Cibi che cambiano il Mondo


Torino Salone del Cibo

Ovvero il Salone del Gusto secondo la mia amica Barbara Oggero.

Il cibo di qualità tira, si sa. 
Lo dimostrano anche la ressa vissuta in prima persona al Salone Internazionale del Gusto di Torino, oltre al numero di presenze complessive registrate dalla kermesse, che allude a una cifra da record (e capogiro).
Seppur con la consapevolezza di trovarvi tanta gente, il mio entusiasmo per questa prima volta al Salone non è stato scalfito, né è stato ridimensionato il senso di appagamento con cui ne sono uscita svariate ore dopo, con una sporta carica di prodotti italiani e non solo per allietare i pasti casalinghi. 

La varietà offerta è infatti molto alta, anche per alimenti dello stesso tipo (ma quanti tipi di pecorino esistono?), così da accontentare sia i palati più esigenti, che quelli votati alla sperimentazione di sapori e odori.
 

I puristi delle prime edizioni possono certamente dissentire da tanta euforia, considerando che la filosofia slow-food alla base della manifestazione è stata tradita dal caos di persone che passano velocemente da uno stand all’altro senza effettivamente soffermarsi sul mondo racchiuso in ogni singola specialità.
Il vantaggio però sta nell’avvicinare a un pubblico sempre più vasto (che in tempi di crisi e spending review ha comunque speso 20€ per l’ingresso intero) l’eccellenza del cibo, quale vero e unico patrimonio dell’Umanità, portando avanti quella crescente consapevolezza verso le tradizioni, le innovazioni di qualità e le piccole realtà (come i tanti microbirrifici presenti) che meritano di emergere.
Tre padiglioni del Lingotto Fiere ospitano i presidi italiani suddivisi per regioni: un viaggio nella penisola, lunga e stretta ma così varia di sapori.

Indugiare nelle degustazioni (gratuite e a pagamento) è d’obbligo in questa sede, spaziando dal dolce all’agro, dall’amaro al salato, provocando così la temporanea pazzia delle papille gustative.
Assaggiare rimane infatti l’unico modo per deliziarsi con la sublime dolcezza del cannolo siciliano fresco, con la viscosa bontà del Cicotto di Grutti, oppure per scoprire il pecorino abruzzese stagionato nella cera (in cui era stato avvolto per preservarlo dopo il terremoto del 2009, creando così un prodotto nuovo, dal gusto intenso e pizzicante). 
Certo lo stupore declina anche nella perplessità davanti a una fila di alcuni metri di persone con un grissino in mano per ricevere la fettina di un noto prosciutto crudo, come constatare quanto la partecipazione televisiva di un pizzaiolo creativo incida sempre sulla disposizione di acquisto verso un trancio di pizza superfarcita.


Il Salone è associato in questa edizione a Terra Madre: nel Padiglione Oval sono ospitati quindi cibi del Mondo, in un affascinante giro tra i sapori endemici: dalla farina per l’injera etiopica al secco (e buono) salame di renna della Lapponia, dal sale gallese, al miele, ai paté, tutto pare poi confluire nell’orto dei prodotti dell’Africa, il grande ventre materno del genere umano.
A unire le due aree si trova la zona dedicata ai cibi di strada: dei chioschi attrezzati a cucina presentano una minuscola parte del potenziale di questo genere di alimenti che, a mio avviso, andrebbe implementato,estendendolo oltre le focacce, le olive all’ascolana e ai pescetti fritti, venduti oltretutto a prezzi un po’eccessivi per la tipologia – popolare – della pietanza in questione.

Il mio sentito e vivo ringraziamento vanno a Giovy (e alla sua amica) per l’accredito al Salone Internazionale del Gusto di Torino (ed. 2012), da cui è nato questo post.

In giro per Buttermere

Lake District Buttermere Inghilterra
Picture © 2012 Gianluca Vecchi
C'era una volta una ragazza di nome Mary.
Era la figlia di un publican, suo padre era infatti il gerente del Fish Inn, ottimo pub della zona.
E in una avvallamento così remoto un pub ci voleva per ristorare la gente che vi arrivata.
Ci voleva un pub per ristorare anche i vari Fellwalkers o poeti che proprio sulle rive del Buttermere trovavano pace dopo tanto vagare, fisico e intellettuale.
Questa ragazza un giorno si sposò con uno che non era proprio un bell'affare.
Quest'uomo, che si faceva chiamare Colonnello Hope, era già spostato ma Mary non lo sapeva.
Un certo Samuel Taylor Coleridge assistette al romantic mariage, come lo stesso poeta lo definì, e ne volle scrivere al London Morning Post.
La storia di Mary divenne pubblica e cominciò ad essere argomento di discussione in moltissimi salotti, buoni e non.
Nel Lake District era di pubblico dominio e ispirò anche il buon Wordsworth che nel suo Prelude raccontò della famosa Maid of Buttermere.

Picture © 2012 Gianluca Vecchi
Ci sono tanta ragioni per andare Buttermere (che si legge Buttermer con la U), che oggi è un piccolissimo villaggio fatto di pochi cottage, una chiesa e il famoso The Fish Inn.
Buttermere è incastonato sul fondo di una valle non facile da raggiungere.
Il mio consiglio è dimenticare di avere la patente e affidarsi al grandioso Honister Rambler, un percorso circolare che un autobus di linea compie molte volte durante il giorno.
Va sia in senso orario (bus 77A) che in senso anti-orario (bus77).

La strada percorsa dall'Honister Rambler è tra le più scenografiche in tutto il Regno Unito.

Picture © 2012 Gianluca Vecchi
Ci sono dei biglietti giornalieri o, se fate come me e girate con i mezzi pubblici, questo percorso è compreso nel normale abbonamento (25£ per una settimana, corse illimitate)
Io e Gian abbiamo preso il 77 di prima mattina.
Lo stupore di quanto visto durante quella giornata è stato davvero grande.
Il paesaggio del Lake District è aspro e dolce allo stesso tempo; è spoglio di alberi per il troppo vento ma non appena si arriva vicino ai laghi tutto cambia.
Ci si trova in mezzo a foreste di mille verdi diversi.
Il Buttermere è il lago che più mi è piaciuto nel Lake District.
Molto diverso dal Derwentwater, può essere descritto con una sola parola: selvaggio.
Qui non ci sono barche sulle quali salire, qui non c'è nessuna piccola spiaggetta ben visibile.
Qui c'è vento, tantissimo  vento.
Qui c'è una foresta che profuma.
Qui c'è l'acqua che gorgoglia perché molti ruscelli scendono dai Fells circostanti e si buttano nel lago.
Qui non c'è solo un lago, ma ce ne sono due ... gemelli ... nati in chissà quale glaciaciazione.
Picture © 2012 Gianluca Vecchi
Quel pomeriggio c'era tantissimo vento e per la prima volta in quel viaggio, mi sono avvolta il più possibile nella mia felpa e nella sciarpa che avevo con me perché quell'aria sembrava portarmi via.
Era l'ultimo giorno nel Lake District, poi ci attendeva l'isola di Man, ma io ero comunque un po' triste.
A dire il vero provavo qualcosa di contrastante.
Io e Gian ci sedemmo su di una pietra in riva al lago per mangiare i nostri panini.
Mi immaginavo di essere in un'altra vita e di vedere Wordsworth camminare su quelle strette rive.
Sentivo che quel vento era parte integrante dell'ispirazione per le sue parole e avevo in me la sensazione che fosse un onore essere lì, in quelle condizioni atmosferiche.
Mi guardavo attorno per contemplare ogni minimo centimetro.
Per più di mezz'ora restammo soli, su quelle rive, e non ci fu niente di più bello.
Picture © 2012 Gianluca Vecchi
C'è un bellissimo sentiero che parte da quel lato del lago e che gira tutto attorno.
Ci vorrà poco più di un'ora a girare attorno al Buttermere e camminare in mezzo al silenzio generato da quella valla è a dir poco incantevole, quando sì è disposti a mettere in cammino anche i proprio pensieri.
Buttermere, e il suo omonimo lago, sono un luogo di contemplazione.
Vicino al pub c'è un piccolo caffé, unico punto di ristoro in zona assieme al Fish Inn.
C'è sempre gente lì e probabilmente nel week end potrebbe risultare un vero e proprio carnaio.
Ma quel giorno non era così.
Quel giorno era tutto contemplativo e le persone che, dopo il nostro arrivo, hanno cominciato a manifestarsi sulle rive del lago non facevano rumore.
L'unico suono era quello delle scarpe sul terreno sterrato unito al vento e all'acqua che scendeva dai Fells.
Ero voluta andar lì per capire un luogo tanto citato in poesia.
Pensavo alla vicenda della Maid of Buttermere ma, camminando su quei sentieri, ho capito che quella vicenda è solo marginale rispetto alla bellezza di un luogo che è rimasto integro e non corrotto dal tempo che passa.
Fare un giro a Buttermere equilvale a fare un salto indietro a tempi che nemmeno immaginiamo.
Se potessi scegliere un posto dove vivere nel Lake District, credo proprio sarebbe lì.

