Convivio e Lunerdì


Oggi è un lunerdì, ovvero un giorno in cui essere sfasati è una regola.
E' lunedì, sì, ma domani si sta a casa e mercoledì sembrerà di nuovo lunedì.
E poi a me, il primo di ogni mese, mi ricorda sempre i lunedì.
Oggi sono un po' sgonfia di energia ma felice per una cena vissuta ieri sera.
Una cena che ha portato degli amici lontani a casa mia.
Una cena che mi ha ricordato quanto le distanze si possano sempre infrangere.
I piatti li ha lavati la lavastoviglie e un po' di lasagne sono rimaste nel mio frigo.
Se domani le mangerò, ripenserò alle risate di ieri sera e alla nostre buone chiacchiere che sono state il companatico perfetto per tutto ciò che era in tavola.
Conviviare è un'opportunità sempre splendida.

Oggi lasciamo il blog in vacanza. Ho in mente molte cose per questo mese.
Segnatevi la data del 19 Maggio e i due giorni precedenti.
Queste pagine (ma non solo) si riempiranno di prelibatezze culinarie per supportareun progetto davvero interessante.
Per ora non vi dico niente ... ma voi fidatevi di me.

Cayo Coco... la bellezza dei Caraibi

Cuba Cayo Coco

In questi giorni sto dando dei consigli per un viaggio a Cuba ad una blogger che ha un blog davvero tattico: si chiama Economino. Dati i tempi attuali, avere a disposizione dritte su come risparmiare è una gran bella risorsa.
La nostra Economino andrà nell'Isla Grande a Luglio e ieri le chiedevo se avesse più o meno intenzione di andare al mare.
Ovvio, come ha lei stesso sottolineato, Cuba è un'isola e sicché di mare ce n'è molto.
Partendo dal presupposto che ai Caraibi c'è davvero del gran bel mare, vi metto in ogni caso in guarda perché anche a Cuba c'è mare e mare oppure spiaggia e spiaggia.
Mi spiego bene.
Cuba vive sul turismo e molti posti si sono, nel bene e nel male, trasformati grazie o per causa di esso.
Sono state create spiagge bianche dove prima non c'erano altro che mangrovie.
Sono state piantate palme da cocco dove le palme non c'erano.
Primo disclaimer sul paesaggio da spiaggia cubano: le palme da cocco piegate verso il mare non sono propriamente autoctone dell'isola di Cuba!
Ecco... andateci piano con quel Noooooooooooooooo che lo sento fino a qua.
Non tutte le isole dei caraibi sono adatte a palme da spiaggia. Le palme, come qualsiasi tipo di albero, si dividono in varie specie e, quelle presenti in origine a Cuba, erano più palme da entroterra che sa spiaggia.
Sicché, la spiaggia cubana "al naturale" si presenterà con della sabbia bianchissima, corallina, che non scotta mai proprio perché è corallina e, al posto delle palme, ci saranno molte ma moltissime mangrovie dietro di voi.
Eh già... non restate delusi ma l'accoppiata spiaggia+mangrovia assicura a flora e fauna tipica dell'Isla Grande il giusto ambiente.
Secondo disclaimer sul paesaggio da spiaggia cubano: evitate le mangrovie.
Non intestarditevi a dire "tanto c'ho i sandali, vado a passeggiare tra le mangrovie" perché quelle pianticelle lì sono delle grandi bastarde.
Non so dirvi il loro nome botanico ma il nome mangrovia arriva da man-grave ovvero tomba dell'uomo.
Era il nome che pirati e corsari avevano dato a quelle piante che trovavano vicino ai punti di approdo dove la gente si avventurava e non tornava più:
Terzo disclaimer che vi lancio oggi: se vi volete bene, non andate a Varadero.
Come si diceva prima, Cuba è un'isola e si spiagge ce ne sono tante. Quella lì è finta ed è stata costruita, negli anni '30, per i signorotti americani che andavano in villeggiatura sull'isola.
Varadero è diventata poi il centro del turismo organizzato made in villaggio turistico.
Ognuno faccia la sua scelta, ma io vi dico... evitatela come il morbillo.
Detto ciò vi dico ora che ho visto il meglio del meglio del Caribe cubano in quel di Cayo Coco.
Per raggiungere Cayo Coco è necessario avere una macchina e, ascoltate me, noleggiatela direttamente dall'Italia perché altrimenti sono guai, sia in termini di disponibilità che di prezzi.
Al tempo io dormivo in una casa particular di Moron, centro carino e molto coloniale, dove i soffitti alti di quella casa particular mi ricordavano moltissimo i romanzi di Gabriel Garcia Marquez e a me piaceva moltissimo sentirmi il caldo addosso alla sera, quando passavo un po' di tempo nel patio a ripensare alla giornata vissuta.
Da Moron la strada per i Cayos è una sola e non si può sbagliare.
I Cayos sono parco naturale protetto. Io li chiamo Cayos ma in realtà il loro nome vero è Jardines del Rey e sono considerate proprio le Isole Keys Cubane.
Ci sono grandi alberghi che si alternano a zone perfettamente conservate e naturali.
E' lì che andai a passare delle giornate un po' di tempo fa.
Il mare è di un colore che non si può descrivere e la natura uguale.
Ci arrivai, la prima volta, una domenica e rimasi sorpresa perché in spiaggia c'erano famiglie di cubani che trascorrevano quel giorno di riposo proprio come fanno le nostre famiglie in riviera adriatica o chissà dove.
Erano arrivati lì con pullman e macchine scalcagnate, col pranzo al sacco tanto come avevo fatto io.
Ai bordi della spiaggia un piccolo baracchino che vendeva qualche bibita e della frutta.
E poi solo la spiaggia: no ombrelloni o lettini, no musica, niente.
Solo Cuba e la sua bellezza. Tanta crema solare protezione totale per la sottoscritta, tanti bagni in quell'acqua caldissima e cristallina. Tanti bimbi che ti venivano a chiedere di dove fossi e tanta voglia di vivere Cuba in tutta la sua autenticità.
Cayo Coco è un regalo che Cuba fa a chi la ama.
Tornare a casa con la sua sabbia attaccata alle gambe e al costume è come perdersi in un abbraccio.
Mi sono scottata un tot quel giorno, malgrado la crema.
Ma sapete una cosa? Ci tornerei subitissimo per vivere di nuovo quel paradiso, scottatura compresa.

