutti, che lambiscono i Tropici.
Le Caravelle di Colombo (che alle Canarie si fermarano per l'ultimo pit stop prima dell'Oceano) vennero sospinti da tali venti.
Le Canarie ricevono poco di quello che il vento porta normalmente con sè: la pioggia e l'umidità.
Non tutte però: ce ne sono due più "fortunate" che sono El Hierro e La Gomera.
Data la loro posizione geografica, si "rubano" tutto il beneficio dell'Aliseo e se lo tengono, trasformando una scurissima terra vulcanica in ciò che di più verde il tropico può offrire.
La Gomera è infatti un trionfo naturale, degno di moltissime specie diverse.
Racchiusa nella sua eterna calda primavera, La Gomera è rigogliosa e ce lo ricorda in ogni suo momento.
E quando la forza della natura verde si placa e torna ad imperare il vulcano scuro e la sua sabbia color della notte, ecco che di nuovo qualcosa di forte, rigoglioso e tropicale prende i nostri occhi: è l'Oceano con le sue onde impetuose, blu e bianche, immense e piene di forza.
Non sono riuscita ad entrare in acqua.
Non sono riuscita a conquistare quel pezzo di Tropico.

I boschi di banani sì... eccome... ci camminavo in mezzo la sera mentre la natura cantava.
Piaciuta questa introduzione a La Gomera?
Arriveranno altri racconti.


Impetuose onde  - La Gomera - © 2012 Giovy

Faanara Beach: il Mar Rosso parla Arabo

Mar Rosso Faanara Beach
© 2012 Giovy
Quando mi è saltato in mente di andare in Egitto da mio fratello, le esigenze alle quali il mio viaggio si doveva adattare erano proprio quelle del mio caro Fratellone.
Lui era lì per lavoro, è un militare e quando gli dissi che volevo prenotare per andare a passare qualche giorno con lui l'unica condizione che mi diede era di dimenticare Naama Bay.
Chiesi spiegazioni ma furono davvero pochine, tipicamente in linea con il suo lavoro.
In tanti anni ho imparato ad incassare da lui mezze spiegazioni e di prendere così, come se fossero un assioma.
Per questo, una volta arrivata in aeroporto, l'unico taxi che non portava verso Naama Bay fu quello che presi io.
Noi ci dirigevamo dall'altra parte, verso Old Sharm.
Dentro di me ne ero molto felice.
Volevo conoscere un po' più di realtà di quel paese del Mar Rosso.
Poco mi ci vedevo in mezzo a tanti turisti e mio fratello mi aveva parlato un gran bene della zona dove saremo andati a dormire.
"E' autentica", mi disse e così fu.
C'erano un po' di alberghi ma erano tutti frequentati da famiglie egiziane.
Il direttore dell'albergo dove dormivo mi venne a chiedere scusa fin dal primo mattino perché in menù non c'era nulla di italiano. "Ben venga", pensai io.
Tutte le sere camminavo nel buio (incosciente!!) verso Old Sharm e mi perdevo in mezzo a tutti quei negozietti più o meno carini o pacchiani.
Adoravo quella sorta di casbah incasinata anche a mezzanotte!
Il corrispettivo giornaliero del "non andare a Naama Bay" mi imponeva di trovare una bella spiaggia dove poter ammirare il reef.
Davanti al mio albergo c'era un piccolo luogo carinissimo e ben gestito.
Il mare era bello ma non c'era reef da vedere.
"Ti portiamo a Faanara Beach", mi disse il solito direttore.
C'era un pulmino scalcagnato che partiva ogni mattina dall'albergo.
Non era dato di sapere quando tornasse ma quella punta di ignoto mi piaceva molto.
Viaggiava veloce su strade sabbiose e impolverate.
Io, con la t-shirt per un certo rispetto verso gli egiziani, e le donne egiziane bardate a più non posso.
Una volta scesi, dovevamo prendere una stradina che si apriva magicamente su di una scalinata di quelle che tolgono il fiato per due motivi: la vista e il numero di gradini.
Poco male, scesi tranquilla, mi accapparai un ombrellone per non rischiare la morte e schiavizzai mio nipote per aiutarmi a mettere la crema protezione totale.
Altrimenti tornavo a casa senza pelle.
Me ne restai in acqua quasi una giornata...sempre con la t-shirt... altrimenti sai che dolori.
In spiaggia ero l'unica... per così dire... di colore latteo e non egiziana.
Una bimba venne a chiedere una foto con me e mio nipote e suo padre, che parlava benissimo inglese, ci disse che era per i capelli biondi.
Sorrisi e feci la foto.
Quella sera, in piena casbah di Old Sharm, cenai con mio fratello e gli raccontai quella normale giornata di spiaggia. Giornata nella quale non sentii mai parlare italiano.