#RovStory: un tour per scoprire Rovereto

Per la foto www.visitrovereto.it
Succede che pensi da tempo di scoprire un territorio che per 22 anni della tua vita hai sempre avuto alle tue spalle.
Sono nata e cresciuta nell'alto vicentino e l'ombra del Pasubio ha sempre allietato le miei giornate.
Spesso, gironzolando per le mie zone, vedevo i cartelli che indicavano Rovereto e altrettando spesso guidavo sui passi di montagna che separavano casa mia dal trentino.
Arrivavo a Rovereto e le soluzioni erano due: o il Garda o le Valli dell'Alto Adige.
E Rovereto se ne stava lì, sola soletta, come tutti quei posti che hai vicino casa a tralasci proprio perché sono vicini a te. Troppo vicini forse.
Da quei giorni è passata tanta vita sotto i ponti e ho fatto a tempo a cambiare un tot di case e trasferirmi in pianura.
Con Gian s'è detto "com'è che non andiamo a fare un giro a Rovereto a vedere il Mart e tante belle cose?"
Così vai su VisitRovereto.it e scopri quante cose offre un territorio che quando era troppo vicino a te nemmeno ti incuriosiva.
Forse ero troppo piccola e interessata a qualcosa di più esotico, forse davvero esiste un momento buono per tutti i luoghi. Devi arrivare a capire quando è il tuo momento per incontrare un dato luogo.
E il nostro momento è arrivato: Rovereto mi chiamava.

Partecipare ai blog tour è qualcosa di interessante ma spesso la riuscita e meno dipendono da chi organizza, dal tempo che trovi, da mille cose.
Un blog tour è utile ma è sempre un qualcosa che ti accoglie e ti guida.
E spesso i viaggiatori amano plasmare le proprie esperienze con le loro mani, il loro entusiasmo e la propria passione sana e genuina.
Così, grazie alla professionalità e alla disponibilità dello staff di VisitRovereto.it è nato #RovStory, un percorso di due giorni e mezzo che io e Gian faremo alla scoperta di Rovereto, la Val di Gresta e la storia di quelle montagne.



Perché #RovStory?
Perché Rovereto è storia segnata col fuoco, con il sangue e con la vita.
Rovereto è stata teatro di Guerra e Resistenza e porta in se i segni di periodi difficili che marcano strettamente la Storia d'Italia.
Perché Rovereto è una zona di cui si parla poco ma che vuole raccontare la propria storia di città attiva, accogliente, interessante.
Perché Rovereto e il suo territorio hanno mille cose da dire ai viaggiatori di ogni luogo.


La nostra avventura comincerà nel pomeriggio del 9 Novembre fino a domenica 11 Novembre compreso.
Gian e Io saremo felicissimi di raccontarvelo con le parole, i tweet (seguitemi @Giovyfh, mi raccomando), le immagini, il gusto e tutto ciò che potremo mettere nei nostri zaini da viaggiaori curiosi.

Grazie ancora a tutto lo Staff dell'Apt di Rovereto e all'ufficio stampa per avermi aiutata nella creazione di questo piccolo blog tour e per credere nella comunicazione diretta fatta dai blogger.
Stay Tuned!


Royal Liver Building... ti scoppia il cuore!

Liverpool Inghilterra
Direttamente dal mio telefono -© 2012 Giovy
Era un po' che non scrivevo di Liverpool, eh?
Scherzi a parte, sapete benissimo che quella città è sempre nella mia mente.
L'altro giorno ero in farmacia e chiacchieravo col mio farmacista. Parlavamo di Liverpool e questo perchè, poco più di un anno fa, lo incrociammo proprio sulle strade del Merseyside. Piccolo il mondo!
Non che sia difficile incontrare qualcuno che ai i Beatles a Liverpool... ma proprio il farmacista?!?
Gli dicevo che ormai ogni anno, dal 2006, io metto piede proprio a Liverpool.
Come se dovessi passare un tornello e timbrare un cartellino. Quella città mi deve vedere almeno una volta l'anno perché altrimenti si preoccupa.
Ci arrivo sempre dal cielo, a Liverpool.
Al massimo col treno dalla vicina Manchester.

Quest'anno ci sono arrivata, per la prima volta, dal mare.
E vi assicuro che è un qualcosa che porta via il cuore.
Ero in un mood un po' triste.
Lasciavo l'Isola di Man, il viaggio giungeva quasi al termine, avevo pochissima voglia di tornare in Italia.
Il traghetto da Douglas ci mette circa 2 ore e mezza ad arrivare a Liverpool ed io, per un po' avevo dormito durante il viaggio.
Al mio risveglio trovai vicino alla rotta del traghetto le pale eoliche che spesso intravvedevo dai punti più alti di Liverpool.

Dentro il cuore sentii una specie di spinta verso la felicità perché era vero che quel viaggio stava terminando, ma era solo "quel" viaggio che terminava.
In secondo luogo, ci sarebbe stata Liverpool ad accogliermi per quell'ultimo giorno sul suolo della Perfida Albione.
Liverpool è la sicurezza di una città che cominci a conoscere bene.
Liverpool è quel luogo in cui non abiti ma nel quale hai già i tuoi posti preferiti e dici "meglio non andare a mangiare là, andiamo piuttosto a...".
Liverpool per me è quel luogo in cui mi sento di dare indicazioni alla gente.
Liverpool è un modo di parlare inglese che adoro.
Sapevo che il traghetto avrebbe attraccato praticamente in pieno centro città.
Succedeva anche a tutte quelle navi che arrivavano dall'Irlanda negli anni '30, cariche di persone che sognavano una vita migliore.
L'attracco della Steam Packet Company era proprio davanti al Royal Liver Building e, non appena lo vidi, mi scese una lacrimuccia di felicità.