Since 1916: Dublin

Viaggio in Irlanda

It's the same old thing since 1916, in your head in your head they are crying...

Non che sia particolarmente legata a quella canzone dei Cranberries ma ogni volta che penso a Dublino mi vedo camminare davanti alla General Post Office e la mia mente comincia a canticchiare.
Dublino ne ha vista di cotte e di crude, anche in epoche recenti.
Di questo ero ben cosciente quando arrivai nella capitale irlandese che tutto mi sembrava tranne una grande città.
Avevo in mente, in quei giorni, la storia di Bobby Sands (che poi avrei approfondito a Derry e Belfast), avevo in mente le storie mitiche del medioevo. Pensavo al viaggio del Titanic e pensavo anche a druidi, celti e compagnia bella. Pensavo ai Pogues e alla loro musica. Pensavo soprattutto alla storia dei primi del '900 perché mi colpì in modo assolutamente potente: la carestia (Famine, in inglese ... e tutte le volte che dico "ho famina" mi viene in mente), l'emigrazione, l'IRA, De Valera, Michael Collins e i primi tentativi di pace.
Il mio ostello si trovava vicino alla linea del Dart e vicinissimo al centro: buon indirizzo, facilmente raggiungibile e ben pulito. Un po' rumoroso il Dart dopo una certa ora ma sicuramente con il suo fascino.
In pochi passi da lì si arrivava su Custom House Quay, dove alcune sculture impressionanti ricordano quasi a caratteri cubitali cosa possa essere stata la carestia.
Camminando per raggiungere Temple Bar (fin troppo celebre per essere gustata al pieno) si percorre tutta Eden Quay per arrivare poi al ponte sulla Liffey all'altezza di O'Connel street. A prima vista sembra una strada più larga che lunga e, davanti agli occhi di chiunque passi di lì svetta quest'edificio tendente al neo classico.
Che sarà? Mi dissi quel giorno.
Non ci misi più di due minuti a pensare che quello fosse il General Post Office. Quello stesso edificio che saltò per aria per afferamare la pesante determinazione territoriale degli irlandesi.
Quello non è solo un ufficio postale: al pari di castelli, dimore storiche, siti neolitici, quel luogo è La Storia d'Irlanda... sempre quella con la S Maggiore che passa sopra ad ogni altra cosa.
Mi chiedo come possa sentirsi un irlandese doc ad andare a pagare una bolletta lì dentro o a spedire una lettera.
Siamo nel 1916, l'Europa è un marasma dopo il primo anno di Guerra Mondiale.
La Russia sta sobbollendo ed è pronta ad esplodere.
Il Governo Inglese ha già mille cose scottanti per le mani e manda, giorno dopo giorno, carne da cannone sui vari fronti europei.
Siamo davvero dentro quel momento che determina un prima e un dopo. Una sorta di turning point dal quale non si tornerà mai indietro.
L'Irlanda nel frattempo porta avanti la sua rivolta sotterranea: nasce l'Irish Republican Brotherhood e tra le sue fila possiamo vedere gente comune, poeti immensi (Yeats, ad esempio), gente abituata alla politica e gente che sapeva a malapena scrivere.
Ma non serve saper scrivere per sentire battere in petto l'amore per il proprio paese, un paese che geograficamente esisteva e che pretendeva la stessa esistenza politca.
Durante i giorni vicini alla Pasqua del 1916 ci fu il cosidetto Easter Rising e l'Irlanda da quel giorno cambiò.
Quell'atto, difficile da organizzare e anche da accettare, fu uno dei capisaldi della nascita dell'attuale EIRE.
Non ho mai amato la guerra e tendo ad analizzare atti di insurrezione guerriglia fino alla nausea prima di averne un'opinione.
E' così con questo tipo di insurrezione.
Ci furono tanti morti, ci furono feriti, ci furono perseguitati e torturati: la resistenza armata supportava quella parlamentare e viceversa.
Quell'atto, dovuto o meno, fu forte e impressionante.
L'Inghilterra, già provata dalla guerra, aprì uno spiraglio alla diplomazia e al dialogo con gli Irlandesi.
Nel 1918 lo Sinn Fein proclamò la prima Assemblea d'Irlanda.
Sarebbe bello se questa storia finisse qui, con una pace diplomatica e una stretta di mano.
Ma non fu così.

E' per questo che, camminando per le strade di Dublino, penso spesso a quanto sangue scorre sotto i miei piedi. E' per questo che una passeggia per Dublino non sarà mai, per me, niente di banale.

La vita è sempre oltre il ponte



La mia personale storia di resitenza arriva da un passato che non ho conosciuto perché il suo protagonista ed io non ci siamo mai incontrati.