Val di Gresta e tutto il Bio Possibile!


Dopo avervi dato qualche prima emozione sui giorni a Rovereto, ecco qui un bel post sul luogo che ci ha ospitato... nei momenti di riposo. Vi parlo della Val di Gresta, che è davvero il luogo giusto dove riposarsi e respisare il profumo della Natura dopo una giornata passata a gironzolare per le vie di Rovereto o per le sale del Mart.
Vi racconto tutto sulle pagine di NonSoloTuristi.it

Stay Tuned ... perché #RovStory e i suoi racconti continuano!

Castle Rushen: antico centro per Mann

Visitare l'Isola di Man
Picture from Wikipedia
Avrei voluto vedere Castle Rushen con il sole ma quel giorno l'Isola di Man e la perturbazione che la sovrastava decisero di prendere a sberle me e Gian.
Succede, soprattutto sei si viaggia in zona Britannica, e basta solo attrezzarsi.
Ci sono momenti in cui anche l'attrezzatura più tecnica e speciale non resiste al vento e alle secchiate d'acqua che vengono giù dal cielo.
Pazienza, nessuna pioggia rovina mai un viaggio. E' sempre parte dell'esperienza e va bene così.
Castle Rushen si trova a Castletown, a sud dell'Isola.
Castletown è la capitale storica dell'Isola di Man.
Fu qui che i Re Vichinghi decisero di costruire una sorta di fortezza-castello.
Castle Rushen sembra proprio uno scrigno costruito per proteggere qualcosa di importante.
Ha mura molto grosse, non è altissimo, è proprio un qualcosa di ben piazzato.
Si tratta in ogni caso di uno dei castelli medievali meglio conservati al mondo.
Secondo alcuni studi è stato costruito attorno al 1200 circa ed era la residenza dell'ultimo re Vichingo dell'isola.
La posizione era più che strategica perché dalla sua torre principale si possono vedere, quando il tempo lo permette, molte zone importanti della parte Sud dell'Isola.
Il castello è davvero un percorso interessante.
Camminando di stanza in stanza avrete la possibilità di percorrere tutta la storia dell'Isola, re dopo re, epoca dopo epoca.
Ogni stanza e costellata di cartelli informativi, tutti in inglese, molto chiari e concisi.
Quel giorno il vento era fortissimo, la pioggia molto intensa.
Io giravo con il mio poncho rosso legato allo zaino e speravo che nel frattempo si asciugasse.
Arrivati all'altezza dei camminamenti esterni, mi rinfiliai il poncho ed uscii ad affrontare la tempesta.
Il cielo era qualcosa di incredibile: mille tonalità dal grigio scuro al bianco, nuvole basse che viaggiavano ai mille allora.
Lassù, sui camminamenti, io con il mio poncho rosso che svolazzava e voleva seguire il vento.
Ad ogni ventata, una sberla d'acqua addosso.
Ed era fredda, cavolo se era fredda, ma ero così felice perché quello poteva essere davvero un Manx Day.
Avevo il viso colmo d'acqua e ridevo come una bimba che gioca sotto il temporale.
Usciti dal castello, dove data la tempesta non siamo riusciti a fotografare, non ci restava che trovare un luogo un po' caldo dove far sgocciolare i nostri ponchos e dare un po' di tregua alle felpe che non facevano altro che catturare umidità.
A pochi passi da lì trovammo il Castle Arms, un vero e proprio gioiello associato alla Camra dell'Isola di Man.
Il riscaldamento era acceso malgrado fosse Agosto. Un giorno così non sembrava agosto.
C'era tempore, c'erano delle birre molto buone e c'erano tre signori che se la godevano come pochi.
Si girarono a parlare con noi e ovviamente ci chiesereo se fossimo lì per il Tourist Trophy.
Sentendo il nostro "no, siamo qui per vedere l'isola" furono come orgogliosi del fatto di vivere lì.
C'è davvero un orgoglio di fondo nel sentirsi Manx.
E' un orgoglio solido, forte e che prevalica i tempi. E anche il meteo.
E' un qualcosa simboleggiato alla perfezione da Castle Rushen che, quasi immortalmente, è lì che guarda il porto e il mare d'Irlanda facendo ben capire che l'isola è impastata della stessa sua libertà.