Il Royal Liver Building è, assieme alla Cattedrale anglicana vicino ad Hope Street, il simbolo della città.
Quella cosa che vedi da distante e ti fa dire che sei arrivato.
Si tratta di un edificio di inizio '900. Venne costruito per il Royal Liver Group, un gruppo assicurativo che lavorava con tutti i cargo e non in partenza dal Merseyside.
Sulle due torri alte troneggia il Liver Bird, questo pennuto mitologico ed enorme che protegge la città in tutte le leggende popolari. Quando ascolto Free as a bird dei Beatles penso sempre al Liver Building.
Dal 2006 ad oggi Liverpool è diventata sempre più bella.
Non appena scesi dal traghetto, con il mio zainone sulle spalle, non potei non fermarmi a guardare il Liver Building che mi accoglieva.
Mi batteva il cuore dalla felicità e per un minuto (ma facciamo anche due) dimenticai che quello era l'ultimo giorno di viaggio.
Mi sembrava di essere entrata in un viaggio nuovo, che stava per iniziare in quel momento.
Scattai la foto che trovate all'inzio del post e, per almeno 300 metri, continuavo a ripetere a voce alta "ma quanto sei bella, ma quanto sei bella".
Pensavo ci si potesse appassionare ad una città, pensavo ci si potesse trovare bene.
Non mi sarei mai aspettata da me stessa di provare per un luogo un amore tanto grande.

I miei giorni a Ngor


Oggi, sulle pagine di NonSoloTuristi.it vi parlo di un pezzo del mio Senegal.
E' un tassello molto importante nel puzzle della mia vita perché era uno dei posti che la mia mamma amava di più.
Su consiglio suo ci andai e ne restai estasiata.
Vi parlo dell'Isola di Ngor.
Stay Tuned!

Il mio AloRisotto

Risotto con Birra
Ciao a tutti, 
vi presento un mio risotto... o meglio, vi presento l'Alorisotto.
Come molti di voi avranno già letto, un po' di giorni fa mi sono messa in testa di cucinare con le mele.
Niente di meglio di una mattinata in cucina per produrre il mio piatto per il contest di Alogastronomia promosso da Apecchio-Città della birra.
La foto forse rende poco e me ne scuso, ma quel giorno la fame e la voglia di assaggiare il mio prodotto erano davvero molte.
Il mio Alorisotto è un risotto fatto con Speck, Mele Fuji e Birra Artigianale.
Passiamo subito agli ingredienti e alle dosi (per due persone):



  • 200 gr di riso Carnaroli
  • 1 bottiglia di Birra Chester Brown Ale del Birrificio Dada di Correggio (RE)
  • 1 scalogno
  • 1 noce di burro (buono però!!)
  • 1 mela Fuji
  • Due fettine di Speck 
  • Del brodo di carne 
Il procedimento è semplice ma va fatto con cura, come per tutti i risotti.
Fate imbiondire lo scalogno nel burro, aggiungete lo speck tagliato a dadini e successivamente tostate per bene il riso. Questa è una fase fondamentale! Non abbiate troppa fretta di aggiungere il brodo.
La prima sfumatura del riso tostato andrà fatta con circa metà bottiglia di birra.
Successivamente procedete col brodo, normalmente.
Portate avanti la cottura del riso e quando sarete circa a metà (non esistono tempi standard... assaggiate) aggiungete le mele tagliate anche loro a dadini.
A cottura completata, assaggiate per aggiustare in sale e pepe.
Sono tre i contrasti presenti in questo piatto: l'affumicato dello speck, il dolce delle mele e l'amaro della birra.
Non abbondate con sale e pepe all'inizio perché il gusto dipenderà molto dalle materie prime che scegliete.


Io non ho aggiunto parmigiano al risotto e a mio avviso andava bene così.

Qualche parolina sulla birra (e per questo ringrazio ancora Dada per l'appoggio e le info precise).
Si tratta di una Ale scura, alta fermentazione, circa 5,2°, prodotta con malti torrefatti e cascade (tipo di luppolo americano) a fine bollitura.
E' una birra a bassa carbonazione che non ha bisogno di grandi periodi di fermentazione.
Il gusto è molto pieno e la nota amara è davvero forte.

A me piace molto, proprio per quell'amaro capace di portarmi sulla mia adorata Britannia in un secondo.


Vero che se passate di qui andate tutti al Dada?

La Laguna: Tenerife in salsa coloniale

Picture from DondeConoVamosHoy
Ci sono dei posti che, semplicemente con una passeggiata, sanno portarti dentro atmosfere diverse da quelle che immaginavi per quel dato posto. E' un pensiero che ho spesso quando ripenso ai miei giorni a Tenerife. Non sapevo che cosa aspettarmi dalle Canarie: pensavo ai resort straboccanti di turisti, pensavo alle bancherelle di souvenir.Ero in aereo, da Madrid a Tenerife, quando mi apparve proprio quest'isola dall'oblò.

L'Escambray ti guiderà...

Viaggiare a Cuba
© 2012 Giovy

Succede che l'altro giorno mi chiama uno dei miei più cari amici. Mi dice che lui e la sua fidanzata andranno a Cuba a Natale, per circa dieci giorni. "Che fortuna", dico io ... no io ho usato un'altra parola ma non importa. Dicevamo, fortunati... è vero... perché io mi sono sempre immaginata di poter passare un capodanno a la Habana e di poter fare poi un bel viaggio in giro per Cuba.

Callanish: Oceano, pietre, terra

Cerchio di Pietre di Callanish
Picture by Eva McDermont @500px.com
Sicuramente tra di voi c'è chi ha visto The Brave.
Ecco. In una delle scene del film (io l'ho notato dal trailer) si vede un bellissimo stone circle che altro non è che il disegno di un qualcosa di esistente.
Siccome con le standing stone ci ho preso gusto, oggi facciamo un fantaviaggio in quel della Scozia.
Spero che questo post cambi un po' il Karma tra la sottoscritta e la nazione della Croce di Sant'Andrea.
Tempo fa, io e Gian pensavamo di andare in Scozia per le nostre vacanze.
Niente di più bello.
Comprammo la guida, la leggemmo, cominciai ad organizzare ma quel viaggio non usciva, come se ci fosse ancora qualcosa a bloccarlo:
Cambiammo destinazione e tornammo ad esplorare il Nord del Galles.
La Scozia però è sempre lì, nel mio cuore.
L'estate scorsa, dalla Costa Nord della Cumbria, guardavo oltre il golfo che separa, a ovest, Inghilterra e Scozia e guardavo quella terra che ho tanta voglia di conoscere.
Ero lì che le chiedevo "ma io e te quando ci incontreremo?"
Allora voglio cominciare a parlarne, per farla entrare un po' in me.
E per farlo ho scelto un luogo che è sicuramente emblematico e che non sempre viene incluso negli itinerari più classici.
Siamo a Nord, o meglio Nord Ovest, dove la terra incontra l'oceano e i contorni del terreno sono frastagliati perché segnati da millenni o non so quanto di glaciazioni.
Siamo in quella parte della Scozia che guarda la distante Islanda. Siamo alle Ebridi.
Abbiamo preso un traghetto per passare da un'isola grande ad un'isola piccola.
Siamo a Nord di questo arcipelago tutto da scoprire: eccoci a Callanish, sull'isola che si chiama Lewis.
Perché siamo qui?
Perché ci piace il paesaggio nordico, certo.
Perché ci piace come si mangia qui, certo.
Perché non possiamo fare a meno del vento che ti prende e ti porta via, certo.
Perché non possiamo fare a meno di voler scoprire un passato che quel genio di Neil Oliver ha spesso raccontato.
Nel 1800 avanti Cristo circa, qualcuno (umano, alieno ... non si sa) portò in questo luogo sperduto dei massi granitici molto grandi.
Li allineeò, come pensano alcuni, in modo che in un certo punto stabilito venisse "incorniciata" la luna di mezza estate. Secondo una leggenda gaelica, le pietre sono dei giganti pagani che riufiurono il Cristianesimo portato in queste zone da San Kieran e pertanto vennero tramutati in pietra.
Quale sia la verità, se mai ci può essere una sola verità, questo non lo so.
Mi riprometto di combattere il Karma, andare a Callanish e scoprirlo.
Anche solo il pensiero di un luogo così remoto ed estremo mi spinge a prendere e partire.
Mi sento di aver fatto un passo avanti nella mia lotta cosmica contro il "perché non riesco ad andare in Scozia" e so di aver messo nel mio cuore un semino di entusiasmo verso una località che ho tutta la voglia di incontrare seriamente.