Lui sicuramente mi ha vista nascere e sicuramente c'era in tutte le mie avventure ma io non ho mai sentito la sua voce chiamare il mio nome perché mio nonno è morto prima che io nascessi e prima che potessi dirgli quanto mio padre, fisicamente, gli somigli.
Di lui so che ha passato il colore degli occhi a mio padre: un verde-grigio molto bello che io,però, non ho preso. Stando a mia madre io da mio nonno paterno non ho preso niente. Del mio nonno materno (nemmeno lui ho conosciuto) ho preso i ricci. Almeno quello.
Quando ero piccola non ci pensavo ma ora mi pesa non avere qualcosa che mi colleghi la passato dal quale, infondo, vengo anch'io.
Questa storia di resistenza non è avvenuta il 25 aprile di chissà che anno.
E' avvenuta poco dopo il 31 Agosto del 1943, giorno in cui nacque mio padre.
Il mio nonno in questione era parte dell'esercito italiano in quei giorni ed era di stanza sul Po, dalle parti del Pavese... luogo che l'aveva visto crescere.
Tra risaie e pioppi gli arrivò la notizia, la sera del 31 Agosto, che mio padre era nato. Il primo figlio maschio dopo due femmine. Un po' di anni dopo fu l'unico figlio maschio nato in mezzo a 4 sorelle: due prima e due dopo di lui.
Vuoi non andare a casa a festeggiare? Vuoi non andare a casa a vederlo?
Ok la guerra... ma un figlio maschio è una cosa grossa e così lo lasciarono andare a casa... tanto non era molto distante. Sarebbe potuto stare in licenza un po' di giorno, giusto per godersi moglie, bimbe e il nuovo nato.
Giusto per dimenticare la guerra per un po' e rifugiarsi in una campagna fatta di gente che lavora la terra e il riso. Fatta di gente che era pronta ad alzare i calici per festeggiare un maschietto finalmente giunto.
31 Agosto del 1943 ... strani giorni quelli lì per l'Italia. Ancora più strani quelli a venire dove la parola "Armistizio" risuovana per radio e sulle colonne di tutti i giornali.
Mio nonno però i giornali non li guardava. Lui c'aveva il primo maschio per le mani e pensava a quel bimbo che sembrava tanto un cinesino con i capelli scuri e gli occhi stretti stretti proprio come il padre.
I giorni passarono veloci e l'armistizio fu realtà: 8  Settembre 1943, una settimana poco più di vita di mio padre. Una settimana passata troppo velocemente per il mio sconosciutissimo nonno che doveva tornare oltre il Po, dai suoi commilitoni ed amici.
Gliel'avevano detto, al nonno, che l'Italia si era arresa e che da lì a poco sarebbe stato un gran casino perché bisognava pensare da che parte stare.
Lui però partì in divisa con l'intenzione, così me l'hanno raccontata, di parlare con i suoi compagni d'armi e vedere che cosa avrebbero fatto le altre guarnigioni sul Po.
E lui ci arrivò su quel ponte sul Po.
Era il ponte che attraversò a piedi qualche giorno prima per andare incontro alla vita che era appena nata.
Era lo stesso ponte che passava quel giorno per andare incontro all'ignoto di un' Italia sicuramente dilaniata e pronta a passare dalla guerra mondiale alla guerra di resistenza.
I tedeschi che lo videro attraversare il ponte non ci pensarono due volte a catturarlo perché, da una settimana all'altra, l'Italia aveva cambiato sponda storica.
E lui ora era il nemico.
E come nemico venne mandato chissà dove in Germania.
Tornò circa un anno e mezzo dopo.
Vide mio padre in fasce e lo rivide che giocava e camminava da solo in cortile.
Tornò dalla Germania a piedi, come molti assieme a lui.

Riattraversò chissà quanti ponti in quel ritorno e, ad ognuno di loro, avrà sicuramente pensato alla casa che si avvicinava.

E' una cosa strana ma spesso ci sono momenti della mia vita in cui mi sento come davanti ad un ponte senza sapere che cosa ci sia dall'altra parte.
Quello che ho imparato dalla storia di mio nonno è che mai si deve aver paura di attraversare il ponte perché, più o meno nascosta, la vita ci attende sempre.

Quando il calendario mi dice che il 25 Aprile è vicino, io ascolto sempre una canzone (pochi lo sanno, ma il testo è di Italo Calvino) che mi fa pensare a lui. E penso anche a tutti coloro che, in nome della loro resistenza, oltrepassano ponti ogni giorno.

Col vento si dialoga


Tutto il vento di ieri mi ha fatto venire in mente che c'è qualcosa di magico a Cervia in questi giorni.
E ve lo racconto su NonSoloTuristi.it
Stay Tuned!

Ode alla Purple Moose

Birra Purlple Moose Real Ale
... e a tutte le sue parenti.
Ieri mi è capitato di parlare di birra... mettendo l'accento sul fatto che c'è birra normale, birra schifa e birra buona. Poi c'è l'Eccellenza per me si chiama Purple Moose, con una piccola aggiunta di assoluta perfezione che potrebbe essere trovata dentro quella birra chiamata Rampart (che merita un post da sola).
Ma andiamo per gradi.
A me la birra piace. Se bevo non guido e se guido non bevo. E così dev'essere.
Tra tutte le birre del mondo, impazzisco per le Bitter, le Stout e le Weiss. Il tutto non commerciale ovviamente ma assolutamente artigianale. Se sono in Italia.
Se per caso mi trovo da qualche parte in giro per la Gran Bretagna ed isole limitrofe o mi trovo in quello splendido posto chiamato Baviera il mio cuore si riempie di gioia perché ovunque mi giri la birra è di gran lunga superiore a qualsiasi altro luogo.
Infondo la birra è sempre relegata ad essere, nel pensiero comune, una bevanda gioviciella, festaiola e poco pregiata rispetto alle bottiglie di vino.
In Italia questo potrebbe anche essere vero ma, thanks God, anche nel nostro paese stanno nascendo tantissimi microbirrifici con tutte le carte in regola per produrre un prodotto qualitativamente altissimo.
E per fortuna... perché mica si può sempre prendere l'aereo per bere della birra buona, no?
Ma io quell'aereo lo devo prendere almeno una volta all'anno, altrimenti il mio cuore e le mie papille gustative piangono.
Prima di partire, for the first time, per il nord del Galles, avevo letto un bel po', grazie ai vari siti della CAMRA, sull'argomento Real Ale. La faccenda della Real Ale è davvero un affare di stato nel Regno Unito e, tempo fa, lo raccontavo anche su NonSoloTuristi.it.
Grazie alle indicazioni della Camra del North Wales ero giunta a conoscienza del Birrificio top del Nord del Galles: Purple Moose Brewery o, per dirla in gallese (è scritto qui sopra) BRAGY MWS PIWS.
Il birrificio si trova in una tranquillissima cittadina del Nord del Galles che si chiama Porthmadog, con l'accetto sulla a. La cittadina è tranquilla e forse stranamente anonima, considerando la ricchezza dei suoi dintorni e di tutti i paesini limitrofi.
Sono passata per Porthmadog solo una volta, cambiando autobus per andare a Portmeirion (di cui parleremo) ma quel giorno non ci fu proprio il tempo per ritagliarsi del tempo per visitare la Purple Moose.
Ci sarei andata molto volentieri per fare i complimenti ai mastri birrai che, con sapienza e pazienza, hanno saputo creare una delle migliori birre al mondo.
Non so che cosa sia... se il malto usato, se le giuste proporzioni degli ingredienti, se la temperatura o se l'acqua della Snowdonia... ma quella birra ha in se un qualcosa di magico.
Un po' come la pozione di Panoramix, ma con l'accento gallese.
Capita che la birra spesso solleciti una nostra funzione corporale comunissima come quella di sentire la necessità di perdere liquidi, ma la Purple Moose è un toccasana per i reni.
Premesso che è sempre necessario bere responsabilmente, a me una pinta di Purple Moose purifica più di un litro e mezzo di Rocchetta.
E non scherzo e nulla mi toglierà dalla testa che è l'acqua della Snowdonia che fa questo effetto.
Scherzi a parte, due settimane a Purple Moose e si è come nuovi.
Non finirò mai di tessere le lodi di questa birra e non finirò mai di innamorarmi del suo gusto amarognolo e avvolgente che sta perfettamente sia con del pesce sia con un bel piatto di carne.
Ripensare alla Purple Moose mi porta direttamente sulla scogliera di Aberdaron, dove il vento è capace di rapirmi e legarmi al Nord del Galles per tutta la mia vita.

