Un luogo che vale un viaggio: Albert Dock

Liverpool Albert Dock Inghilterra
Picture from Google Images
Oggi penso a uno di quei perfetti ultimi giorni di viaggio. Avete presente quella strana sintonia o telepatia tra noi, il meteo e il luogo che stiamo per salutare? E' un po' com'è successo con la mia vecchia macchina: si fermava sempre per strada mentre la portavo a rottamare. Così capita in quei perfetti giorni fatti di bagagli da rifare alla rinfusa (perché al ritorno non vengono mai bene) di trovarsi in un luogo bellissimo e di sedersi su di una panchina a pensare. La prima volta che vidi l'Albert Dock di Liverpool fu un pomeriggio di Dicembre del 2007.

Il benessere dal gusto Sloveno


Terme in Slovenia

C'era una volta un luogo dove i miei genitori approdarono quasi per caso. Passarono dei bei giorni e mi consigliarono di andarci, magari con alcune amiche. Si trattava di Otocec, in Slovenia, quella Slovenia che avevo sempre avuto vicino casa e nella quale, per un motivo o per l'altro, non mi ero mai recata. Chissà poi perché. Era arrivato il momento giusto per varcare il confine e incontrare terme, relax e vivere un bel week-end tra amiche.

La Côte Basque: Biarrizt

Francia Biarritz

Non sono mai stata una di quelle che prende parte e va al mare, ma per la Costa Basca e Biarritz farei un'eccezione.
Anche quando ero piccola e andavo in vacanza con i miei capitava che passissimo tre settimane in quel di Gatteo Mare ma io non ero mai quella che stava in spiaggia.
Avevo la mia bici, le mie amichette e gironzolavo tra il campeggio, la spiaggia e l'acqua che mi conquistava e mi teneva custodita per ore, finché non uscivo con i piedi palmati.
Ho i capelli castano chiari, rasenti al biondo, ho la pelle chiara e mi riempio di lentiggini (che adoro). D'estate mi scambiano sempre per tedesca. E al sole io non ci sto. In spiaggia io non ci sto.
Però ci sono certi giorni, come questi che sto vivendo, in cui sento il prurito di mettermi lì, seduta ai tavolini di un bar sulla costa a godermi il primo caldo senza il pericolo di ustionarmi e ascoltare le onde quando non sono deturpate da troppa gente e dall'odore persistente della crema solare.
Quando sento pruriti come questo mi vedo già con i sandali, malgrado la felpa, e mi vedo in posti quasi vuoti. Chiudendo gli occhi vedo i cartelli stradali come Cervia, San Sebastian, Biarritz.
Oggi non parliamo di Adriatico; Oggi parliamo di Costa Basca.
La Côte Basque è sinonimo di una belle époque prorompente, di quel futurismo che richiamava alla modernità assoluta in anni in cui l'Europa di stava plasmando sotto eventi pesanti.
Biarritz era la nuova Deuville, era quel posto dove le donne avevano abbandonato le crinoline inamidate e gli ombrellini dietro i quali si mostravano timide. Era il posto in cui le acconciature ottocentesche lasciavano il posto a caschetti modernissimi e le prime petites vestes di Chanel facevano la loro comparsa.
Pause. Stop. Fast Forward. Approdiamo nel ventunesimo secolo.
Biarritz è sempre lì, stilosa per chi la vuole stilosa, semplice per chi la vuole semplice, freerider per chi la vuole freerider.
Passeggiando per le sue esplanades in fronte mare o per le vie più centrali dai nomi importanti non è difficile vedere signore ingioiellate ed eleganti come se fossero in Place Vendôme a Parie camminare di fianco a ragazze in tutta di neoprene con il surf sottobraccio.
E per entrambe le "specie" umane presenti su quella via quel che conta è la bellezza di ciò che le circonda, quel sole tipicamente oceanico e molto diverso da quello mediterraneo e quel vento costante che increspa le onde e lascia che tutto lo iodio dell'Atlantico e tutto il suo sale si diffonda nell'aria.
A Biarritz puoi trovare il mega hotel duemila stelle e delle piccole camere in affitto non distanti da spiaggie frequentate solo da chi arriva lì ogni anno per chissà che competizione surfistica.
E' un po' come la California del vecchio continente: glamour, piena di stile e tutta eccessi quando (e per chi vuole) e totalmente naturale per chi la ama così.
Ed è per questo che tra me è Biarritz è stato proprio un colpo di fulmine.
Sarà perché amo i luoghi ventosi ma amo essenzialmente i luoghi dove posso sentirmi naturale e tranquilla come non mai.
E' come quando arrivi in un luogo il tempo si ferma e decidi tu che a quell'ora forse è il caso di mangiare o forse è il caso di dormire.
Decidi tu se per uscire vuoi restare in costume, pareo e infradito o vestirti bene per lo struscio serale.
Biarritz è uno di quei posti che se fosse vicino dovrei trattenermi per non scapparvici spesso.
Forse la sua fortuna (e la mia sfortuna) è che Biarrizt è lontante, che le sue spiaggie sono ad ovest che più ovest non si può.
Mi piace pensare di osservare il nuovo mondo mentre sto seduta sulla spiaggia di Biarritz.
Mi piace pensare che infondo Biarritz è tanto francese quando vuole e pochissimo altre volte.
Mi piace sentire quel suo spirito del tutto basco sulla sua sabbia, nelle sue case, nei suoi caffé all'aperto.
E' proprio ciò che amo della Francia questo: è una nazione ma solo in apparenza.
Ora chiudo gli occhi due minuti ... eccomi... sono la... nella mia basca Biarritz, in maniche corte e a piedi nudi sulla sabbia.