Una birra che di nome da Ch'ti

Francia Birra Ch'Ti
Foto dal cellulare della Giovy - © Giovy 2012
Più che di una birra, qui si parla di una popolazione intera che già un po' di tempo fa vi avevo descritto parlando della Nordicissima Bergues.
Ed è proprio qui a Bergues che ci troviamo oggi, in quel del Nord-Pas-de-Calais, quella regione del Nord-Est Francia che nessuno considera quando si dice "vado a nord della Francia".
Voi cosa pensereste se un vostro amico vi dicesse che va in vacanza a Nord della Francia: pensereste subito a Bretagna e Normandia, come moltissime altre persone.
Noi, per ora, di Bretagna e Normandia non ne parliamo ma, virtualmente, prendiamo un bel treno che ci porta prima a Lille e poi dritta dritta fino a Bergues e Dunquerke.
Il Nord-Pas-de-Calais è essenzialmente un regione molto ibrida, che strizza l'occhio al vicinissimo Belgio.
Non dico che ci si metta di meno ad arrivare a Bruxelles da Bergues, ma quasi quasi... Parigi è più scomoda.
Come già vi scrivevo un bel po' di post fa, gli abitanti di questa regione sono definiti Ch'ti e parlano lo Ch'timi che, a detta loro, assomiglia un po' al fiammingo e un po' al picardo.
In poche parole, non è francese.
Una connotazione dialettale così forte offre anche connotazioni di vita e sviluppo diverse dal resto della francia, quasi come se il Nord-Pas-de-Calais fosse uno stato nello stato.
Qui c'è una gastronomia, infatti, che premia molto di più l'uso della birra che del vino (cosa che nel resto della Francia Impera).
Piatto tipico della zona è la Carbonade, una sorta di brasato cucinato nella birra anziché nel vino rosso.
Nel mio piccolo, il mio spezzatino è fatto proprio in stile Carbonade e ritengo che certi tipi di carne stiano davvero molto meglio con la birra che col vino.
Detto ciò, sapevo che in quella zona si produceva una birra artigianale che sinceramente volevo provare.
Trattasi di una birra dall'etichetta francese ma con l'anima spartita tra il belgio e l'amaro delle birre inglesi, distanti da lì solo per "colpa" del Canale della Manica.

Settimane fa ero in Svizzera e con degli amici siamo capitati in un locale che ha circa 70 tipi di birra da tutto il mondo. Si trattava di birre in bottiglia e, ahimé, non sempre si può avere la spina da Real Ale a disposizione.
C'ho messo un po' a capire cosa volevo bere.
Nel locale erano presenti molte birre della Kent Brewery (South England), soprattutto la Spitfire che adoro da matti.
La mia attenzione è stata attirata però da una bottiglia da 75 cl di Ch'Ti.
Né io né Gian credevamo ai nostri occhi: potevamo finalmente gustare una birra che era nella nostra lista di degustazioni desiderate da molto.
Prima cosa: chiedete sempre prima il prezzo perché noi ci siamo fatti prendere dall'entusiasmo e poi l'abbiamo pagato. Ma pazienza... per una volta!
La Birra Ch'Ti è prodotta dalla Brasserie Castelain e rappresenta una produzione davvero legata al territorio dal quale prende il nome. E' disponibile in versione bionda e ambrata.
Io ho assaggiato la bionda e devo ammettere di essere rimasta sorpresa: è corposa, dal retrogusto leggermente amaro e ti lascia un gusto e una consistenza che ti aspetteresti da una birra trappista e non da una birra chiara.
In una parola: coinvolgimento, di gusto, olfatto e sensazione.
La Ch'ti è una working class beer: la sua storia, il suo sviluppo e produzione sono intrinsechi alla tradizione mineraria tipica di quella zona d'Europa. Dovete immanginarvela in mano a uomini che hanno dato tutto nei meandri della terra.
Dovete immaginarvi quella bottiglia sporca di carbone nero.
Dovete immaginarvi il suo gusto capace di ripulire la sensazione polverosa della miniera.
Ho adorato gustarmi quella birra e alternare le risate generate dal ricordo del film, alla sorpresa per quel gusto e all'amarezza per il destino di certe persone.

Ho proprio voglia di andare a Bergues per scoprire e capire in pieno quel territorio.
Attendo solo l'occasione giusta, il momento per spiccare il volo verso una nuova avventura.

C'è mai stata, per voi, un'esperienza culinaria o legata al gusto capace di portarvi in un altro paese per un momento?

21 Dicembre, dove?

E' il momento di pensare al 21 Dicembre.
Se vorrete essere da qualche parte per quella data è ora di cominciare a capire dove andare.

Non è della profezia Maya che parlo ma dell'inzio dell'inverno che molta gente in molte epoche ha sempre festeggiato come un momento di rinascita.

Oggi vi parlo di tre siti molto antichi.
Correte a leggere sulle pagine di NonSoloTuristi.it

Stay Tuned!

Western Approaches: storia di una Liverpool nascosta

Picture by Martin Pritchard @Flickr.com

Voi siete in viaggio a Liverpool. E per questo siete già fortunati. Cercate Dale Street, in centro, impossibile perderla. Su Dale Street c'è una concentrazione immensa di pub imperdibili, dove la birra è arte e il gusto è un qualcosa che porta via. Fermatevi al Thomas Rigby, prenderetevi una Ale e rilassatevi. Pochi passi più in là di questo pub, andando in direzione dei Docks, troverete sulla destra una stradina piccola tra due edifici molto imponenti: è Rumford Street. Li troverete una piccola gemma nascosta della città: il Western Approaches.