Estate 1992... Neustadt

Neustadt Baviera

Sono giorni che penso a quando si diventa infondo davvero grandi.
Passiamo davvero tanto tempo a raccontare e raccontarci quello che faremo una volta diventati grandi ma non si capisce mai quale sia il turning point assoluto che segna il confine tra in prima e dopo, tra il piccolo e il grande.
Ci sarebbe anche da domandarsi che vuol dire diverantare grandi.
Forse è pagarsi la vita e le bollette da soli, forse è il saper prendere le proprie decisioni, forse è il prendersi cura di qualcuno che ci sta vicino o che capita vicino a noi.
Diventare grandi è uno di quei concetti che non basterebbe una vita a spiegarlo.
Quello che invece si può spiegare e raccontare per benino è il processo che ci porta a diventare grandi.
E' quella sorta di percorso in fieri che infondo non finisce mai e, a mio avviso, è un bene che non finisca.
La nostra vita, per come la concepisco io, è un grande ed infinito Bildungsroman perché la costruzione di noi stessi è una linea e non un punto. E' un percorso oltre che ad essere un obiettivo.
Non so dirvi con precisione quando iniziò il mio percorso.
Forse il giorno che tolsi le ruotine dalla mia bici rosa, forse il giorno in cui ... avevo sei anni... mi diedero le chiavi di casa. Forse in tutti quei momenti in cui mi facevo il tea con il tea solubile e l'acqua calda del rubinetto.
Forse nei miei pomeriggi a giocare con le Barbie, momenti nei quali incominciavo ad immaginare chissà che vita per me stessa. Non lo so... ma un momento bene in testa ce l'ho.
Estate 1992, anno dell'Europa Unita, delle mie e delle tue vacanze ... così cantava Jovanotti, divenuto Lorenzo o meglio Lorenzo 1992.
Nell'estate del 1992 io e i miei 14 anni abbiamo largamente approfittato della questione dell'Europa Unita.
Io avevo finito le medie e volevo tanto andare all'estero per perfezionare il mio tedesco.
Mia madre non perse tempo e mi spedì (è proprio il caso di dirlo) a Neustadt an der Donau, piena NiederBayern, Vuoi mandare tua figlia a studiare in Germania seguendo un qualcosa di organizzato? Non sia mai... Mia madre chiamò il mio comune e quello limitrofo poco più a Nord. Entrambi i comuni erano e sono ancora gemellati con città tedesche. A Prien, città gemellata con mio comune, non c'era la possibilità di uno scambio culturale in famiglia. A Neustadt sì e avrei potuto approfittare di un passaggio degli Alpini della mia zona che andavano in Germania a celebrare il gemellaggio.
In corriera con loro ci fu da divertirsi e mi trattavano tutti come se fossi loro figlia o loro nipote.
Una volta arrivati a Neustadt an der Donau fui messa giù nella piazza del paese e salutata molto calorosamente.
Era mezzogiorno di un giorno di luglio molto bello: eravamo io, il mio borsone, il mio zainetto e il mio walkman. Nascosto da qualche parte c'era anche il mio tedesco che sembrava più timido del previsto.
A mezzogiorno, in certi paeselli bavaresi, in giro ci sei solo tu accompagnato dal nulla.
Ed in quel momento credo che cominciai a fare qualche passettino verso il diventare grande.
Presi coscienza che avrei dovuto arrangiarmi, scovai dentro la mia mente alcune frasi di tedesco che sapevo di sapere ma che non volevano uscire.
Dovevo trovare un telefono e comporre quelle cifre che altro non erano che il numero di telefono della famiglia che mi avrebbe ospitato.
Una volta risposto avrei dovuto dire Ich bin Giovanna, ich bin angekommen. Koennen Sie mir bitte abholen?
E c'era quel abholen finale che non voleva uscire o usciva male.
Vidi un posto che poteva essere una Pensione o una Birreria. Entrai e chiesi di telefonare perché non vedevo cabine del telefono attorno a me.
Alla fine ce la feci a dire tutto, un po' col cuore in gola.
Poco dopo arrivò la mia mamma tedesca e quell'avventura tutta bavarese cominciò.
Arrivarono giorni che avevano il colore viola della mia bicicletta tedesca mescolato al giallo intenso di un campo di girasoli vicino a casa.
Passarono giorni che avevano il profumo delle piante di luppolo.
Giunsero poi quegli impagabili momenti che mi fecero capire che, in giro per il mondo da sola, ce l'avrei potuta fare.