In principio fu una certa terra

Viaggio in Israele e Palestina

C'è un viaggio che ho sempre voluto fare e che non ho ancora fatto.
A volte sono una persona dagli interessi strani: Dico "a volte" perché è come se tantissimi interessi vivessero dentro a me in una sorta di "potenza" e diventassero "atto" solo in certi momenti della mia vita.
Il punto è che poi non muoiono; restano lì e aspettano, continuando ad alimentarmi e a plasmarmi.
Ormani 10 anni fa feci un bellissimo esame di Antropologia e Storia delle Religioni. Quell'esame mi intrippò e non poco, presi un voto splendido e il mio interesse non finì lì.
Quel periodo (e forse anche quello che stavo studiando) alimentarono in me la voglia di imparare una proto-lingua, uno di quell'idiomi che non si parlando più ma che saltano sempre fuori nella nostra moderna vita.
Mi buttai con la testa e tutto il corpo nel sanscrito e quello studio sfociò mesi e mesi dopo nel mio terzo tatuaggio che ancora ora vive sulla mia caviglia sinistra.
Passato il sanscrito, fu la volta dello yiddish... che riesco a capire (sapendo bene il tedesco) ma che non riesco a leggere. E lì mi sono detta che l'arabo e l'ebraico potrebbero essere le mie prossime tappe. Chi lo sa... in una prossima vita o non appena questa mi lascia un po' di tempo.
Ed è proprio qui che torna in ballo quel fantaviaggio che sogno da tantissimo... da quelle notti passate a cercare di capire il sanscrito.
Quando mio fratello se ne andò in Medio Oriente per lavoro, io aspettavo solo il momento giusto per raggiungerlo e andare con lui a vedere Gerusalemme e poi andarcene in Mar Morto.
In teori il giro che avevo pensato comprendeva anche un saltino in Siria e Giordania.
Però... perché in questa terra c'è davvero un però grande... successe che mio fratello ebbe divieto di andare in certi territori ed io pertanto me ne restai con la mia sete di quei luoghi.
Gerusalemme mi prende per una certa idea mistica che, più che l'attuale religione, ha in se il nascere del monoteismo più vecchio dell'umanità.
Vorrei capire, e per farlo interrogherei ogni singola pietra, come mai è tutto nato lì ... in quei luoghi e in tempi impensabili.
Mi piacerebbe cogliere la forte contrapposizione tra Gerusalemme e Tel Aviv.
Mi piacerebbe fotografare il sole che si riflette sulla cupola della Grande Moschea.
Cercherei di parlare con ogni singolo imam, rabbino, frate o prete che sia.
Vorrei poi andare a vedere quella moltitudine azzurra e blu intenso chiamata Mar Morto dove, lo ammetto, mi godrei un po' di sano relax perché quando ci vuole ci vuole.
Me ne andrei in giro anche con Ofra Haza (pace all'anima sua) à go-go nell'ipod e cercherei di assaggiare tutto ciò che offrono i mercati e le cucine che convivono, più o meno pacificamente, così diverse (per origine, forse...) tra loro in quei luoghi.
Ma quello che mi frega, e qui ammetto molta della mia codardia, è la mancanza di pace e la paura di saltar per aria. Sarà perché se chiudo gli occhi dentro la mia mente si susseguoni mille immagini di bombe o lotte interne tra Israele e Palestina. Ed io so che finirei dalla parte della Palestina ... o forse no.
Se mi metto a pensare in silenzio risento quel che mi è stato raccontato della striscia di Gaza ed io so per certo che non resterei immune dal mettermi a disposizione di certe persone (da entrambi i lati) per aiutare con quel poco che posso.
Infondo ci andrei anche domani in quella terra ma non saprei se tornare mai.
Forse è questo che mi frema... il fatto di non saper pensare ad un ritorno ma di pensare solo al fatto di andarci. E vai a capirlo perché non penso al ritorno.
In Brasile ho visto 4 sparatorie per strada di cui una a pochi metri da me.
In Chiapas correvo via per mettermi in salvo mentre l'esecito "sgombrava" il mercato di San Cristobal da tutti gli zapatisti. Correvo via col passaporto italiano stretto in mano.

Eppure quel passaporto lo prenderei anche ora per volare in quella terrra che sa di principio.
Per quel principio che sa di terra... per i miei sandali che vogliono calpestare la Storia, l'origine, il Quid.

Welsh Coastal Path

Oggi manca un po' la fantasia e la voglia di scappare è tanta.
Forse tantissima.
E allora mi rifugio nel mio luogo scrigno e su NonSoloTuristi.it vi parlo del Welsh Coastal Path.
Stay Tuned!

Un Mercato da vivere

Mercati in Messico
 Direttamente dal mercato di Oaxaca - Foto © 2012 Giovy

Ovvero non prendere proprio alla lettera sempre ciò che è scritto su di una guida.

Non so voi ma io quando viaggio tendo ad essere molto local.
Cerco di inserirmi al massimo nel luogo dove sono senza diventare ridicola. Tendo inoltre a findarmi molto dell'enogastronomia del luogo.
A volte lo faccio quasi per una certa voglia di rispetto totale per il posto che sto visitanto.
E' capitato così che in Messico, io e la mia migliore amica facessimo quasi l'esatto contrario di quanto consigliato dall'autorevole Lonely Planet.
Ecco un disclaimer grande come una casa: decidete di testa vostra come comportarvi in fatto ci cibi e bevande. Quello che segue è semplicemente il resoconto dei miei giorni messicani.
La Lonely diceva che, onde evitare problemi e soprattutto l'insorgere della spiacevole Sindrome di Montezuma, di evitare di fermarsi a mangiare per strada o nei mercati.
Diceva altresì di ricordarsi di comprare sempre acqua in bottiglia e magari di usare la stessa marca d'acqua dall'inizio alla fine della vacanza.
Io e la Fra, invece, c'eravamo affidate di più alla saggezza popolare di una mia collega svizzera che diceva che Alcool, Limone e Peperoncino salvano da ogni cosa.
Ed eccoci quindi pronte alle tavole dei peggiori mercati del sud del Messico intente a mangiare enchilladas che avrebbero risvegliato e spaventato un drago, bere la nostra Birra Bohemia quotidiana e mangiare ogni genere di lime come se fosse un'arancia da sbucciare.
Saranno stati i nostri 26 anni o giù di lì, sarà stato davvero l'equilibrio creatosi in noi con l'unione delle tre sostanze magiche poc'anzi citate... non lo so.
Quello che so con certezza è che il sacchetto delle medicine è arrivato in messico in uno stato e nello stesso stato è tornato a casa. Non l'abbiamo mai aperto nemmeno per recuperare un cerotto.
Ogni volta che ci spostavamo, di luogo in luogo, quello che andavamo a cercare era il mercato locale perché mai come in quei luoghi ci sentivamo in puro contatto con quel Messico autentico che volevamo vivere.
Spesso mi piaceva affondare la mano nei sacchetti dei legumi oppure a volte mi sentivo così temeraria da farlo anche nei sacchetto dei peperoncini per poi godere al massimo del profumo che essi emanavano.
Sui banchi dei mercati bevavamo spesso delle bibite fatte con l'infuso di fiori di ibisco ... che per i Messicani di chiamano Jamaicas. Avevo già assaggiato quella bontà dolcissima e colorata di rosa intenso in Senegal e ne ero stata stregata. Ritrovare quel gusto nei caldi pomeriggi messicani fu un regalo davvero inaspettato.
Un bel giorno io e Francesca arrivammo in Chiapas dove ci fermammo per un bel po'.
Una sera, quasi per caso, incontrammo tre nostre coetanee italiane che avevamo fatto un giro diverso dal nostro. Davanti ad una buonissima zuppa ci confrontammo sui nostri viaggi.
La zuppa non ci saziò ed io e Francesca propronemmo di prendere due diverse tipologie di enchilladas e di dividerle per riempirci un po' di più lo stomaco. Le tre viaggiatrici appena conosciute rifiutarono perché la guida dice di non fidarsi di pasti del genere.
Alla domanda "ma come avete fatto finora dato che qui si mangia così" loro risposero che s'erano portate il tonno da casa e che al massimo andavano nei supermercati a prendere cose liofilizzate o simili.
Io non so che faccia feci di preciso ma riesco solo ad immaginare il mio tentativo di nascondere un misto di stupore, disguisto e chissà che cosa.
Ci raccontarono poi di bere la stessa marca d'acqua dal loro arrivo in Messico.
Io e Francesca raccontammo la nostra esperienza che era diametralmente opposta alla loro.
Erano quasi stupite nel sentire quanti gusti diversi di cibo avevamo provato e noi speravamo di averle convinte nel mollare un po' la corda ma non fu così.
Una di loro ad un certo punto ricordò alle altre che dovevano prendere la pastiglia. Noi pensavamo a normali cose contraccettive femminili quando in realtà ci raccontarono che da una settimana erano sotto antibiotici causa Montezuma.
Al loro chiederci "e voi come state? nessun problema?" noi sorridemmo e rispondemmo quasi soddisfatte "è come se non ci fossimo mai mosse dall'Italia".
Ci guardarono stupite e quasi sconfitte, anche se non c'era nessuna battaglia in corso ma solo due modi diversi di concepire l'incontro con un luogo.
Il giorno dopo andammo con loro a Palenque dove poi le lasciammo.
Io e Francesca tornammo a San Cristobal e ci deliziammo, in quella serata di settembre, con una piccantissima e buonissima cena... sui banchi del mercato, ovviamente.