Il silenzio del Begijnhof

Visitare il Begjinhof di Amsterdam
Foto da Flickr by Tony Kemplen
Mi è venuta in mente un po' di tempo fa una parte di Amsterdam di cui non si parla spesso: il Begijnhof.
Non so dirvi per quale strana ragione, ma anni fa quando lessi questa storia del luogo dove vivevano le Beghine mi sono un po' intrippata nel cercare di capire la vita e di queste donne.
L'olandese per me è una lingua ostile, simpaticamente parlando: se lo leggo lo capisco grazie all'unione mentale tra il tedesco, l'inglese e reminescenze di filologia germanica.
Se lo sento parlare guardo le persone con la stessa espressione delle mucche che guardano passare il treno.
Begijnhof è per me Beghinhof... lo leggo un po' in modalità tedesca e sono sicura che si pronuncerà in un modo completamente diverso.
Malgrado questo, trovare questo luogo in pieno centro ad Amsterdam è proprio facile.
Ci andai la prima volta in un pomeriggio di ottobre, mentre tutto in città parlava di autunno.
Varcai il portone d'ingresso in completo silenzio e così restai nel tempo in cui percorsi, più volte, il cerchio di strada che passa davanti ad ogni casetta.
Ma che cos'è questo luogo?
E', come dice la parola stessa, il Bejin (Beghine) hof (luogo), quindi è il luogo delle Beghine.
Le Beghine erano quelle donne che, per propria scelta, si ritiravano a vita religiosa, senza far parte di un vero e proprio convento ma continuando a vivere in case normali, pur sempre appartate, e dedicandosi alle opere caritatevoli o cose simili.
Si hanno segni di "Beghinaggio" fin dal XII secolo ma questa pratica divenne molto in auge ai tempi della controriforma, che coincidono con una certa esplosione sociale olandese.
Il convento, si sa, non è un luogo proprio di moltissimi paesi nordici e pertanto in zone come il Belgio o l'Olanda, i Begijnhof accoglievano spesso quelle donne che, rimaste sole, decidevano di dedicare la loro vita a qualcun altro che non fosse un marito.
In apparenza potrebbe sembrare una scelta triste e questo potrebbe dare a questo luogo una connotazione sbagliata.
Il Begijnhof è per molti un punto importante della storia della cooperazione femminile perché nessun uomo era mai ammesso all'interno della zona delimitata dalla casa delle Beghine, tranne il parroco e solo per celebrare la messa. Questo significa che in tutto e per tutto quelle donne dovevano essere autonome: nei lavori di manovalanza, nel coltivare il terreno, nel dirigere tutta quella che era la vita di una comunità.
Quel giorno di autunno, in quel di Amsterdam, restai lì nel Begjinhof a pensare e a dirmi che io non so se sarei riuscita a vivere una vita ritirata.
La mia vita ha bisogno di partenze e non sarei riuscita a ritirarmi in quel cortile per il resto dei miei giorni.
Nel pensare mi accorsi di una cosa che non avevo notato subito.
Io ero entrata in silenzio, è vero. Dentro non c'era nessuno, se non il silenzio stesso.
Mi sembrava che quell'atmosfera fosse rimasta lì dai tempi della controriforma.
Vivevo quel silenzio quasi come fossi in una dimensione diversa da quella del resto della città.
Mi girai a guardare quelle casette per l'ennesima volta.
Varcai il portone di nuovo.
Il rumore della città tornava addosso a me: gli autobus, la gente che camminava, la gente e la propria vita.
Ero di nuovo nel rumore ma avevo vissuto uno stacco che mi era piaciuto molto.


Anni dopo tornai ad Amsterdam e ritornai lì.

Lo stesso silenzio mi stava aspettando.

Quanto è bello cucinare con le Mele

Ricette con le mele
Un bel po' di Golden nella Cucina della Giovy
 L'altro giorno m'è venuta la "Melite acuta".
Già, la melite è una di quelle malattie immaginarie a cui sono soggetta più o meno spesso, come la Britannite che, aiuto, si è fatta sentire in concomitanza con la Melite.
L'unica cura per guarire dalla Melite creare una stretta vicinanza con il frutto in questione, una sorta di cooperazione che, perdonatemi la frase, dia dei buoni frutti.
La mia cooperazione si è compiuta qualche giorno fa, di domenica... perché solo in certi week end ho il tempo di trasformarmi in una rezdora provetta che cucina grandi cose.
Ho quindi creato un menù a base di Mela, dall'antipasto al dolce.
Negli stessi momenti, mentre io cucinavo, in Val di Non si stava svolgendo Pomaria ed è come se la mia mente fosse stata là.

Elencherò i piatti e qualche accenno di ricetta in ordine di preparazione perché, malgrado nel gustare un pranzo si parta sempre dall'antipasto e si arrivi al dolce, nella preparazione spesso le cose si capovolgono.
Essendo io in possesso di una cucina normalissima, sono partita dal dolce... perché di forno ce n'è uno solo e i tempi andavano ottimizzati.
Dunque, dicevamo il dolce... ovviamente il dolce di mela per eccellenza (nella mia testa): lo Strudel.
Ci sono mille ricette per lo Strudel di mele.

Nella mia non ci metto mai la cannella perché non mi piace.
Io adoro sentire dentro di me il gusto pieno delle Renette, perché solo con quelle riesce il perfetto Strudel.
Ad ogni mela il suo piatto e guai a sbagliare!

Lo Strudel appena uscito dal forno
 Per fare la pasta ho usato 300gr di farina, un 100gr di burro, un goccio di latte per redenre elastica la pasta e circa 80gr di zucchero bianco. Ho mescolato il tutto fino ad ottenere un impasto omogeneo e l'ho lavorato con le mani (altro che palestra!). Ho lasciato che l'impasto riposi in frigo per circa 30 minuti e nel frattempo ho tagliuzzato 4 renette. Poi ho assemblato il tutto, spennellato di tuorlo d'uovo e informato (forno ventilato - 180°) per circa 35 minuti.

E' arrivato poi il turno dell'arrosto, perché doveva cucinare per circa un'oretta. Questo è un piatto che ormai faccio spesso e trovate la mia ricetta qui. Questa volta però, ho sostituito il sidro con un bicchiere di birra artigianale e del brodo di verdure.



L'arrosto in fase di cottura
 E' arrivato poi il momento di preparare l'antipasto che consisteva in involtini di bresaola con crema di ricotta e gorgonzola con mele Fuji. La crema di ricotta e gorgy è la cosa più semplice del mondo.
Basta mescolare del gorgonzola e della ricotta a temperatura ambiente con un goccio di latte, un pizzico di sale e del pepe rosa. Tagliate a pezzettini le Fuji (andrebbero bene anche delle Granny Smith) e mescolatele alla cremina per poi farcire la bresaola e chiuderla ad involtino.
Niente di più semplice ma, credetemi, gustoso.
Il sapore della mela arriverà solo alla fine del boccone ed è davvero una sorpresa.

Involtino "in fieri"
Last but not least, il primo.
Ultimo piatto ad essere ultimato per essere portato in tavola caldo e fumante.
Si tratta di un risotto con speck, mela Golden, sfumato con una birra porter artigianale.
Un insieme di sapori che si bilanciano tra loro.
Su questo piatto non vi dico niente perché vi racconterò per bene la ricetta prossimamente (molto presto) per il contest di Alogastronomia di cui vi parlavo tempo fa.

Estremi rimedi da viaggiatore

La Nivea della Giovy . Dal cellulare della Giovy

Sottotitolo: non chiederti mai cosa può fare la tua Nivea per te, perchè potresti sorprenderti.