Rauma & il Trauma degli Orsetti

Finlandia Rauma
Il tramonto di Rauma- Foto © 2012 Giovy

Ovvero: la brutta figura è sempre dietro l'angolo.


C'è questo posto proprio carino in Finlandia e questo posto si chiama Rauma.
Ci fermammo a Rauma perché tra Turku e Oulu ci serviva una tappa (anche due ci sarebbero state ben). 
E la guida diceva che Rauma era carina, perché non tentare?
La città vecchia infatti non tradì le nostre aspettative e la generosa presenza della Lapin Kulta aiutava la sopportazione della masnada di zanzare che ci affliggeva non appena rifrescava un attimo.
Decidemmo di alloggiare nella struttura interna di un campeggio. Questa struttura fungeva da ostello ed era a buon mercato.
Quando arrivammo al campeggio era tardo pomeriggio. Il nostro desiderio più grande era una bella doccia e una super pasta cucinata con le nostre provviste portate dall'Italia.
Non appena entrati in campeggio cogliemmo un'atmosfera del tutto particolare.
Avete presente come sono certe strutture come i campeggi quando la stagione finisce e partono proprio tutti?
Quella impressione si unì a quello che, giorni prima, avevamo vissuto a Turku.
Quest'ultima è una città universitaria molto frequentata in Finlandia e quando vi approdammo fummo travolti dal ritorno degli studenti.
A Rauma successe l'esatto contrario: le famiglie e tutte le persone presenti con un sentore di Finlandia nel DNA stavano impacchettando tende, roulotte e chi più ne ha più ne metta. Tutti pronti a tornare alla vita di sempre tranne noi che eravamo appena arrivati.
Non avevamo ancora fatto a tempo a mettere un piede dentro la reception per essere registrati che subito notammo ... (suspence) ... ben due camper di italiani. Ma vi dirò di più ... ben due camper di italiani della nostra stessa provincia e ... vi dirò di più ... ben due camper di famiglie imparentate che veniva dal paese di fianco al nostro. Avevamo messo a segno un tot di punti nel nostro gioco da viaggio (leggete qui se ve lo siete perso) perché oltre ai punti per i posti raggiunti c'erano anche i punti per i viaggiatori incontrati.
Si scambiarono due parole, loro arrivavano dalla Svezia e ci dissero che era carissima e che non si poteva prendere nemmeno un caffé. Scema io, mi sono fatta condizionare molto da quella definizione per scoprire poi, annissimi dopo, che non era proprio così.
Tornando a noi, entrammo in reception per registrarsi. Le formalità erano sempre affidate a me e alla mia amica Betty, persone "multi-lingue" del gruppo.
Eravamo lì lì, buone buone a guardarci in giro come nella sala d'attesa del dottore mentre la signorina finlandese dietro al desk finiva di parlare in quella lingua ugro-finnica che è, appunto, il finlandese con una coppia che non so cosa stesse chiedendo.
Ero quasi assorta ad ascoltare quei suoni dei quali non riuscivo a memorizzare niente se non Ravintola o Tervetuola. Ero ancora assorta quando la mia amica mi fece notare che, sul desk della reception, con dentro delle spilline raffiguranti un bellissimo orsetto con la bandiera finlandese.
Le apprezzammo apertamente in italiano ... tanto, dicevamo, chi vuoi che ci capisca!? Siamo a Rauma, chi vuoi che parli italiano qui?
La mia amica disse molto apertamente che potevamo prendere una manciata di spilline da portare come souvenir a chi era rimasto a casa.
Quasi quasi ne prendo un'altra, disse lei... sempre a voce alta perché tanto chi vuoi che ci capisca?
Aspetta dai... un'altra la prendo anch'io... ma dai ... a lui vuoi che non la portiamo?
E, spilla dopo spilla, eravamo là che commentavamo la nostra gramissima e bruttissima scena dall'italianità rasente il 2000%.
La tipa alla reception si liberò e noi con la faccia liscia con il culetto di un bimbo ci avvicinammo per parlarle della stanza dell'ostello.
Al nostro "Hi, we reserved a room..." lei ci rispose in un italiano perfetto!
Se fossimo state in una scena di Ally McBeal ci sarebbero caduti tutti i denti e saremmo diventate grandi come uno gnomo... e ci saremmo espresse come un uomo.
Il pensiero comune era "questa ha capito tutto... che figura!" quando poi subentrò la regina delle giustificazioni "se le spilline erano lì è perché le si può prendere. punto"
Lei fu un genio e intervenne dicendo che non ne avevmo prese tante. Noi da gnomo diventammo microbo e poi ci ridemmo sopra assieme a lei.
Ci registrammo, prendemmo possesso della nostra stanza, facemmo la doccia e ci riempimmo di repellente per zanzare. Senza quello in Finlandia sei finito! Il Delta del Po a confronto è un qualcosa per principianti.
Bastò la serata per calmare il nostro imbarazzo.
Invitammo la ragazza della reception a cena.
Cucinammo una semplice pasta col tonno ma lei ne fu entusiasta.
Chiacchierammo e le facemmo i complimenti per il suo italiano.
Tentò di insegnarci il finlandese ma non ci fu storia.
La serata terminò con un bel brindisi al gusto di Lapin Kulta, davanti ad un tramonto bellissimo che avveniva tra le 22.30 e le 23 di quel giorno.
Da quel momento dentro al mio cuore c'è un "cassettino" che si chiama Tramonti del Nord.