Tui.it ci guida a grandi viaggi

Ho letto con molto interesse sul blog di Tui.It che ci sono delle belle guide di viaggio fatte apposta per conoscere al meglio alcune destinazioni nel mondo.
Ognuno di noi ha i suoi gusti e i miei occhi sono caduti subito su quella sezione chiamata "Caraibi" dove, guarda caso, si trova proprio la mia amata Isla Grande: Cuba

La Guida di Cuba mi piace.
E' ben fatta e soprattutto racconta sia di spiagge incontaminate che di luoghi molto intensi come le città.
I miei occhi sono stati catturati principalmente da due foto.



La bellezza di Santiago - Provincia de Oriente - Cuba

La prima è proprio quella qui sopra e raffigura il paesaggio che si può ammirare da appena fuori la città di Santiago. Io ho amato moltissimo la vecchia capitale dell'Isola.
E' calda ed è Caribe puro, nei tratti somatici della gente e nel mondo di mostrarsi ai viaggiatori.
Santiago regala coste spettacolari incorniciate dalla Sierra Maestra.
Santiago è Pura Cuba!



Il Malecon che gioca con la Habana - Cuba

La seconda foto che ha catturato il mio sguardo è questa mareggiata sul Malecon, il lungomare de La Habana.
Qualcuno scrisse che la Habana è una vecchia signora che ha spesso bisogno di rifarsi il trucco e non c'è definizione più azzeccata di questa.
Il Malecon è un mascalzone con cui questa vecchia signora dialoga eternamente.
A volte è benevolo ma a volte fa il biricchino e gioca a gavettoni.
Se mai passaste per Cuba, io vi auguro di vederlo almeno una volta biricchino.
Sarà qualcosa che non dimenticherete mai.


Tui.it sta proprio facendo un bel lavoro con la pubblicazione on web di queste guide, correlate da foto molto particolari che voglionon centrare l'essenza dei luoghi che raccontano.
Andate a leggerle, sognate, fatevi venire voglia di partire e trovate il vostro luogo dei sogni!




Con questo post voglio anche tentare la fortuna.
Chissà mai che riesca a vincere il nuovo contest di Tui.it grazie al quale si può vincere un viaggio in Kenya o Zanzibar.
Perchè non ci provate anche voi? Tutte le info sono reperibili qui.

Kalajoki: la costa finlandese ad immagini lente

Finlandia Kalajoki
Questa ignobile foto è mia  - © 2012 Giovy
Eravamo in Finlandia da giorni e c'era la nostra continua esigenza di spostarci verso Nord.
L'obiettivo era la Lapponia, la sua pace e tutta la fiaba che porta con sé.
Fare tutta una tirata da Helsinki a Rovaniemi era un po' poco fattibile soprattutto perché noi volevamo godercelo il paesaggio scandinavo e quindi si era deciso di viaggiare un po' con lentezza.
Non tanto quella dell'auto, anche se in Finlandia i limiti sono rigidi e conviene rispettarli.
Era la lentezza bella che sta dentro gli occhi che vogliono conquistare, immagine dopo immagine un luogo.
Mi capita spesso quando viaggio di voler fotografare con la mente il luogo in cui sono.