Quando si viaggia, si sa, capita sempre che ci manchi qualcosa o che qualcosa finisca e non si riesca a reperirlo.
Col tempo si affinano le varie tecniche di preparazione bagagli e si diventa davvero bravissimi, per non dire perfetti.
Qualche mattina fa, non so dirvi per che strano sillogismo o ragionamento contorto, mi è venuta voglia di annusare la crema Nivea, quella tradizionale, quella nella intramontabile scatoletta di latta blu.
Sono andata in camera e ho soddisfatto il mio desiderio.
Una scatoletta Blu di Nivea ci dovrebbe essere in tutte le case d'Italia, e lo dico senza fine pubblicitario alcuno.
La Nivea sa di nonna, sa di mamma, è rassicuramente come un abbraccio.
Se fosse un cibo, sarebbe perfetto per essere etichettato come Comfort Food.
Anni fa, molti anni fa ormani, ero in Brasile e, vuoi per l'emozione di volare per la prima volta in Sud America e vuoi per il fatto che ero molto meno esperta di viaggi di ora, ho commesso un errore imperdonabile per chi, come me, ha i capelli che tendono al boccoloso.
Ebbene, signori miei, ho lasciato a casa il balsamo!
Non andavo nella foresta Amazzonica, andavo a Recife che è una città davvero immensa.
Vuoi non trovare il balsamo a Recife?
C'erano balsami di ogni tipo ma il problema è che io non riuscivo mai ad andarli a comprare.
Ero andata in Brasile per fare volontariato e le mie giornate erano davvero piene che, arrivato il buio, il mio ultimo pensiero era il balsamo.
Quando arrivavo sotto la doccia però... me lo ricordavo. Eccome se me lo ricordavo!
Non avevo i capelli proprio lunghi ma i nodi e simil dread si formavano giorno dopo giorno.
Chiesi alle mie compagne di viaggio che, ovviamente erano tutte quante provviste di capelli liscisissimi come l'olio. Niente balsamo. Pazienza.
Giorno dopo giorno la situazione era sempre più difficile ed io mi dimenticavo sempre di andarlo a comprare.
Aguzza l'ingegno Giovy, mi dicevo.
E così feci.
Quelli furono giorni in cui, per risparmiare tempo e turni in doccia, si entrava a lavarsi vestite per sciacquare i vestiti prima e la persona dopo.
Quelli furono giorni in cui capii che esisteva l'Amuchina e che macchiava tantissimo i vestiti scuri.
Quelli furono i giorni in cui la Nivea divenne l'alleato primario dei miei capelli.
Ebbene, stanca di trattenere le urla per i nodi e stanca di entrare in doccia sempre con le forbici, decisi che la Nivea sarebbe stata il mio balsamo.
Quella sera mi lavai i capelli e poi usali la Nivea della confezione in latta blu come balsamo.
Udite udite! Funzionò!
Dovetti fare un altro shampoo poi ma gli agenti emolienti della crema erano riusciti a domare i miei capelli.
E dopo giorni di Brasile in cui si lavora coi bimbi in strada (e tutte le bimbe vogliono farti le treccine) e si prende acqua ad ore alterne da domare ce n'era. Credetemi.
Ora, non che sia un uso consigliato di quella splendida crema e, badate a me, portatevi dietro sempre il balsamo ma posso dirvi che l'ingegno e la presenza del fantastico barattolino blu quella volta mi risolsero il problema.

Il giorno dopo andai comunque a comprarmi il balsamo ma fui felicissima della mia scoperta.

Tutte le volte che sento il profumo di quella crema, la mia mente pensa e ripensa a quelle sere Brasiliane e ai Colibrì che vedevo ogni mattina.


Balsamo a parte, vi è mai capitato qualcosa di simile?

Skagen, tra terra e mare

Danimarca Skagen
Images for coutersy of VisitDenmark.com
Sapete quanto io ami i luoghi estremi. E per "estremo" indico proprio un luogo posto alle estremità di qualcosa.
E' il caso di Skagen, in Danimarca, che da qualche giorno gira nella mia mente.
In caso di qualche domanda in stile brain storming, la mia risposta sarebbe sempre Skagen.
Cosa vuoi da mangiare stasera? Skagen.
Lo prendi il maglione o no? Skagen.
Sei andata in posta? Skagen.

Questa cittatina si trova sulla punta nord della Danimarca e guarda tutti i giorni il mare del Nord e la Svezia.
Potete immaginarvi che vento, potete immaginarvi il freddo dell'inverno, il buio di questa stagione ma potete anche immaginarvi lo spettacolo delle luci nordiche (la bellissima Aurora Boreale) e potete anche immaginarvi cosa voglia dire il chiarore bianco delle notti estive.
Personalmente, quando penso alla Danimarca ci sono due sole cose che mi vengono in mente: la prima, come si potrebbe pensare, non è Skagen, malgrado la costante presenza nella mia mente.
La prima è Helsingor, ovvero Elsinore, la casa di Amleto, Prince of Denmark.
La seconda è proprio Skagen.
Giorni fa leggevo che Skagen e il Natale sono indissolubilmente legate da una tradizione che racconta il Calendario dell'Avvento.
Avete presente il calendario con le finestrelle che, dalle Alpi in su, è protagonista del Natale di ogni famiglia?
Ecco, a Skagen diventa un Calendaerio vivente.
Le popolazioni nordiche sono legate ad un'idea del Natale molto meno religiosa della nostra Italiana ma profondamente tradizionale, dove la tradizione è strettamente connessa con un retaggio nordico-vichingo-mitologico da far paura.
Perché le popolazioni nordiche contano i giorni che separano dal Natale?
Questi popoli contano i giorni che separano dal Solstizio d'inverno.
Il 21 Dicembre inizia sì l'inverno ma questo inizio segna la partenza di una rinascita.
Può sembrare una contraddizione ma pensateci bene: la luce cala dal 21 Giugno al 21 Dicembre.
Dal 21 Dicembre la luce cresce, anche se siamo inverno.
L'inverno è l'inizio di una rinascita ed è la fine dell'impero del buio.
E' la luce, non la temperatura, a segnare il punto di rinascita.
Per questo motivo si contano gli ultimi 24 giorni (cambia a seconda dei paesi, a volte) di regno del buio.
Per farlo, Skagen mette in piazza i suoi abitanti e il calendario dell'avvento diventa qualcosa impersonato dagli esseri umani.
L'abete, con i suoi aghi e il suo profumo diventa protagonista in quei giorni andando a costutuire, su 24 edifici pubblici, le porticine da aprire giorno dopo giorno. Proprio come si fa con il calendario dell'avvento che si appende.
Le porte vengono aperte da vari angioletti che, con una carrozza, girano la città.

Altra ragione per raggiungere questo paesino a nord dello Jutland è il fatto che vi risiede un graditissimo birrificio artigianale.
Come sapete bene, cedo a questo tipo di proposta molto volentieri.
Si tratta dello Skagen Bryghus dove è anche possibile fare dei tour guidati e gustare dell'ottimo cibo.
A considerare la vicinanza al mare, io lo proverei.


Ma come ci arrivo a Skagen? Con la Fantasia?
No di certo!! Basta un bell'aereo fino in Danimarca, e fin qui è facile.
Poi basta un bel treno o un autobus fino a Skagen. Qui è un po' difficile perché il sito delle Ferrovie Danesi, in versione inglese, deve essere migliorato un pochino.
Ma basta un po' di pazienza e tanta voglia di viaggiare che tutto si risolve.