Con i piedi nelle pozzanghere...

Viaggiare con la fantasia

Allora... questo è un viaggio nel tempo.
Avevo sei anni o giù di lì ed ero in prima elementare. AD 1984... oddio sono vecchia.
Anyway, in quel tempo ciò che andava per la maggiore per noi bimbi era Bim, Bum, Bam ed io, che facevo tempo pieno, tornavo a casa giusto in tempo per il secondo o terzo cartone animato.
Fu proprio in quel periodo che la sottoscritta passò da un totale periodo di Robot e Astronavi a qualcosa di più femminile, dove però un'astronave c'era sempre.
Non divenne mai la mia astronave preferita, ma stimolò a bomba la mia (già intensa) curiosità di bimba.
Sto parlando de L'Incantevole Creamy e a me poco importava di Creamy che cantava o di Toshio. A me importava di quei due strani gatti dal nome Posi e Nega e mi importava di quell'astronave evanescente che era comparsa a Yu un giorno mentre tornava da scuola.
Un pomeriggio stavo tornando a piedi verso casa mia.
Tornavo (e andavo) sempre a casa da sola, con la chiave di casa appesa al collo da un nastro rosso.
Erano circa le 16.30 e di norma ci mettevo una decina di minuti.
Non ero mai sola: con me c'erano tanti compagni di sventura che, come la sottoscritta, avevano genitori dai lavori impossibili e pertanto eternamente non presenti per motivi non dipendenti dalle loro volontà.
Passo dopo passo, a me e all'Anna B. venne in mente che Yu vide l'astronave evanescente proprio quando i suoi piedi toccavano le pozzanghere.
Fu così che pozzanghera dopo pozzanghera provanno anche noi, con i piedi ben fermi dentro l'acqua e il fango, ci aggingemmo a cercare di scorgere quell'astronave che, evidentemente, a noi non si voleva mostrare.
Eravamo così prese dalla nostra ricerca che eravamo anche disposte ad immaginarcela in cielo quell'astranove.
Ma lei no... lei si era mostrata a Yu e da noi non veniva.
Allora a me e all'Anna B. non restò altro che cambiare fantaviaggio.
Riponemmo Creamy, Posi e Nega e anche Yu con Toshio.
Riponemmo tutto quello e ci tenemmo bene strette dentro al nostro cuore una meta vera, un qualcosa che prima o poi avremmo sicuramente toccato.
La nostra meta, il nostro tardare di ogni ritorno da scuola fu il Rifugio Fraccaroli, perla delle Prealpi Venete, un luogo in cui i nostri genitori, amici di famiglia, zii e cugini più grandi erano tutti già approdati.
Noi, troppo piccole ancora, non eravamo ancora ritenute all'altezza di un'impresa montana simile.
Ma eravamo già parte degli scouts, camminavamo in montagna dall'asilo o giù di lì.
E allora cosa vuoi che sia? Ci creiamo il nostro di Fraccaroli e via... dritte fino a quello.
Il nostro personale Fraccaroli era la casa dove abitavo io e dove abitava la nonna dell'Anna B.
Passo dopo passo ci immaginavamo quel banale ritorno da scuola come un'impresa.
Qualche anno dopo, non tantissimi a dire il vero, mio fratello Davide mi chiese se volevo andare in montagna con lui. Mi disse che saremo saliti fino al Fraccaroli ed io fui così felice da non saperlo definire.
Arrivare al rifugio non fu facile, si camminò per ore.
La prima ferrata non te la scordi mai.
Ma vuoi mettere la bellezza di abbinare il fantaviaggio che m'ero fatta mille volte con la realtà e la bellezza della montagna sulla quale vivevo un'esperienza unica?!

Il Fraccaroli - www.clickalps.com
A chi interessa, uno dei percorsi per raggiungere il rifugio è reperibile qui

Strade alternative: sulla via della Francia



Oggi si parla di Francia, o meglio di percorsi alternativi per raggiugere e girare la Francia.
Nella prima puntata vi racconto del Monginevro e di quel gioiello nascosto di Briançon.
Correte a leggere su NonSoloTuristi.it

Stay Tuned!