Mi dico sempre "chissà mai se ci torno" e per ora la Finlandia è rimasta un unicum incredibilmente bello.
Quel giorno viaggiavamo da Rauma (dove ci fu la mitica storia degli orsetti) fino ad Oulu.
560 Kilometri per gustarsi il Golfo di Botnia.
La parte che dà sul Golfo di Botnia è la parte più Svedese della Finlandia.

La cara Suomi-Finland è una nazione davvero eterogenea: ugro-finnica per lingua, svedese per molti secoli, russa per un tot di periodi. E' davvero un meltin pot di esperienze culturali e linguistiche.
Questo si vede proprio nella toponomastica di alcuni luoghi.
I luoghi che danno sul golfo di Botnia hanno spesso alcuni nomi "svedesizzanti" tipoVaasa.
Spesso passammo cartelli di ingresso alle città dove i nomi erano ancora bilingue.

Lo svedese un po' mi salvava in Finlandia.
Il Finlandese è davvero strano e diverso da qualsiasi lingua io sia in possesso.

Non avevo appigli.
Spesso però, le etichette dei cibi o le vie erano scritte in svedese e, memore della filologia germanica, arrivavo un po' ovunque. Gian dice che io sono la donna delle ipotesi ma quell'ipotizzare i significati delle parole spesso in viaggio m'ha salvato.
Percorrre la strada che costeggia il Golfo di Botnia è davvero un viaggio in sé e potrete stupirvi della bellezza dei mari del Nord.

Spesso si pensa alla spiaggia caraibica o a quella dei mari del Sud.
Sicuramente hanno il loro fascino ma io voglio rivalutare quelle del Grande Nord.
Per questo, durante quel viaggio, facemmo una pausa molto bella a Kalajoki.
Kalajoki è un luogo "un po' antico" per la Finlandia.
Ci sono tracce di essa già dal XVI Secolo perchè era un porto commerciale e una parrocchia di riferimento.
Già lo spiegai parlando del Tynwald dell'Isola di Man: parrocchia per le genti nordiche è più un concetto civile che religioso ed è sinonimo di comunità di vità, di intenti messi assieme.
Da molto tempo è considerata un'attrazione turistica per la sua spiaggia di sabbia finissima.
Io non ci credevo prima di vederla ma la sabbia sembrava quella di Cuba, solo un po' più scura.
Me ne rimasi a piedi scalzi un pomeriggio, in quel di Kalajoki.

L'acqua non era così fredda come immaginavo.
C'era il vento e ridevo di me: in pantaloni corti, t-shirt e sciarpa avvolta mille volte sul mio collo per via del vento. I capelli poi... non parliamone.
Camminavo con i piedi nell'acqua avanti e indietro quella sabbia finissima.
Me ne restai un po' in solitudine seduta tranquilla.
Era davvero un luogo pieno di pace.
La Costa Finlandese mi aveva conquistata ed io sognavo di poter abitare, almeno per un po' in una di quelle casette rosse di legno che si vedevano sul fondo della spiaggia.
Tastavo con mano, per la prima volta, la grandezza della qualità della vita scandinava dove ambiente, intenti, possibilità e realizzazione si fondono anche nel più piccolo dei villaggi.
Era Estate, il sole non tramontava mai.
Sarei curiosa di tornare a Kalajoki ora ... magari per arrivare in spiaggia con gli sci da fondo.