E' Primavera, Svegliatevi Bambine... e Bambini

Giusto ricordarvi che fare il cambio degli armadi (anche del mio) sarebbe cosa gradita.
E col cambio degli armadi tirate fuori un bel colorino primaverile da mettervi addosso e partecipate alle giornate del FAI nei prossimi 24 e 25 Marzo.
Potreste vedere cose che noi umani non osiamo neanche immaginare.
Ed intanto io ve ne parlo su NonSoloTuristi.it
Stay Tuned!

Le tre vecchie signore di Caernarfon

Questo è uno di quei post che nasce da un bel ricordo sorridente misto al fatto che ieri mattina un mio collega giocherellava con un'applicazione che prende una tua foto e ti invecchia.
Sinceramente ero quasi curiosa di vedere come sarò da vecchia ma poi non gli ho chiesto niente.
Dentro la mia mente è impossibile mutare forma. Non si invecchia, non si muore, ci si mantiene perpetuamente.
Il vedere alcuni volti amici un po' più vecchi mi ha fatto tornare in mente un piovossissimo pomeriggio dell'estate scorsa quando io e Gian arrivammo a Caernarfon per la seconda volta nella nostra vita.
E' tanto tempo che voglio scrivere di Caernarfon ed è come se il mio cuore non volesse far uscire niente a riguardo di quella splendida cittadina del nord del Galles. La amo così tanto da sentirla mia... e solo mia.
Ma infondo per ora vi posso dire che è detta anche Royal Town perché il suo magnifico castello è il castello proprio del Principe di Galles. Di Caernarfon vi ho già detto qualcosina ... quando vi ho parlato del Black Boy Inn e di tutta la perfezione che aleggia attorno a quel pub.
Ed è proprio al Black Boy Inn che torniamo ora ... in un giorno piovoso... in cui la pioggia non è semplicemente rain ma diventa heavy showers all day.
Io e Gian entrammo quasi fradici ... io un po' meno complice il mio mega poncho rosso che mi rende una Rotkäppchen sui generis.
Arrivati dentro al pub ci siamo subito accomodati in quello che è il tavolo migliore, a mio avviso. La zona pub del Black Boy Inn è davvero piccolina ma è una bellissima emozione stare seduti in uno dei più atichi pub del Regno Unito.
La prima pinta di Purple Moose l'abbiamo buttata giù per rifocillarti da tutta quella pioggia.
La seconda è stata ancora meglio... perché entra nelle ossa, nella testa e la coccola.
Di fianco a noi, in un altro bellissimo tavolo in legno, si erano accomodate tre bellissime old ladies, vestite e truccate di tutto punto. Saranno state sull'ottantina e sembravano davvero amiche per la pelle.
Parlavano tra di loro in Gallese... e noi riuscivamo a cogliere qualche piccola parola legata più che altro a quello che ordinavano.
Se la raccontavano di tutto gusto, ridevano, scherzavano ed io mi immaginavo il loro dialogo simile a quello che la mia nonna Cecilia, tanti anni fa, aveva con le sue amiche del cuore (la Maria e la Balsemina) ogni venerdì mattina quando si incontravano al mercato.

Me le godevo quelle signore e soprattutto mi lasciavo infondere dalla loro allegria e dal loro modo elegante di mangiare un comunissimo fish & chips come se fosse un piatto di Gualtiero Marchesi.
La pioggia continuava a scendere copiosa in quel di Caernarfon.
La pioggia scendeva, le signore ridevano, noi ci gustavamo la nostra Snowdonia Ale.
Ridevamo anche noi ed eravamo felicissimi di essere lì.
Perché quando sei lì sei felice, malgrado il tempo, malgrado la temperatura, malgrado qualsiasi cosa potesse venirti in mente.

Ancora oggi mi chiedo cosa si raccontassero quelle signore.

Ad un certo punto di quel pomeriggio, si girarono verso di noi per chiederci di dove fossimo. Al nostro rispondere "Italy" seguì subito il loro fantastico "oh... lovely" detto tutte in coro.

Il Baltico con lo sguardo ad Est: Helsinki

Finlandia Helsinki

Quando sono arrivata in Finlandia nell'Agosto del 2002 non sapevo che volto dare dentro alla mia mente alla locuzione "capitale scandinava".
Era la prima volta che arrivavo così a nord e sinceramente non sapevo cosa aspettarmi.
Che ci fosse il Baltico lo sapevo, ma per il resto non sapevo come prospettare davanti ai miei occhi. I tempi di Google maps e Google images erano ancora lontanti sicché si lavorava molto più di fantasia.
A volte mi trovo a scontrarmi con questi "nuovi metodi" per affrontare un viaggio. Da un lato sono curiosissima e non vedo l'ora di farmi un tour virtuale o un fantaviaggio in un luogo che vorrei vedere.
Dall'altro però mi resta dentro quella voglia di sorpresa e quel desiderio di sorprendermi quando arrivo in un luogo nuovo.
Quello che in primis mi stupì della capitale finlandese fu che faceva più caldo che in Italia quel giorno.
Arrivammo un po' bardati stile "boschi dell'estremo nord" e ci ritrovammo in bermuda e infradito in un minuto. Quell'attrezzatura da camping nei boschi ci servi poi in Lapponia ... ma ad Helsinki ci fu chi dovette approfittare di un bel mercato per comprarsi i calzoncini corti. Non io ... no no ... io sono sempre organizzata per ogni evenienza. Porto con me il costume anche se devo andare su di un ghiacciaio in pieno Dicembre tanto per il posto che porta via un costume... si sa mai che una piscina salti fuori da qualche parte!
Anyway... caldo a parte, di Helsinki mi stupirono subito i lampioni che erano figherrimi e super di design. Altro che i nostri italiani vecchiotti e tanto brutti. Erano costruiti in modo che degli specchi riflettessero la luce rendendola molto più intensa ed efficace. Con tutte le ore di buio che ci sono d'inverno mi sembrava davvero una bella invenzione.
Gironzolando per la città mi appassionai alla duplice ... e a volte anche triplice nomea delle vie: le strade venivano infatti chiamate in finlandese (katu), in svedese (gatan) e spessissimo anche in russo.
Fu lì che mi appassionai un po' alla storia della capitale finlandese e cercai di farne appassionare anche i miei compagni di viaggio ma non ci fu pezza perché, ad ogni tentativo di accenno storico, finiva tutto in caciara per la fantomatica storia di un inesistente ammiraglio Helsin che avrebbe dato il nome alla città. Forse con la storia non c'eravamo ... ma con la fantastoria sì.
Quello che mi piace di alcuni luoghi che visito è il cercare di leggere nella toponomastica, nella conformazione o nel comportamento della città tutti i retaggi di invasioni o dominazioni diverse.
In questo senso Helsinki è maestra perchè mostra la sua attitudine scandinava nelle modernissime vie dello shopping che squadernano design da tutte le parti. Ogni vetrina è una fucina di designers che sarebbero pronti a tirar fuori delle idee per tutti i gusti.
Helsinki è pienamente scandinava nel suo rapporto col mare e nelle sue Esplanaden dove la gente si riversa quando il sole e la luce imperano. Helsinki è nordica per il suo pesce venduto vicino al porto e per il modo tanto buono di abbinare l'aneto a mille piatanze diverse.
Il gusto del nord si sente nella sua amata Lapin Kulta, nel salmone e nelle aringhe che in Finlandia sono anche riuscite a piacermi (le aringhe intedo... perché tra me e il salmone è amore grande).
Helsinki è giovane e ci vedi solo donne bellissime, uomini bellissimi e genitori giovanissimi girare con i loro figli dai capelli così biondi da sembrare bianchi o ragazzini con la faccia da sami che più sami non sì può.
A Helsinki la gente esce, si diverte, vive l'estate e poi passa l'inverno probabilmente ad aspettare un'altra estate. E in tutto questo Helsinki è a pieno titolo scandinava.
Ma la città guarda ad Est e lo fa perché probabilmente per tantissimi anni è stata obbligata a farlo da una dominazione russa che forse non voleva.
E' bene ricordare che la Finlandia, durante la seconda guerra mondiale, non ha vissuto proprio un gran periodo. Il punto è che spesso, quando si studia quella guerra, non si ricorda un paese così nordico.
L'accento russo di Helsinki si mostra alle persone attraverso la Tuomiokirkko ... da tutti conosciuta come la chiesa di San Nicola.
Impossibile non notarla perché è così bianca, così grande e posta su di un basamento altissimo che sembra quasi essere stata costruita a simbolo della città e a guardia di essa.
Quasi come si chiedesse a San Nicola di proteggere Helsinki.
La chiesa è stata costruita in stile perfettamente ortodosso sia fuori che dentro fu un tributo allo zar Nicola.
Forse quella chiesa è lì proprio a testimonianza di un passato che sembra sopraffatto dalla totale modernità della città.
Quello che posso dirvi con certezza è che sedersi sui gradini del basamento della cattedrale e guardare Helsinki illuminata da un sole che non tramonta mai (o che tramonta poco) è davvero una gran bella esperienza.
Helsinki è un luogo da provare...