Long Island from the sky

Viaggio a Long Island

C'è questo posto... Long Island ... di cui spesso ho sentito parlare.
Stava quasi succedendo, anni fa, che ci dovessi andare per lavoro ma poi non fu così.
Ne avevo sentito parlare molto, quello è vero, ma infondo non mi ero mai spinta a cercarla per bene sulla cartina. Sapevo che era parte dello stato di New York, sapevo che su Long Island si trovano molti di quei quartieri residenziali in stile Westeria Lane.
Sapevo anche che la parte estrema a Nord Est dell'isola era molto conosciuta perché patria vacanziera di gente che qualche soldino in banca ce l'ha.
Quella parte di Long Island è meglio conosciuta come The Hamptons e lì ci sono tante di quelle ville e tante di quelle case da sogno da poterle immaginare solo nella mia mente.
Un bel giorno di tanto penso fa pensavo che mi sarebbe piaciuto tornare negli States e visitare dei luoghi un po' insoliti per i tipici itinerari di viaggio legati agli Stati Uniti.
Pensavo a Nashville, perché mi piacerebbe vedere la patria di una musica molto lontana dal mio modo di sentire ma che in qualche modo riesce a parlare al mio cuore.
Pensavo alla natura selvaggia del Montana.
Pensavo all'estremo nord, dove solo il vento e le aragoste sono di casa.
Ed è proprio in quel momento lì che mi venne in mente che un giorno forse avrei portato nel mio cuore i paesaggi di Long Island.
Strano a dirsi... e probabilmente se qualche americano mi avesse sentita avrebbe sorriso nel conoscere i miei intenti. Chi lo sa...
Due anni fa, in questo periodo, mi stavo proprio preparando per raggiungere il Nuovo Mondo.
Mi preparavo tra uno sproloquio, una qualche parola brutta, tanta speranza e chissà quante preghiere perché il famosissimo vulcano islandese s'era messo d'impegno per tentare di bloccare la mia indole da viaggiatrice.
E' stata dura ... ma sono riuscita a partire e a raggiungere la Grande Mela.
Ci rimasi poco e in testa avevo troppe cose da fare; fossi riuscita a partire il giorno giusto, sarei stata capace di prendere un pullman per farmi un paio di giorni alla scoperta di Washington per andare a trovare un carissimo amico che è come un fratello.
Ma se la Giovy non riesce andare a Washington è Washington che va dalla Giovy e così ci si vide in quel di NY. 
Questo genere di ragionamento va bene quando si parla di amici ma quando si parla di luoghi, l'unico che riuscì a spostare una montagna fu Maometto. Almeno stando al famoso detto popolare.
Mi restò un po' sul groppone il fatto che avrei potuto raggiungere qualche altro luogo... partendo dalla Grande Mela. 
Mi restò un po' sul groppone che a Long Island sì ci misi piede... ma per raggiungere l'aeroporto JFK che, guarda caso, si trova proprio sull'isola più grande degli Stati Uniti d'America.
A colmare i miei potevo, dovevo, volevo (e a chi trova la citazione cucinerò una cena) ci pensò poi quel gran pezzo di Boeing 747 marchiato Delta Airlines.
A dire la verità anche il fato ci mise qualcosa di suo e favorì la mia assegnazione dei posti sull'aereo portandomi vicina al finestrino e dal lato giusto del velivolo.
Non so se capita anche a voi... ma se c'è qualcosa di interessante da vedere dall'alto, io sono puntualmente dall'altro lato dell'aereo. E se sono dalla parte giusta, viaggio di notte e non vedo niente.
Quel giorno di due anni fa non fu così.
Ero al posto giusto, all'ora giusta del giorno, con le giuste condizioni meteo e con tutto al suo posto. Incredibile a pensarsi, dirsi e anche a scriversi.
L'aereo si alzò con tutta la sua potenza... vedevo New York allontanarsi da me ed io da lei e da tutto quello che era stata in quei giorni.
Poi ci fu una virata e poi apparve sotto di me in tutta la sua pienezza.
Stavo volando proprio sopra Long Island, proprio sopra l'isola che per molti vuol dire un comune luogo  di residenza e case tutte uguali ma che per me resta un posto da vedere e dove poter, per il momento, fantaviaggiare.
Era proprio bella vista dall'alto.
Era bella e verde e le spiagge degli Hamptons si delineavano chiaramente lì sotto, dove i miei occhi guardavano.
E' stato come quando il padre di Rossella O'Hara disse a sua figlia "un giorno tutto questo sarà tuo".
In quel momento la mia me stessa più viaggiatrice diceva alla mia me stessa più stupita delle bellezze del mondo dall'alto che un giorno, tutto quello, sarà toccato dai miei sandali, dai miei piedi, dal mio zaino. Piccola schizofrenia da viaggiatrice incallita.
Piccola grande bellezza dell'eterno fantasticare e fantaviaggiare.

I'm Back


Eccola che sono tornata.
Toccata e fuga in quel della Germania più Germania di tutte: Frankfurt am Main.
Questo breve tempo in krukkolandia mi ha ricordato quanto mi piace parlare tedesco e quanto la mia mente sia in realtà tedesca inside.
Ieri notte, mentre volevo a tutti i costi dormire, lei si ostinava a cantarsi Cello di Udo Lindenberg.
Und dann war ich wieder völlich fertig...

Vi scrivo appena riemergo dal lavoro, promesso. Voi fate i bravi.

White Star Line: dietro al mito


Con tutto questo parlare del centenario del Titanic, ho scritto anch'io qualcosa sull'argomento.
Più che del transatlantico diventato leggenda e mito, ho parlato della compagnia marittima che gli ha dato la vita e di quel luogo ... probabilmente l'unico rimasto... che ricorda ancora la grandezza della White Star Line.
Correte su NonSoloTuristi.it e leggete!

Non vi preoccupate se nei prossimi giorni non compaio qui e lì sul web.
Ci sarà tanto lavoro e un po' di spazio per uno dei miei sport preferiti: prendere aerei!
Stay tuned... ci sentiamo quando torno! :)

Mojito e pace: ma dove?

Lido Po Guastalla

Il posto in questa foto può sorprendere.
La foto no... quella non sorprende perché l'ho fatta col cellulare e non è venuta proprio bene.
Questo luogo si trova alla fine di una strada, tra un bosco di pioppi, tanta terra e tanta acqua.
Quando ci arrivi di sicuro hai voglia di chiacchierare, rilassarti, bere qualcosa di buono che ti porti l'estate e il riposo nel cuore:
Quando ci arrivi ti senti catapultato dentro un mondo che forse esiste mescolando assieme un pizzico di Africa ... magari la parte bella dell'Isola di Goré, una buona quantità di Bali, sicuramente molti di quei luoghi dove si sta col sorriso sulle labbra perché l'anima è leggera e la si lascia fluttuare.
Qui ti puoi sentire anche molto a Formentera e la musica si alterna tra grandi classici, Café del Mar e Buddha Bar.
Ogni tanto ci vado, in quel luogo.
Ci vado perché è bello passarvici dei momenti ... uno, due, tre, mille momenti.
Quando sono lì, mi appoggio al bancone di legno e dico ... mi fai due mojito? Perchè quando metto nell'italiano qualche termine straniero lo metto sempre al singolare, come vuole la regola... anche se spesso suona male.
Quando sono in quel luogo è perché la stagione è bella e l'inverno è alle spalle di tutti noi.
Lì tu puoi dormire, chiacchierare, abbracciarti a chi vuoi bene, passeggiare, andare in giro con pattini, rollerblades o cose simili.
Lì puoi semplicemente osservare lo scorrere verso Est del Grande Fiume.
E a me piace moltissimo guardare quel Fiume che scorre perché, anche se sicurmamente le sue acque non sono come quelle del Reno nel suo tratto svizzero, quel fiume è vita e lo è da millenni.
Sono fortunata ad aver conosciuto quel luogo. Sono fortunata perché mi sembra di frequentarlo con l'intento giusto e non perché ci va tanta gente e fa figo e tutti si trovano lì per l'aperitivo del sabato.
Quando arrivano tutti io vado via... perché sono già stata lì tanto quando non c'era nessuno, quando ci si poteva davvero rilassare, quando la barista di chiede "ci vuoi tanta menta nel mojito?"
Non ci vado per fare festa, io ci vado per la pace che ci leggo dentro.
Una volta ci sono andata ed ho organizzato un viaggio su quei tavoli.
Una volta ho riso, tante volte ho camminato e ammirato i pioppeti.
Mi piace considerarlo un luogo dell'anima, anche se spesso è incasinato, rumoroso e troppo inflazionato.
Non per questo smetterò di andarci.