Esiste il Mal di Svizzera

Viaggio in Svizzera

Quando ero piccola piccola, mi capitava spesso di passare i pomeriggio con un mio grandissimo amico.
Eravamo in età da asilo e spesso mi ritrovavo a fare la bimba impertinente e chiedevo a sua madre mille cose sulla Svizzera.
La mamma in questione, infatti, era nata e cresciuta a Neuchatel, nel cantone che porta lo stesso nome.
Non troppo distante da Lausanne.
Io le chiedevo sempre com'era questa Svizzera e lei aveva gli occhi pieni di nostalgia.
Le brillavano però, forse si commuoveva, e mi raccontava di una casa vicina ad un corso d'acqua.
E poi mi raccontava del lago.
Dentro la mia mente di bimba di 5 anni, le case che lei mi descriveva erano tutte marrone scuro perché erano fatte di cioccolato.
Una cosa però riuscivo, fin da quell'età, ad immaginare in modo tangibile: il rumore di quel ruscello di cui lei mi raccontava.
Lei è figlia di immigrati, partiti dalla Sicilia per andare a lavorare alla Suchard, che poi era quella della Milka.
Di come si sia innamorata di uno dell'Alto Vicentino proprio non ve lo so dire, quello che però posso dirvi con certezza è che la Svizzera le è sempre rimasta nel cuore.
"Non la puoi dimenticare", mi diceva e mi raccontava anche di quel tonfo al cuore che percepiva non appena passava la frontiera per tornare in terra elvetica.
Poi è arrivata la fine del 2002, era arrivato il mio turno.
Da brava veneta, sono emigrata anch'io.
A differenza della madre del mio amico, io sarei finita in Ticino, molto più vicino.
Poco importava.
Quello che importava realmente era quella sottile linea chiamata confine.
Quello che contava era che la mia vita sarebbe andata avanti oltre quella linea.
Non so dirvi se i miei anni Svizzeri siano stati un'esperienza, un viaggio lungo, un cambiamento o cosa.
Probabilmente mi vien da dire che quella è stata una fetta davvero bella della mia vita.
Dopo la mia partenza dall'Italia, tornavo spesso a casa dai miei.
Prima ogni due settimana, poi una volta al mese.
Negli ultimi tempi se tornavo due volte l'anno era tanto.
Non perché non stessi bene con i miei, ma perché "casa" era diventata la Svizzera e il tornare a Valdagno solo un diversivo per un week end dove volevo rincontrare amici tanto cari.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, la Svizzera è entrata nel mio DNA.
Certe cose che mi sembravano strane appena trasferita, non lo erano più.
Al contrario, sono 4 anni che sono tornata in Italia e non riesco ancora a capacitarmi di molte cose.
La Svizzera mi aveva abituata bene.
Un giorno, durante i miei primi mesi Svizzeri, comprai la Lonely Planet della Svizzera.
Ero lì... valeva la pena di conoscere quei luoghi, no?
Allora un giorno, in primavera, sono andata a Neuchatel e pensavo alla Terry (la madre del mio amico) con tutto il mio cuore.
Avevo cercato con tanta curiosità i luoghi di cui mi aveva parlato e li trovai.
Passai una buona ora nel pomeriggio ad ascoltare il gorgoglio dell'acqua che avevo immaginato tantissime volte durante la mia infanzia.
Non mi ero sbagliata, la mia fantasia aveva fatto centro.
Ricordo che le mandai una cartolina e la prima volta che tornai dai miei passai a trovarla e lei pianse ai miei racconti su Neuchatel, Yverdon les Bains e quel lago che è a dir poco magnifico.
Mesi fa tornai in Svizzera, ve lo raccontai.
Non appena passammo la frontiera in direzione elvetica mi scoppiava il cuore di felicità.
Al ritorno mi misi a piangere come una bimba.
Ieri pensavo che davvero esiste il Mal di Svizzera.
A dire il vero dovremmo definire un nuovo male per ogni luogo che ci entra nel cuore.
E poi... "male" è una brutta parola.
E' il Bene di un luogo che ci fa provare nostalgia.
Quindi mi proclamo ufficialmente portatrice del "Bene di Svizzera", pieno di nostalgia e voglia di varcare quel confine tutte le volte che si può.
Grazie Svizzera perché sei vicina e a portata di auto!


Aggiornamento del 20/11/2012:
Liletti mi ha scritto oggi via mail.
In uno dei commenti qui sotto mi diceva che mi avrebbe mandato una foto dello stesso luogo che raccontavo... ed eccola qui.
Oggi ho il cuore ancora più in Svizzera.
Grazie Liletti per questa foto!