Granada in pieno Agosto

Viaggio in Andalucia

Di non sola Alhambra vive Granada.
Anche se la maggior parte delle persone che visitano questa splendida città ci arrivano proprio per il mitico palazzo arabo.
E proprio perché di non sola Alhambra risplende questa città, sono qui a raccontarvi quanto bello e festaiolo sia arrivare a Granada all'incirca alla metà di Agosto.
Se non avete problemi col super caldo e avete voglia di godervi una città spagnola di cui non si parla spessissimo, beh... la mitica Granada fa per voi.
Premesso che io e il caldo non siamo amici, a Granada ammetto di aver sofferto poco.
Sarà stato per la vicinanza della Sierra Nevada... chi lo sa... ma ogni tanto arrivava un'arietta capace di deliziare il mio pellegrinare tra le vie della città.
Quello che ho capito, a prima vista, è che il dualismo Granada Araba e Granada Cattolica è davvero imperante proprio come quando, nel 1492, Isabella la Cattolica fece sloggiare definitivamente gli arabi.
A testimonianza della gran vittoria, i sovrani cattoligi fecero erigere una cattedrale a dir poco immensa, quasi come volessero essere visti anche dal Magreb e volessero urlare a tutti "qui comando io".
La visione della cattedrale è imperdibile... da fuori perché le vie attorno ad essa sono così piccoline da farla sembrare ancora più enorme. Da dentro perché lì è visibile la grandezza di una Spagna che in quegli anni si faceva impero.
Giusto perché Granada è proprio il simbolo di una Spagna forte, decisa, caparbia e capace di imporsi sul mondo, i Sovrani Spagnoli sono di norma sepolti in questa cattedrale. Lo sono di certo la sopracitata Isabella e suo marito, Ferdinando d'Aragona, becco e bastona (probabilmente) anche in fase tombale inquanto il gran Cristoforo Colombo, a detta di molti amante di Isabella, è sepolto a pochissima distanza dai sovrani.
Insieme nella vita, insieme per fare grande la Spagna, insieme nella morte perché divivere certi connubi forse potrebbe portare male. Piccola avvertenza per la visita della Cattedrale (e vale per tutta l'Andalucia e non solo): portatevi qualcosa per coprirvi... uomini o donne che siate.
In Spagna fa molto caldo e si gira di solito in pantaloncini e canottiera. La cosa non genera opinione nel gironzolare comune ma se vorrete entrare in qualche luogo religiso, occorrerà che le vostre spalle siano coperte e che i vostri pantaloncini arrivino almeno sul ginocchio.
Io ovviavo portandomi un pareo e una t-shirt nello zaino... pesano poco e aiutano a non urtare sensibilità diverse dalle nostre. La grandezza di un viaggio si misura anche da questo.
Tornando a noi... quando uscirete dalla Cattedrale di Granada dimenticherete la cristianità e vi sentirete catapultati nel migliore suk arabo mai visto al mondo. Scherzi a parte, probabilmente sarete risucchiati da viette così strette da restare sempre in ombra (e grazie perché fa caldissimo) ... e viette così piene di cose da comprare che non saprete da che parte girarvi. Quello che fa si questo rigagnoli di vie un vero e proprio suk sta nell'odore forte dei manufatti in pelle e dai colori contrastanti del cuoio messo vicino a lavorazioni turchese intenso, bianche oppure rosse. Oltre a ciò, verrete attirati dall'odore forte delle spezie e non vi sarà difficile sentire parlare arabo anziché spagnolo.
Ed è proprio qui la bellezza di una città come Granada... nel suo essere ancora un perfetto melting pot con realtà che qualcuno credeva di aver cacciato per sempre dalla Spagna del sud.
Con tutto quel girare la fame vi arriverà addosso come un orso famelico ma non vi preoccupate perché siete nella città giusta.
Le Tapas di Granada sono così grandi da poter sostituire tranquillamente un pasto.
E se, come me, raggiungerete la perla dell'Andalucia in pieno Agosto ... non dovrete far altro che gironzolare da una parte all'altra del centro ... Agosto è un mese festaiolo anche in Italia.
Sagre e celebrazioni sono all'ordine del giorno. Nella splendida Granada dovrete camminare davvero poco per trovare qualche festa dove gustare piatti tipici e del chorizo indimenticabili.
A me Granada è davvero piaciuta da matti.
Sarà stato per Garcia Lorca, sarà stato per la sua storia, sarà stato per la grande mescolanza di ogni casa.

Un giorno poi decisi di andare a visitare l'Alhambra ... e successe che... (ulteriori informazioni prossimamente)


Un impero senza confini

Che l'impero romano abbia avuto un'espansione sterminata lo sappiamo tutti.
Quello che però non ci aspettiamo è di trovare i segni di esso così a Nord come sulla perfida Albione.
Su NonSoloTuristi.it oggi si parla di quell'uomo chiamato Adriano e del suo grande ed imponente (e direi anche eterno) muro.
Stay Tuned!