Dove? Ah... scusate... non ve l'ho detto.
Mettete assieme dei grammi d'Africa, almeno 400g di Bali, un etto di Ibizia, uno e mezzo di Formentera. Aggiungete un pizzico di Cuba e un bel cucchiaio di provincia Italiana.
Otterrete il Lido Po di Guastalla... provincia di Reggio Emilia.
Provare per credere (e chiamatemi se passate!)

Questioni di Punti e Linee




Il post di oggi è proprio da Travel inside e trova origine in un pomeriggio del 25 Aprile di tanti anni fa. Io e il mio amico Hermano Michi prendemmo la macchina e ce ne andammo a Riva del Garda, con tanto di panini nello zaino e tanta voglia di chiacchiere a 360°. Era un giorno un po' uggioso e non sapeva di primavera inoltrata.

La Gran Bretagna ha i capelli rossi

Inghilterra Boucica


Di rossa in rossa. Ieri parlavamo di una città che ha l'origine del suo soprannome nella sua storia sanguinaria e nel colore splendido delle facciate dei suoi edifici. Oggi parliamo di una donna la fama della quale è molto nota in Gran Bretagna... rossa di capelli probabilmente, combattiva sicuramente.

Albi la Rouge

Francia Albi

Ecco un luogo che se non ci fossi passata vicina in auto e non avessi fatto un piccolo collegamento dentro al mio cervello... beh... non mi sarei mai fermata ad esplorarlo.
Sto parlando di Albi ... detta anche Albi la rouge per le sue case di mattoni rossi e per il grande e storico contrasto con Tolosa che di norma è detta la ville rose.
E poi rouge è rosso, rosso fa sangue... vuoi che non ci sia un passato torbido dietro ad albi?? E poi a me ricorda altro ... albi ... albi... cosa mi dici? Albigesi... albigesi... crociate... eretici... lotte intestine... andiamo!!
Questo è stato il sillogismo che si è preso altamente possesso della mia mente solo alla vista di un cartello stradale che riportava il nome della città.
Malgrado il mio sragionare e straparlare... ad Albi ci arrivai e mai sillogismo pazzoide fu più azzeccato.
Se vi trovate a sud della Francia diretti verso l'Atlantico, fate un pensierino su Albi perché non ve ne pentirete.
Romana, Visigota e amata da Pipino il Breve, questa città fatta di mattoni rossi potrebbe raccontarne a bizzeffe su chissà quanti anni di storia.
Poi arrivarono i Catari che, nel Tredicesimo secolo venivano cacciati da ogni luogo della Liguadoca, e la città divenne centro dell'eresia Catara e i Catari divennero Albigesi. Qui trovarono la loro pace, forse, finché  col passare dei secoli non arrivò in Francia Caterina de' Medici (guardatevi la Reine Margot di Chéreau a tal proposito) che volle estirpare dal cuore di Francia ogni eresia, ogni credo che non fosse cattolico romano.
E quindi giù di lotte intestine, fuge, persecuzioni. E Albi vide tutto questo mentre la sua cattedrale immensa restava inerte ma che, nel suo piccolo... dentro ogni mattone, probabilmente piangeva la libertà dei suoi abitanti.
Nel frattempo andava avanti, cresceva, esaltava la cultura e cercava di essere una città normale... la nostra Albi. Ci vissero scrittori e anche pittori.
Forse era il buen retiro di qualcuno che voleva scappare dalla città e che si voleva rifugiare a metà strada tra i Pirenei e l'oceano.
Io ci arrivai in un giorno d'estate fatto di caldo intenso e di nuvoloni in prossimità dell'orizzonte.
Ci arrivai varcando il suo ponte bellissimo... che risale ad epoca romana... ci arrivai camminando per le sue vie e ammirando quel colore tra il rosso e il rosa che tanto caratterizza il suo della Francia... lì, ad ovest.
Mi sono fermata sotto gli alberi dei suoi parchi a mangiare un panino commentanto per l'ennesima volta quanto il pane sia buono in Francia ma ugualmente quanto i francesi non sappiano affettare le jambon.
Avrei voluto che quei nuvoloni scaricassero a terra tanta acqua per gustarmi l'odore della pioggia in un tipico giorno d'estate, quando bagna in pavé e l'odore del caldo e della terra si mescolano assieme.
Avrei voluto forse dedicare più tempo a quel borgo tanto particolare eppure non troppo considerato nei normali itinerari di viaggio del sud della Francia.
A volte mi compiaccio proprio nel pensare a quel mio viaggio in quelle terre.
Lo faccio perché sono felice di aver trovato posti che di solito la gente considera poco... o almeno lo fa la gente che conosco io.
E' come se dentro la mia mente esistesse una Francia fatta come piace a me... e a me sola. Albi ne fa di certo parte.

Una passeggiata nel parco


Oggi si fa una passeggiata nel parco, più precisamente nel Bute Park di Cardiff.
E ve la racconto su NonSoloTuristi.it
Stay Tuned!

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