Foto di Liletti

Rovereto tra pioggia e meraviglia

Viaggio a Rovereto
Picture © 2012 Giovy (dal cellulare)

Piccolo post a caldo, quando Rovereto è ancora qui che batte nel cuore e l'emozione deve ancora mettersi tranquilla per poterla raccontare al meglio.
Lo sapere, Wordsworth docet per me, ma c'ho qui tante sensazioni da condividere.
Sono arrivata a Roverero venerdì sera con il cuore colmo di voglia di cose nuove.

Avere presente quando vi disponete con l'animo giusto ad accogliere quello che dall'esterno vi viene dato?
Quando questo accade, ogni viaggiatore diventa una spugna.

E spugne bisogna essere se si passa da Rovereto.
Me l'aspettavo entusiasmante ma non credevo che la mia anima arrivasse ad appassionarsene così.

Sabato mattina, vedere la piazza del Mart è stata un'esperienza davvero bella.
Non sono solita perdermi e innamorarmi delle architetture ma, devo ammettere, quest'anno m'è successo già due volte: con MediaCityUk a Manchester e proprio sabato con il Mart.
E' come se lo spazio fosse stato plasmato a mo' di abbraccio e protezione.
Le mura delle costruzioni che costeggiano il viale che entra al Mart sono due braccia che ti portano dentro ad un cuore circolare dove ogni cosa acuta scompare.
E' un tondo globale che annulla spigoli e angoli e protegge con quella sua rotondità tanto conciliante, quasi fosse un grembo artistico dentro al quale ci si ritrova.
Sopra di esso, la cupola ... aperta solo per uno spicchio, quasi a voler comunicare che il lavoro di comunicazione tra arte e uomo non è mai finito.
Gian fotografava ed io rimanevo a bocca aperta nel mezzo di questa circolarità.
E' come se il vecchio rinascimentale concetto dell'Uomo-al-Centro fosse portato nella nostra epoca con l'aggiunta di un "L'arte ti protegge".
E ci si sente davvero bene dentro quello spazio.
Un Museo così, con tutti quei concetti che racchiude e vuole comunicare al mondo, è un qualcosa che non si trova in procincia, bensì nelle maggiori capitali.
Ma Rovereto è fiera del suo essere proviciale perché la provincia è fatta di gente e delle sue ossessioni molto più che la città, che diventa essa stessa ossessione.
La provincia è il piccolo che vuole diventare grande.
La provincia è il marito di Madame Bovary che arrossisce perchè si trova a vivere in mezzo all'alta borghesia.

La provincià è autentica e genuina.
La provincia è quella coralità che in Rovereto si vede tutta.
"Ich bin ein provinzler" ... è scritto dentro al Mart. 


Foto interno Mart Rovereto
Picture © 2012 Giovy (dal cellulare)
  
Rovereto porta il bello di una piccola cittadina al pari dell'offerta di una grande città.
Si gira a piedi, i parcheggi sono comodi, le distanze sono ravvicinate.
Ma l'offerta culturale è da città grande: Mart, teatri, molti musei, la preistoria,  Mostre sul '700, Il Museo della Guerra, il Pasubio, un centro storico che parla col linguaggio dell'Art Décò.
E poi gastronomia, luoghi ricercati, luoghi semplici e il Trento Doc che impera e Stappo Matto pronto a farvi assaggiare il meglio di questo territorio.

Questa è Rovereto e così si è mostrata a me.


 Picture © 2012 Giovy (dal cellulare)

Una delle Mostre attualmente aperte al primo piano del Mart racconta un percorso tra Decadentismo e Modernismo. Ve ne parlerò per bene.
Per ora vorrei solo lasciarvi una riflessione che sta alla base di quella mostra.

"... gli artisti [...] sono tutti eccentrici in quanto non hanno affatto paura della massa..."
Rovereto è proprio un artista che non ha paura di mostrarsi com'è (ed è davvero bella) e non teme il giudizio e il confronto.
Rovereto è un outsider sopra le righe: ha custodito gioielli preziosi per anni.