Almogrote... delizia lontana


Mi è venuto in mente che è un po' che non scrivo di cibo o beveraggi buoni.
E pensando a questo mi si è palesata mentalmente l'immagine (e il gusto) dell'Almogrote.
L'Almogrote è una di quelle cose che o le ami o le odi.
E quando le ami lo fai alla follia, pur sapendo che gli resterai lontano e non sarà facile (se non impossibile) poterlo nuovamente acquistare e gustare lasciandoti conquistare dal suo gusto particolare.
Vi ho già raccontato della mia passione per il formaggio e soprattutto per tutti quei formaggi puzzosi e puzzolenti.
Parlando di Almogrote siamo nella stessa categoria, seppur con caratteristiche diverse.
L'Almogrote è un formaggio caprino a pasta morbida tipico dell'isola de La Gomera, nelle Canarie.
La Gomera è un posto davvero speciale perché, in favore di alisei, è molto più verde delle altre sue isole sorelle.
Su quest'isola ci sono moltissime capre e dal loro latte nasce questo formaggio, essenzialmente giovane, che viene mischiato con prelibatezze varie quali pepe, aglio, peperoncino, olio d'oliva e ne esistono miliardi di versioni perché è come se ognuno potesse farsi il proprio in casa... seguendo la sua tradizione, le sue preferenze principali.
L'Almogrote viene consumato su crostini di pane (o anche a cucchiaiate ... se vi capita) e generalmente da solo perché il suo gusto forte, deciso e essenzialmente selvatico fa fatica ad abbianarsi ad altri cibi.
E' proprio nel selvatico che si trova la sua caratteristica principale... proprio quel quid che ve lo fa amare o odiare.
Io non faccio testo, ve l'ho già scritto, il gusto del formaggio di capra è proprio una di quelle cose che mi rapiscono con felicità estrema ed io, da bravo ostaggio, mi lascio portar via senza colpo ferire.
Capisco benissimo che non sia la cosa più facile da assaggiare ma io vi garantisco che ne vale la pena.
Immaginate ora quello che trovate scritto qui sotto.
Tardo pomeriggio di un settembre inoltrato, esterno giorno ... su di una terrazza di una vecchia casa sull'isola de La Gomera.
Al mattino si è camminato tanto verso il Garajonay.
Contrariarmente a quello che si può comunemente pensare, le Canarie sono un bel posto e un luogo assolutamente magnifico per camminare in montagna. Ve lo racconterò.
Tornando alla nostra visione... le gambe sono stanche dopo il cammino, il sole batte molto e il cielo è di un blu intenso.
Dopo la montagna c'è la spiaggia... ma quella selvaggia con la sabbia nera perché alle Canarie ci sono i vulcani ed è tutto nero.
Fare il bagno è quasi impossibile perché l'oceano è troppo agitato ma quell'aria di mare fa tanto bene e si finisce per dormire in spiaggia. Si pranza con della frutta ... banane rubate (sshhhhh... non ditelo a nessuno) da qualche piantagione... l'isola ne è piena.
Ed eccoci nel tardo pomeriggio che avevo citato prima.
Si torna a casa con le gambe tutte piene di sassolini lavici neri che si attaccano e si tolgono solo con la doccia.
Le guancie e il naso sono rossi per il sole, le mie trecce bionde hanno raccolto tutto il sole, il sale e il vento di quel luogo.
Ma prima di abbandonarsi alla doccia c'è un momento in cui, nell'ombra di una pergola, ci si siede e si pensa a quanto vissuto in quel giorno. Il sole scende in fretta all'equatore e prima che arrivi il buio ci si concede una birra fredda per ristorarsi del tanto vagare.
Assieme alla birra, si prende un bel pezzo di pane ... anche del giorno prima... lo si "concia" con l'Almogrote e lo si morde con tutto il godimento di cui siamo capaci.
Pane, Almogrote, Birra Fresca ... leggera, estiva, beverina.
La sabbia attaccata addosso, la stanchezza e un gusto pungente, selvaggio, intenso e quasi piccante che ci invade.
Gambe incrociate su di un tavolino... sedia sdraio da giardino leggermente reclinata.
Chiudo gli occhi un po'. Ho voglia di sentire quel gusto acre, forte, estremamente formaggioso ancora, ancora, ancora e di nuovo ancora.

Il blu più blu: Ras Mohammed

Visitare Ras Mohammed Mar Rosso Egitto
 Il mare di Ras Mohammed - Foto © 2012 Giovy

Ieri mi è capitato di pensare all'acqua.
O meglio, ho pensato a quando l'acqua è profonda, immensa, più grande di ogni cosa.
Ho pensato a quella sensazione primordiale e assolutamente riconducibile al nostro periodo di gestazione.
L'acqua mi rigenera ed è capace di togliermi di dosso ogni genere di stanchezza, ogni genere di giornata di cacca. Allo stesso modo è capace di esaltare la bellezza di una giornata vissuta nel giusto modo, con le giuste emozioni e i giusti fatti.
A volte mi capita di uscire dall'ufficio e fiondarmi in piscina.
Le piscine pubbliche non sono mai il massimo della vita specialmente in orari potenti come le pause pranzo o dopo le 18. Per quanta gente ci possa essere, nel momento in cui tocco l'acqua (e l'acqua tocca me) tutto il resto sparisce e resto solo io.
La cosa diventa ancora più bella se sono in mare e ovviamente quel mare è blu ... di quel blu che non si riesce nemmeno a descrivere.
Considerate le destinazioni dei miei ultimi viaggi, fare il bagno in mare sarebbe risultato davvero difficile.
In Galles sono riuscita ad entrare in acqua fino a sotto le ginocchia e già avevo perso la sensibilità di ogni mio muscolo.
La cosa fu ben diversa quella volta che me ne andai in Egitto con mio nipote al seguito.
Sharm-el-Sheik non mi avrebbe mai conosciuta se non fosse stato per mio fratello maggiore. Lui si trovava da quelle parti ed io l'ho raggiunto assieme a suo figlio.
Qualche giorno di mare non mi avrebbe fatto male, infondo.
Ho avuto la fortuna grande di trascorrere i miei giorni a Sharm distantissima da Naama Bay e distantissima da tutta quella masnada di italiani in trattamento all-inclusive.
Pernottavo in un alberghetto piccolo dove erano tutti egiziani, tranne me e Christian.
Il direttore veniva a chiedermi ogni giorno se volevo qualcosa di italiano da mangiare e si scusava perché loro erano soliti a clientela egiziana e pertanto cucinavano secondo i gusti locali. Io non potevo chiedere di meglio che gustare la loro reale cucina e degli spaghetti, francamente, poco o nulla mi importava.
Ciò che mi importò fu di raggiugere il parco di Ras Mohammed.
Incrociai le dita quel mattino che ci andai per far sì che non ci fossero troppi turisti attorno a me e il cielo mi ascoltò. Il parco non è visitabile dal singolo viaggiatore. E' necessario appoggiarsi a delle guide locali perché gli ingressi al parco sono razionati al fine di salvaguardare natura e territorio.
Si tratta di un parco marino e pertanto tutto il bello è sott'acqua.
Vi si recano sub professionisti o semplici persone, come me, armati di maschera, boccaglio e pinne pronti a mettere la testa sott'acqua per osservare una vita inaspettata.
La prima cosa che coglie di sopresa chi arriva a Ras Mohammed è il totale contrasto tra il deserto della terra e la bellezza del mare. Si tratta di colori accostati da chissà che mano divina e messi vicino con una maestria talmente grande da sorprendere minuto dopo minuto.
Una volta giunti in un "punto di ingresso al mare" si cammina con l'acqua ai polpacci fino al bordo del reef.
Poi si poggiano attentamente (e dove ci dice la guida) le mani su quella che sembrerà al primo tocco roccia... ma si tratta di corallo ... e ci si spinge dall'altro lato dove lo strapiombo marino aspetta ogni viaggiatore.
Per me è stato un momento stranissimo, avevo quasi paura ... pur sapendo nuotare bene.
Quando mi sono spinta di là, ho messo subito la testa sott'acqua e quello che ho visto superava di gran lunga la mia immaginazione.
Per quante puntate di Quark avessi visto o per quanti racconti avessi sentito sul reef, quello che i miei occhi vedevano non poteva avere aspettativa.
C'era un "muro" che scendeva per almeno 70 metri (poi la guida mi disse che erano circa 90) e quella parete era fatta di corallo. In un'atmosfera di blu intenso io diventavo l'estranea e tantissimi pesci venivano a vedere chi ero.
C'erano i piccoli pesci pagliaccio che mi mordicchiavano per vedere se ero commestibile. Dopo un minuto o due di curiosità verso di me io potevo essere libera di volare ... perché con un mare così non si tratta di nuotare... in mezzo ad una vita alla quale non ero pronta e che non sarei stata capace di immaginarmi.
Vagavo dividendomi tra la curiosità, la paura e la bellezza di sentirmi avvolta da un'acqua così viva, così bella, così nuova.
C'erano delle cernie enormi che non dimenticherò mai, c'era una tartaruga marina che credo sia riuscita a farmi piangere sott'acqua da com'era grande e leggiadra nel suo nuotare.
Ho visto un barracuda scintillante quanto pauroso. Guardavo di qua e di là spesso per paura di trovare squali. E per fortuna non ne vidi nemmeno uno.
Di pesci potrei citare tutti quelli che conosco ma non è una lista di cose che ho visto là sotto.
E' un mondo che non credevo esistesse così potente e ammagliante.
E' un mondo che credevo non potesse accogliere forestieri.
E' Madre Acqua ... sempre ... che sia salata, dolce, impetuosa o calma.
Ci avvolge e ci fa tornare agli albori di ciò che siamo.
La mia mente, mentre volavo nuotando in quel momento, mi faceva ascoltare Teardrop dei Massive Attack.
E non a caso. Almeno credo.
Quando venni via da quel luogo mi sentivo stanchissima per tuto il tempo passato in acqua.
Mi sentivo fluttuare come quando ero piccola e tornavo dalla piscina.
Spesso quando mi butto in acqua per lasciar andare la mia giornata e tutto quello che l'ha formata ripenso a quel giorno a Ras Mohammed.
Sono giorni come quello che ti fanno dire che la vita è proprio bella.