Images for coutersy of VisitDenmark.com

Segni di un tempo lontano


Oggi è tempo di cominciare a raccontarvi la Val Camonica.
Sono stata ospite del Distretto Culturale della Val Camonica in occasione di Multi Media Land, un interessante workshop tenutosi lo scorso week end.
Vi racconto tutto sulle pagine di NonSoloTuristi.it



Correte a leggere e ditemi cosa ne pensate!
Avrei voluto mostrarvi più foto delle incisioni rupestri ma ci vuole il permesso della sovraintendenza per i beni culturali della Regione Lombardia.
Non sembra un po' una contraddizione che per fotografare un Sito che è patrimonio dell'Umanità (e quindi è anche mio e vostro) ci vogliano permessi e mille scartoffie? Mah...


Stay Tuned!

Monte Alban: misteri à go-go

Monte Alban Messico
Piramide Zapoteca a Monte Alban - © Giovy 2012
 Circa una settimana fa, durante una sera di stanchezza mentale totale, sono approdata su di un programma telesivo che si chiama Enigmi Alieni.
Mi diverto, oh come mi diverto, quando arrivo a vedere trasmissioni così. Mi diverte Voyager e mi diverte Giacobbo. Ma questi di Enigmi Alieni battono ogni genere di divertimento che la mia mente possa generare.
Ho ascolta con pazienza e curiosità entrambe le puntate in onda.
Ammetto di essermi posta spesso, durante i miei viaggi, qualche domanda uguale o simile a quanto ascoltato durante Enigmi Alieni.
Mi capitò in Egitto, di fronte alle Piramidi , dove mi chiesi come potevano essere tagliati con tanta perfezione alcuni blocchi di granito davvero immensi.
Ad un certo punto della serata, un tal studioso di cose aliene ha parlato di Monte Alban.
Ed io lì ci sono stata durante il mio viaggio in Mexico anni fa.
Si tratta di un sito zapoteco a pochi kilometri da Oaxaca.
Io e la mia amica Fra ci fermammo in quella città per spezzare il viaggio da Città del Messico al Chiapas, che era in effetti un po' lunghetto.
Lessi sulla mia mitica Lonely di quanto bella e interessante fosse Oaxaca (che si legge Uacaca) e di sicuro ciò che vedemmo non tradì le nostre aspettative.
Era la seconda mattina nella città messicana e avevamo appena fatto colazione nella panetteria di fronte all'ostello dove avremmo passato qualche giorno.
La città vecchia è molto interessante (ve ne parlerò) ma quel giorno avevamo voglia di inoltrarci nei dintorni.
Trovammo proprio alla panetteria un poster di Monte Alban e chiedemmo alla commessa di quel negozietto dove si poteva prendere l'autobus per quella località.
Detto, fatto. Eravamo sull'autobus (di prende dalla stazione principale, impossibile non trovarla) che portava all'importante sito zapoteco.
Pochi pesos e passa la paura!
Passa la paura??? Pochi pesos e ti viene la paura!
La strada che va da Oaxaca a Monte Alban è a dir poco tremenda in quanto a (mancata) larghezza e strapiombi mozzafiato. Si tratta di circa 7 kilometri che vengono percorsi in circa 20 minuti o più.
Non appena l'autobus esce dalla città e si inerpica sull'altura, l'unica cosa che viene da fare è tirare un bel sospiro e rilasciare l'aria solo una volta arrivati.
Noi arrivammo sane e salve ... ma che roba!
Durante quel viaggio ne vedemmo di strade strette, difficili e pericoloso ma quella mi sa che è in testa alla classifica!
Quello che però va detto è che il luogo vale il viaggio.
La sensazione di tranquillità che provai a Monte Alban non è pari a niente, in quel viaggio in Messico.
Visitai Teotihuacan e ne gustai la magia ma a Monte Alban c'era qualcosa di diverso che non capivo.
Visitai con interesse le rovine e il museo che le precede.
Gli Zapotechi erano davvero gente straordinaria in quanto ad arte.
Il sito è nato, a varie fasi, durante i primi secoli dopo Cristo ed è costruito con una pietra chiara, tipica della zona. Io probabilmente amavo la sensazione che mi dava quel colore.
Mi sedetti sulla cima di un tempio conquistata a fatica perchè quei gradini... credetemi... non sono per nulla facili da salire e scendere.
I CentroAmericani saranno stati bassini più di me e con i piedini piccoli.
Come cavolo facevano con quei gradini a prova dei migliori menischi umani?
Forse l'Enigma Alieno sta proprio in questo e non in quella spianata sulla quale i templi sono stati costruiti.
C'è chi pensa, infatti, che Monte Alban sia stato spianato da forze aliene per permettere alle astronavi di atterrare.
Che sia vero o no, non è di questo che mi interesso.
Io mi interesso all'emozione provata quel giorno.
Se la richiamo alla mia mente mi porta subito un bel sorriso sul viso.
Non faceva troppo caldo, eravamo in pochissimi sul sito ed io stavo veramente bene.
Mi gustavo un Messico mille volte più bello di quello che mi immaginavo.
Proprio perché un viaggio è visione, sensazione, emozione.


Derwentwater: acqua e tanta ispirazione

Lake District Inghilterra
Vista da Friars Crag - Il Paradiso

Quello che vedete qui sopra altro non è che il panorama del quale potrete godere in quel di Friars Crag, Keswick, Lake District. Non servono spiegazioni, ormai, per dirvi perché si chiami Lake District. Quello che però vi racconto oggi include una piccola stranezza di toponomastica che spesso fa sorridere. Il Lake District è ovviamente una regione piena di laghi.Il mio preferito si chiama Derwentwater, seguito a ruota dal Buttermere.

King Orry si prende una birra


The Grave of King Orry Isola di Man
Vicino casa bianca sulla destra c'è la King Orry's Grave

 Giovedì eravamo rimasti in quel luogo meraviglioso che è la Tomba di King Orry.
Quel pomeriggio, io e Gian non volevamo proprio andarcene.
Ad un tratto trovammo la forza per lasciare quell'angolo nascosto di Isle of Man e tornammo sulla strada principale.
Con nostra immensa sorpresa, la meraviglia non era ancora finita.
Ci rendemmo conto solo il quel momento che, dal lato opposto della strada, imperara (è proprio il caso di dirlo) un altro stone circle.
Ci avvicinammo quasi intimoriti perché non ci aspettavamo di certo di trovare un altro pezzo di neolitico lì vicino a noi.
Questo Stone Circle è strettamente legato alla King Orry's Grave.