Arriveranno racconti, foto, suggerimenti e molto altro.
Questa era la mia emozione a caldo.

Castell Coch: il Castello Rosso

Visitare Castel Coch Galles
Picture for courtesy of VisitWales.co.uk
C'è un castello nel bosco e si tratta di un castello rosso.
Fa quasi rima e sembra l'incipit di chissà che storia.
Probabilmente ci sono mille storie dietro la nascita e la costruzione di Castell Coch.

No, non ho sbagliato a scrivere Castle ... qui si dice proprio Castell (pronunciando una specie di Castechl) perché in gallese castello si scrive proprio così.
Coch o Goch (a seconda della parte del Galles in cui vi trovate) vuol semplicemente dire rosso, perché l'aspetto di questo maniero tende al rosso.
Non si tratta di un qualcosa di medievale o di troppo antico: si tratta di un'espressione di un'epoca.
Mi spiego meglio.
All'inzio del diannovesimo secolo fino al ventesimo in Inghilterra scoppiò una moda molto importante: trattasi di un gothic-revival che ha dato origine a moltissimi edifici di ispirazione gotica ma che ha dato anche l'ispirazione per grandi romanzi che richiamavano certe storie oscure e un po' paurose.
Mary Shelley ci mise del suo, Bram Stocker anche.
Un noto abitante di Cardiff, con un bel po' di soldini da parte, decise di cavalcare questa moda e chiese ad alcuni architetti di costruire, sul sito di un vecchio castello del Tredicesimo secolo, un maniero tutto nuovo che si ispirasse però ad un'estetica un po' paurosa e gotica.

Così nacque Castell Coch che, ora come ora, forse un po' di paura ancora la mette.
Quello che però non intimorisce, è la bellissima pista ciclabile che dal Bute Park di Cardiff porta fino alle mura di questo castello.
Si tratta di circa 8 miglia non troppo impegnative e sicuramente molto appealing per il tipo di paesaggio che si attraversa.
La strada che porta a Castell Coch costeggia infatti il fiume Taff.
Giusto per farvi avere una minima immagine del paesaggio nel quale potrete trovarvi immersi, pensate ad un quadro preraffaelita.
Pensate al verde dell'erba, ai fiori, ai salici piangenti piegati verso il corso di un fiume che è poco più di un torrente tranquillo.
L'acqua gorgolia e gli scoiattoli passano di albero in albero.
Accanto al fiume, come in ogni parte del Galles, ciuffi pieni di narcisi gialli (simbolo nazionale) sembrano accompagnare ogni pedalata, ogni passo, ogni sguardo.
E' questa la bellezza di un luogo come Cardiff: si è nel centro di una città medio-grande, riuscendo comunque a ritagliarsi quel minimo di countryside che rende più bella la vita di tutti i giorni.
A chi non piacerebbe un luogo così a poco tempo da un centro città vivo e pieno di negozi?
Castell Coch è nato come espressione onirica di una moda che aveva conquistato anche la più famosa delle famiglie della città.
E' passato attraverso le epoche e i decenni.

Si è mantenuto arcigno, gotico, bello e imponente.
E' rimasto là nel suo bosco, luogo per antonomasia dei sogni.
E, non ditelo a nessuno, ma dicono che lì dentro ci sono i fantasmi!!

Honister Pass... il tetto del Lake District




Le parole sono mie. Le foto di Gian. Le emozioni di entrambi. 

Vi racconto l'Honister Pass che è un luogo davvero magico nel nord del Lake District. Lì ogni riferimento si perde. Ci si sente in altissima montagna, pur non superando una certa altitudine. Il vento è forte, i colori intensi. Il cielo disegna mille forme. Da lì, seguendo il Borrowdale, si arriva a Buttermere. E' un'esperienza da provare. 

Correte a leggere sulle pagine di NonSoloTuristi.it. Stay Tuned!
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...