 L'ingresso a  Ras Mohammed - Foto © 2012 Giovy


Sua maestà il Reno: Schaffhausen

Viaggio in Svizzera a Schaffhausen

Per parlare dell'immensità del Reno e di tutta la cultura e le curiosità che si porta dietro non basterebbe un libro intero.
Personalmente sono sempre incuriosita dallo scorrere dei fiumi e mi piace da matti il fatto che i fiumi siano dei grandi viaggiatori. Attraversano kilometri e kilometri di terre, cogliendone caratteristiche e plasmandone la morfologia. Tutto questo solo per congiungersi ad altra acqua, di genere diverso, quasi come fosse un incontro d'amore che la natura vuole celebrare ogni giorno.
Quando sono andata a vivere in Svizzera mi sono subito ricordata del fatto che il Reno nasce proprio in terra Elvetica. A ciò ho unito i ricordi di un racconto che la madre di un mio carissimo amico d'infanzia mi fece.
Lei, nata in Svizzera da genitori emigrati, si era innamorata delle Cascate del Reno.
Un giorno, dopo tanti anni di lontananza dalla terra Elvetica, vi era tornata ed ha pianto tutto il tempo al cospetto della magnifica opera del grande fiume visibile solo da Schaffhausen.
Memore di tutto ciò, un bel giorno ... di mattino prestissimo, presi la mia macchinina e attraversai tutta la Svizzera. A leggerla così sembra una grande cosa ma da Lugano a Schaffausen sono circa 270 kilometri e, guidando per bene e gustandosi il paesaggio, in circa tre orette ce la si fa tranquillamente.
Era da poco sbocciata la primavera in terra elvetica e tutto era verde e fiorito come nelle migliori delle fiabe.Tutti i torrenti e i fiumi erano carichi d'acqua ed io davvero realizzai in quel momento che forse la Svizzera dà il meglio di sè solo in primavera. Perché è davvero un piccolo grande Eden a portata di viaggio.
Schaffhausen è davvero incantevole.
La città ha conservato l'aspetto rinascimentale del centro storico e già si sente profumo di Svevia passeggiando tra le sue vie. Il Lago di Costanza è vicinissimo e gli Schwaben si recano in Svizzera quotidianamente proprio come fanno i frontalieri tra Como e Lugano.
I segni del bombardamento della Seconda Guerra Mondiale ci sono ma la città non ha di certo perso fascino.
Il motivo principe che mi ha portato a Schaffhausen fu essenzialmente il Reno.
Volevo a tutti i costi vedere lo spettacolo della Rheinfall e, senza volerlo, avevo scelto il periodo migliore.
Le cascate, si sa, sono soggette a variazioni di portata d'acqua, e spesso d'inverno possono rivelarsi una piccola delusione. Lo stesso può succedere d'estate perché non sempre si sono verificate le precipitazioni necessarie per garantire ad un grande fiume la sua portata.
La cosa però non succede in primavera perché, grazie al Cielo, i ghiacciai sulle Alpi ci sono ancora (anche se si stanno fortemente riducento) e un po' d'acqua in più arriva sempre.
Una volta giunta al piazzale antistante la più grande cascata d'Europa rimasi impressionata dall'impeto e dalla tempesta. Forse nel comiare la definizione Sturm und Drang il buon vecchio Maximilian Klinger aveva pensato alla cascata di Schaffhausen.
Probabilmente non è così ma per la mia mente fu così.
Rimasi incantata, proprio come mi capitò quella volta alle Niagara Falls, nel vedere la potenza e la bellezza dell'acqua che affronta il salto e cade, ripetutamente e infinitamente cade verso un vuoto che ha tanta voglia di conoscere.
Ciò che stupisce della Rheinfall di Schaffhausen non è l'altezza né l'ampiezza ... come potrebbe essere per le cascate del Niagara. Ciò che strabilia è davvero la portata.
E' come se il Reno in quel momento diventasse persona e urlasse a tutta voce la sua grande voglia di vivere e di affermarsi.
Se cercate un bel luogo dove vivere un week end primaverile all'insegna della Bellezza... Schaffhausen potrebbe proprio essere la risposta.
Lo dissi un po' di tempo fa ... sono affascinata dal confine e dal suo continuo mescolare di caratteristiche e mi rendo conto scrivendo questo post che Schaffhausen è già confine pieno.
E' Svizzera per alcune cose, è già Baden-Wuttember o Svevi per molte altre.
Probabilmente è proprio colpa o merito del Reno che col suo scorrere porta in ogni terra qualcosa di diverso e plasma la terra per renderla diversa, unica e mai simile a nessun altro posto.

Camelot... dove cercarla?

Re Artù Camelot


C'è una sigla di un cartone animato che mi ronza in testa. Si tratta de I Cavalieri della Tavola Rotonda e lo guardavo quando ero proprio piccola piccolissima. Mi è tornata in mente perché ieri, in un momento di sonnecchiamento domenicale, i miei occhi hanno intercettato una specie di fiction dal titolo Le Nebbie di Avalon. Artù, Morgana, Mordred, Uter Pendragon e chi più ne ha più ne metta erano lì in bella vista davanti a me. Lo sapete, vero, che la reale e concreta terra di Re Artù è il Galles, vero? 

Un Trekking diverso


Ci sono molti modi di vivere del buon Trekking.
Il Trekking urbano è un nuovo modo per vivere le città e ne parliamo su NonSoloTuristi.it
Stay tuned!