Isola di Man la tomba di Re Orry
Questo Stone Circle è dall'altro lato della strada, sempre in mezzo alla case
Secondo quello che ritengono gli archeologi si tratta di una zona religiosa e/o celebrativa.
Probabilmente qui avvenivano cerimonie, cose importante o altro legato alla vita della tribù che vi abitava in prossimità.
Il cerchio è molto particolare perché, al suo interno, vi è una sorta di camera sepolcrale aperta da un lato.
Il passaggio è stretto e si pensa che costituisse una sorta di punto per riti iniziatici o di espiazione.
Passare attraverso le pietre che formavano quella camera "nobilitava" o "riabilitava" la persona.
Queste, in parte, sono supposizioni perché non sono stati ancora effettuati scavi approffonditi sull'Isola e questo la rende ancora più magica.
Essere lì significa essere di fronte a qualcosa da indagare, qualcosa da conoscere, qualcosa di cui stupirsi.
Altro che Voyager!
Quando si è in un posto del genere non si vorrebbe più andar via ma noi, passo dopo passo, imboccammo Minorca Hill (la discesa che va verso il mare, non vi sbaglierete).
Camminammo circa un quarto d'ora in discesa con la volontà di gironzolare per Laxey.
La nebbia era mista a pioggia, la pioggia era la nebbia. Non si capiva cosa stesse bagnando i miei capelli.
Io mi dicevo semplicemente che ero avvolta dall'Isola di Man.
Alla fine della discesa, apparve davanti a noi quella cosa che tutti i viaggiatori spesso bramano: un pub.
Arrivando da Minorca Hill
Ma quello non era solo UN pub, quello era IL pub. Il Brew-Pub di Laxey.
Dovete sapere che a Laxey c'è un pub, il Shore per l'appunto, che produce la sua propria Real Ale.
Era proprio quello che, dopo tanta discesa, si presentava davanti a me.
L'atmosfera c'era tutta: nebbiolina, umidità, il mare in lontananza. E due viaggiatori con tanto di ponchos addosso per coprirsi dalla pioggia.
Non appena dentro il desiderio sembra quello di denudarsi dato il cambio di temperatura.
Non ci denudammo ma ci togliemmo felpa e poncho e andammo ad ordinare una buonissima birra, e qui lo si può dire, praticamente home made.



Il più piccolo pub indipendente delle Isole Britanniche
La birra del Shore Pub Hotel è ambrata, pochissimo gasata, alla temperatura giusta, amara quanto basta e con uno stranissimo retrogusto di zafferano che ti arriva qualche secondo dopo averla deglutita.
Era davvero la birra perfetta per quel momento e per il luogo nel quale eravamo.
Laxey, che prende il suo nome dal vichingo (e anche svedese attuale se non erro) Laxaa, ovvero salmone.
In antichità il torrente che scende dai monti al mare era risalito da branchi di salmoni.
Ora non so dirvi se sia ancora così ma vi posso raccontare che quel torrente gorgoglia così tanto, come volesse cantare.
Siamo stati al pub un bel po' per poi riprendere la salita di Minorca Hill per raggiungere la fermata dell'autobus per tornare a Douglas, la capitale di Mann, dove noi dormivamo.
La luce era lattea in quel pomeriggio, complice quella nebbia densa che nascondeva l'isola di Man dal mondo.


Laxey Shore Hotel

Andandomene da lì mi sentivo dentro una giornata d'autunno.
Dentro di me però avevo la primavera, come se ogni cosa vista quel giorno fosse stato un fiore piantato nel giardino della mia anima di viaggiatrice.

L'isola di Man è così.
Come quella scatola di cioccolatini tanto cara a Forrest Gump.


Le foto sono sempre  © Gianluca Vecchi 2012, grazie!!

La Tomba di King Orry

Visitare l'Isola di Man
King Orry's Grave
Siamo sull'Isola di Man, uno di quei giorni in cui ti svegli e pensi che la pioggia sia capace di prenderti a sberle.
Piove molto mentre fai colazione e allora decidi di sfruttare il mitico abbonamento dell'autobus e andartene in giro. Prima a vedere un museo (tanto piove) poi chissà.
La sorte, amica dei viaggiatori, come spesso accade fa cambiare le condizioni atmosferiche.
Il tempo resta grigio, la nebbia è densa ... così densa che bagna ma la pioggia ha cessato di esistere.
E allora, dopo quel museo tanto bello, decidi di raggiungere Laxey per vedere la Tomba di King Orry o, come dicono sull'Isola di Man, King Orry's Grave.
Avevo letto e studiato un bel po' di cose sui vari siti neolitici dell'Isola.
Una delle meraviglie dell'Isola di Man è che i ritrovamenti neolitici visibili ad oggi sono solo una minuscola parte rispetto a quanto offre l'isola. Un'altra delle cose bellissime è che tutto quello che vedrete ha almeno 1000 anni più di Stonehenge.
Terza cosa soprendente, che davvero credo non abbia pari nel mondo britannico: le tombe neolitiche, i cerchi di pietra o quant'altro si trovano spesso in mezzo alle case della gente comune o addirittura nei loro giardini.
Questo è proprio il caso della tomba di King Orry.
Una volta passato il paese di Laxey, l'autobus continuerà sulla strada principale in direzione Ramsey.
Chiedete all'autista di farvi scendere all'incrocio tra la A2 (la strada che state percorrendo) e Minorca Hill.
Lì c'è proprio la fermata. Una volta scesi, prendete la strada in salita davanti a voi.
C'è anche il cartello che segnala la King Orry's Grave.
Camminate pochi minuti finché non troverete un'entrata che "aggira" la casa che si trova nei suoi pressi.

L'entrata
Varcate quella specie di cancelletto. Pochi passi dopo, dietro la casa, troverete la tomba e il cartello che vi racconterà di King Orry.
La Spiegazione
Quando io e Gian arrivammo lì restammo meravigliati dal fatto che uno si sveglia al mattino e può fare colazione al cospetto di una tomba del neolitico.
Prendo il caffe al cospetto della preistoria stamattina... vi pensate?

La tomba di Re Orry sull'Isola di Man
La Tomba e la casa dei fortunati che stanno lì
Ma chi era questo re sepolto 4000 anni fa?
King Orry era in realtà Godred of Corvan, leggendario re Vichingo dell'Isola di Man, vissuto circa attorno all'anno 1000 d.C.

Godred fece moltissimo per l'isola e la sua prosperità e, per questo motivo, molti monumenti ancestrali sono dedicati a lui.
Tornando a parlare della tomba, non si sa chi si sia stato sepolto.
Gli storici dicono che doveva essere una persona importante per la grandezza della tomba e soprattutto della pietra tombale che chiude il complesso.
Io non so se lì ci potesse essere un contadino molto amato o un capo tribale che abbia compiuto chissà che cose per il suo popolo.
Quel giorno che ci arrivai restai a bocca aperta di fronte a tale bellezza.
La tomba è vicinissima ad un corso d'acqua e, mentre la si ammira, si è rapiti dal bosco che la circonda e dal rumore dell'acqua.
Non potevo fare a meno di chiedermi quanta e quale forza ci potesse essere in quel luogo.
Mi sentivo quasi avvolta... era l'umidità, era la nebbia, era l'immensa Storia che quel luogo si portava dietro.
Era Manannan, il Dio dell'Isola che assume tutte le forme e si manifesta come vuole.
Era semplicemente il fatto che trovarmi di fronte ad un qualcosa di 4000 anni, poterlo ammirare, toccare, vivere in completa tranquillità, senza mille turisti attorno a me. Tutto questo ha avuto un effetto grande su di me e, in quel momento, avevo la pelle d'oca.
Arrivare a vedere la tomba di King Orry è davvero un regalo che ognuno dovrebbe farsi per provare quello stupendo senso di smarrimento che molti identificano con quello che Stendhal provava davanti ai capolavori del rinascimento italiano.
Quel senso di smarrimento, per me, è semplicemente il Viaggio.
Quello grande, quello che ti costringe a metterti lì a pensare e ti fa sentire tutta la potenza della vita sulla pelle
.

Ma non è finita qui. Ecco come va avanti questa storia --> King Orry's Grave-Parte 2

Le foto sono © Gianluca Vecchi 2012, grazie!!
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