Tu quoque Manchester

England Manchester

Ero a pranzo ieri e con la mia amica Agnese si fantaviaggiava con la mente.
Già per me è difficile non fantaviaggiare, in più se trovo un interlocutore con la mia stessa attitutide... beh... il risultato è facilmente intuibile.
Considerandoci noi delle Britalians, l'argomento intavolato riguardava la bellezza di Liverpool.
Io sono altamente di parte a riguardo di quella splendida città del Merseyside e il fatto che Santa Ryanair non voli più verso il John Lennon Airport ha generato in me non poca tristezza.
Il personale dell'aeroporto di Liverpool doveva vedermi almeno una volta all'anno per non preoccuparsi per la mia vita. Ora come faranno?
Santa Ryanair non m'ha lasciato a digiuno del tutto.
Ha pensato bene di spostare a Manchester tutti i voli che prima si dirigevano verso la città dei Beatles.
Poco male... La distanza tra le due città è poca e i treni sono frequentissimi.
Sicché il discorso mio e di Agnese è passato al binomio Manchester + Shopping che ho già avuto modo di sperimentare alcuni anni fa.
Più che la sottoscritta, fu la malcapitata carta di credito a dare sfoggio di se in quel giorno passato a capire dove fossi finita in quella grande città.
La mia prima sensazione legata a Manchester fu infatti che si trattasse di un posto immenso.
Non so come spiegarlo bene ma nemmeno Londra mi ha mai dato una sensazione simile.
E' come se non fossi mai riuscita ad individuare un centro città reale e che tutto, ma proprio tutto, fosse sparso secondo una strana entropia alla quale non ho mai trovato spiegazione.
Vidi Manchester di nuovo quasi come fosse un film l'anno scorso quando, andando verso York, il treno l'attraversò lentamente... stazione dopo stazione... quasi come volesse darmi la possibilità di gustarmela quel poco da far nascere in me una curiosità immonda.
Nell'osservarla dal treno ebbi la sensazione totale che mi piacesse molto di più della prima volta.
Adorai tutto quel recupero industriale in zone limitrofe alle stazioni (che sono tante a Manchester).
Amai al primo istante il constrasto di nuovissime costruizioni in "tutto vetro" e riflessi con le vicinissime e restaurate costruzioni in mattoni rossi che fanno tanto Inghilterra del Nord, che fanno tanto Life on Mars e Manchester negli anni '70.
Provai anche un piccolo brivido nel passare sotto le curve dell'Old Trafford malgrado a me del calcio non freghi proprio niente.
Sicché ho come idea che lascerò uno spiraglio aperto nel mio cuore e un bel cassettino con sopra l'etichetta Manchester ... perché ho come idea che io e quella mega città del North England abbiamo davvero voglia di conoscersi. E chissà mai che ne avremmo la possibilità, sooner or later.

Il pranzo mio e di Agnese si è concluso con la riflessione che davvero quella zona del mondo ... quella che dice Nord in generale ... ha messo un semino nel nostro cuore.
Un piccolo sassolino che lo fa pulsare ogni giorno e genera così tanto desiderio da sentirsene davvero conquistati.
Anche il viaggio è sempre una questione di Amore.

Quando diventa parte di te


Ieri sera pensavo a quando ho imparato a viaggiare.
Forse viaggiare è un po' come andare in bicicletta... ce l'abbiamo tutti dentro.
Basta buttarsi la prima volta, trovare il proprio stile di pedalata e il proprio equilibrio, si testa la velocità e poi non ci si dimentica più come si fa.
Pensavo a quelle sere, prima di un viaggio con i miei o con chissà chi altro o da sola.
Ho sempre sentito quella sorta di sensazione di "farfalle allo stomaco" la sera prima di una partenza e l'ho sempre percepita mentre preparavo il mio zaino.
Ho pensato che ho due grandi genitori che mi hanno insegnato a viaggiare e che, quando è stata ora, mi hanno dato un calcio nel di dietro e mi hanno messo su di un pullman per Monaco di Baviera.
Avevo 14 anni ed era la prima volta che me ne andavo in giro all'estero senza di loro.
Ho pensato che sia stata una grande cosa che io abbia fatto gli scout per molti anni ed ho pensato inoltre che è vero che si è scout tutta la vita.
Non tanto per il fatto che si portino i pantaloncini corti e chissà che fazzolettone al collo.
E' una questione di spirito e di attitudine.
Ed è qui che si è fermato il mio pensiero.
Ed è qui che io lo metto assieme al fatto che oggi sia l'otto marzo.
Ebbene ... c'è un momento nella vita di tutto in cui qualcosa che facciamo diventa automatico, congenito, spontaneo.
Badate bene ... non è quell'automatico fatto di abitudine, vuoto, stanchezza.
E' quell'automatico che diventa attitudine totale. E' quell'automatico che, come due palline di pongo colorate, si fonde con il nostro essere.
E' proprio lì che diventiamo più grandi dentro... che acquisiamo qualcosa di talmente importante per la nostra vita da non sbarazzarcene più.
Ecco ... per l'otto marzo è la stessa cosa.
O meglio, è la stessa cosa che scrivevo a riguardo del giorno della Memoria.
Possiamo avere mille feste, festività e ricordi appuntati al calendario. 
Possiamo partecipare a mille manifestazioni o leggere articoli e post che interessano un dato argomento da ricordare o celebrare.
Finché tali argomenti non diventeranno qualcosa di insito nella nostra vita e nel nostro pensiero, quelle celebrazioni varranno solo per il tempo in cui occuperanno il nostro essere.
Non è questione di celebrare le donne oggi.
E' questione di celebrare l'essere umano sempre e far sì che non si creino disparità o sopprusi tali da dover ricorrere ad un preciso giorno all'anno per far notare a tutti che si ha la testa alzata con orgoglio sempre.
C'è una donna dalla storia difficile e, a mio avviso, anche vissuta nella modalità sbagliata (perché gli intenti c'erano tutti). Questa donna è Ulrike Meinhof e di certo non può essere presa ad esempio per tutte le cose che ha combinato e le vite che ha fatto dissolvere.
C'è una sua frase che, malgrado tutto, ha perfettamente senso in molti ambiti della vita ... almeno la mia.
Widerstand ist, wenn ich dafuer sorge, dass das, was mir nicht passt, nicht laenger geschieht.
L'opposizione è quando mi preoccupo che quello che non va non succeda più.

Oggi va così ...

Tutto sembra vecchio ... ma non Cojimar

Cuba Cojmar

Ne parlavo giorni fa mentre pensavo ai libri da consigliare.
Cojimar è uno di quei posti in cui puoi passare dal paradiso all'inferno nel giro di un minuto.
Ho avuto la fortuna di visitare il luogo tanto caro ad Hemingway per ben due volte.
La prima volta ci andai in un giorno di caldo super torrido.
Visitai con molta curiosità la villa del grande scrittore a San Francisco de Paola, proprio vicino a La Habana.
Quel luogo ha in sè tutto il sapore che la parola "coloniale" si porta addosso.
Se provate a chiudere gli occhi e vi si chiedesse di immaginare il buen retiro di uno scrittore affermato in un luogo tropicale probabilmente non avreste nessuna difficoltà a delineare le caratteristiche principali di un luogo come la sua villa.
Bianca, grande ma non troppo, immersa in una vegetazione che sa di Eden dove ogni rumore "civile" è soppiantato dal rumoroggiare sereno della natura.
Un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, anche per le assi scure del parquet dove tantissima gente cammina ogni giorno.
Una delle cose che più mi interessò della casa di Hemingway fu la vista della stanza dove lui era solito scrivere.
Era la più alta di tutta la casa quasi come se il buon Ernest avesse voluto conquistare una visione a 360° di quello che lo circondava.
In quella stanza  regnava sovrana una macchina da scrivere vecchissima ma preziosa come oro colato.
Ho cercato più volte di immaginare quella casa viva, con Hemingway pensieroso atto a scrivere un nuovo libro.
Ho cercato ripetutatemente di tornare con la mente a quei giorni vissuti dal grande Ernest.
Niente di più facile, direte voi.
E' vero... ma c'è un secondo luogo dove si può respirare e toccare la presenza tangibile di Hemingway.
Questo posto è Cojimar, piccolo porticciolo a misera distanza dalla villa dello scrittore.
A Cojimar, in un piccolo spazio, c'è tutto quello che si potrebbe volere da un'esperienza cubana: c'è la presenza di Hemingway, c'è una piccola ma ben conservata fortificazione spagnola del sedicesimo secolo, c'è un locale dal puro gusto anni '40 dove il buon Gregorio era così di casa dall'aver dato vita ad un cocktail in suo onore.
C'è un piccolo lungomare dove fermarsi per lasciare che il disarmante stordimento dell'alcool fresco di un mojito si prenda per un attimo cura di noi, assieme all'incessante caldo che con quel 80% minimo di umità rende il pomeriggio di Cojimar molto onirico, soffice e sicuramente avvolgente.
Il bello è proprio quello: trovare un posto su quel molo e restare lì ad osservare le barche che lasciano gli ormeggi.
La prima volta che raggiunsi Cojimar una cozzaglia di turisti con tanto di mega pullman mi rovinò l'atmosfera e la visione eterea di quel mare dove il Marlin regna davvero sovrano.
La seconda volta, invece, le cose furono diverse e davvero riuscii a vivere il mio piccolo grande stordimento in stile Hemingway.
C'ero io e al massimo otto o nove persone.
C'ero io che arrancavo con quel caldo torrido.
C'ero io con le mie treccine, sandali e bermuda e mille litri di protezione +50 sulle spalle e sul naso ... altrimenti sai che urli di notti.
C'ero io e quel retrogusto tanto buono della yerba buena (guai a chiamarla menta a Cuba!) che mi aiutava ad affrontare quel sole che spesso tanto rifuggo.
C'era il silenzio ed io nel mezzo (spesso mi sembra un totale controsenso).
C'era il ricordo di un grande scrittore e quelle parole ... tutto era vecchio tranne i suoi occhi ... che giravano a loop dentro la mia mente.

Tira di più un libro che...



Scherzi e battute a parte, il mio post riguardo il gran connubio tra libri e viaggi è piaciuto molto.
E' piaciuto così tanto essenzialmente a me che ho deciso di scrivere Libri & Viaggi Reloaded!
Gustatevelo, commentatelo su NonSoloTuristi.it e soprattutto fate i bravi perché vi lascio qui da soli da stasera fino a mercoledì mattina.
La Giovy è in giro ... barricatevi in casa!
Stay Tuned ... ci si rilegge mercoledì.

Guernica: un quadro, un luogo

Guernica Picasso
Foto di Christoph Kopp @500PX
Leggevo l'altro giorno che Guernica (il quadro) compie 75 anni e si concede un piccolo restauro.
Mi ricordo ancora quel giorno che, facendomi grande forza, ho affrontato per un tot di ore la visione di quel che il grande Reina Sofia di Madrid contiene.
Quel giorno ci andai essenzialmente per vedere Guernica e non mi sarei mai aspettata di innamorarmi di un museo così complesso come quello.
E' davvero difficile entrare al Reina Sofia con la mente sgombra da pregiudizi relativi all'arte contemporanea ed è altrettanto impossibile uscirne senza un'opinione netta e decisa.
Come vi ho già ampiamente scritto, spesso mi capita di recarmi al "cospetto" di opere d'arte di qualsiasi genere con un atteggiamento quasi religioso che mi fa sentire piccola rispetto a tutto ciò che mi circonda.
Per Guernica fu così.
Decisi, non appena entrata nel museo, di recarmi direttamente a vedere quel capolavoro di Picasso e mi fermai solo per dare risalto a quello che è il percorso che il museo propone prima di arrivare, frontalmente proprio come mostra la foto qui sopra, davanti a Guernika. E scriviamolo con la K che in Basco si dice così.
Quella specie di labirinto di disegni preparatori ed informazioni prima di giungere alla sospirata meta davanti al mastodontico quadro è fondamentale per vari motivi.
In primis per comprenderlo un po' di più di quello che ci si aspetta.
In secondo luogo per entrare nell'idea mentale che quello che vedremo è la rappresentazione nuda e cruda del dolore.
Infine è bene fare una specie di regressione storica all'interno di noi stessi per poter collocare in modo giusto quel 26 Aprile del 1937 quando la città Basca fu quasi rasa al suolo del tutto.
Ed è proprio in quel "quasi" che mi rifugiai non appena fui davanti al quadro perché la prima sensazione fu essenzialmente quella di piangere.
Eh lo so... son fatta così ... tenerella di fronte alle avversità del mondo in primis, super d'acciaio quando mi incavolo e sento l'esigenza di spaccare tutto per riportare un po' di giustizia a galla.
Quel giorno però pensavo solo a quella cosa che avevo davanti ai miei occhi, così grande per essere definito solo un quadro e così potente per essere messo di fronte ad una mente creatrice, malgrado essa sia appartenuta a quel genio di Picasso.
Tutti i principi che uno può avere in mente sulla comunicazione vanno a farsi friggere di fronte alla potenza di Guernika. Non c'è urlo, slogan o chissà che altro media che possa superare un'espressione così "limite" e così intensa come quella di Picasso.
Manco a dirlo, quando anni dopo tornai in Spagna e soprattutto in Euskadi, volli andare a vedere Guernika, la città stavolta, così com'è ora.
Avevo potuto rendermi conto di cosa fosse una città completamente rasa al suolo solo quando andai a Varsavia, anni prima. Gli spazi presenti tra gli edifici, il troppo ordine nell'impostazione cittadina e niente di antico sono sintomi del passaggio atroce delle bombe.
Arrivata a Guernika, quel mattino sotto la pioggia, c'era troppo nuovo e troppo solo anni '70 o simili attorno a me tanto che mi sembrava di essere in un ambiente finto.
Dal bombardamento si salvò poca cosa: una chiesa e un albero essenzialmente e fa davvero male anche a scriverlo perché pare quasi impossibile che l'azione umana possa portare a tanto. E tutti noi sappiamo che, purtroppo, fa anche di peggio.
Mi trovai al cospetto di quella chiesa rimasta in piedi in quel maledetto giorno di Aprile quando, nel guardarmi attorno, davvero non mi capivo più.
Andai poi a trovare quell'Albero che per tutti gli abitanti di Guernika ora è un simbolo di resistenza e unità e che per i Baschi tutti è simbolo di una nazione che pretende il suo diritto al riconoscimento.
Alberi e Vita, dentro la mia mente, vanno di pari passo e camminano assieme. 
Probabilmente quel giorno l'Albero di Guernika aveva così tanta vita dentro di sé da saper confondere le bombe.
E' rimasto in piedi quasi volendo sbeffeggiare i "cattivi" che bombardarono.
Quasi a voler loro dire "Guernika urla... ma non molla".

L'Albero di Guernika

Galles: la festa di Daffydd

Festa di San Davide Galles
Porri e Narcisi per la festa di San Davide

Tutti pronti a festeggiare San Patrizio il 17 Marzo. E non c'è nulla di male se si recupera il vero senso di questa festa che sa d'Irlanda. Nessuno, o pochi, sanno della Festa di San Davide, giorno molto importante per il Galles. Si tratta di una ricorrenza dai colori primaverili, dove narcisi e porri la fanno da padrona. Il momento centrale della festa di San Davide é la parata di Cardiff
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