Piccolo Spazio Soddisfazione

Giovy Malfiori Vanity Fair Tranveller

La Giovy è approdata sulle pagine di Condé Nast Traveller (sezione Viaggi del sito www.vanityfair.it).
Cliccando qui potrete trovare un mio articolo su ... guarda caso... uno dei luoghi che amo di più in Galles.
Son qui che salto dalla gioia e godo una soddisfazione grande mille volte di più di tutto il mondo che ho girato.
Grazie a Vanity per lo spazio e la pubblicazione!
Grazie come sempre a Gian per le foto e per viaggiare assieme a me.

Un luogo tutto per sé: Hermann Hesse in Ticino

Casa di Hermann Hesse in Svizzera
Foto dal sito della Hesse Stiftung
Scrivo un po' sull'onda del post di ieri.
In effetti visitare i luoghi del cuore dei miei scrittori preferiti è una di quelle cose che avrei sempre voluto scrivere su quei moduli che hanno la casellina "cosa vuoi fare da grande?"
Un'occasione d'oro m'è stata data quando mi sono trasferita in Svizzera.
Nella vita degli Scrittori con la S maiuscola ci sono tante fasi. Una di queste è quando cominciano a viaggiare per poter scrivere ancora di più-
Un'altra delle fasi tipiche prende vita quando lo scrittore in questione trova il proprio buen retiro, dove la vita sembra così bella o così interessante da poter impiegare il proprio tempo proprio nel vederla scorrere e raccontarla.
Hermann Hesse era uno dei miei scrittori preferiti quando ero appena quattordicenne.
Poi crebbi un po' e comincia a leggerlo in tedesco. Tutt'oggi è ancora una delle persone che sa parlare meglio al mio animo.
Quando andai a vivere in Svizzera avevo un sacco di week end liberi perché, infondo, a parte i miei colleghi di lavoro non conoscevo proprio nessuno.
Acquistai una guida della Svizzera perché, date le distanze brevi, avrei potuto permetter qualche week end qua e là alla scoperta di ciò che mi circondava.
Fu un pomeriggio di prima primavera che capii che uno dei luoghi che volevo più visitare era proprio a massimo venti minuti da casa mia.
Si trattava della Hermann Hesse Stiftung o, per dirla in Italiano, Fondazione Hermann Hesse.
Mi ricordai, infatti, che il grande scrittore aveva vissuto un bel po' di anni in Canton Ticino e proprio in Ticino morì, anni e anni dopo aver scritto in terra svizzera tanti capolavori.
Trovai la fondazione con un po' di difficoltà perché non ero pratica del luogo.
Entrai, come successe per Joyce, con un po' di timore reverenziale quasi volessi portare un eterno rispetto ad una persona che aveva saputo parlare alla me più interna in un modo che nessuno aveva fatto.
Visitai il museo con gli occhi di una bimba che per la prima volta vede il mondo.
Guardavo gli acquerelli di Hesse come se per la prima volta vedessi un qualcosa di dipinto.
Qualche giorno prima, infatti, avevo letto Favola d'amore e l'edizione di cui ero in possesso riportava moltissimi acquerelli di Hesse.
Fu quasi una sorpresa vederli dal vivo come fu altrettando sorprendente poter esplorare il giardino bellissimo della villa dello scrittore potendo addirittura sedersi ad ammirare la stessa vista che tanto lo ispirava.
Mentre stavo seduta nel giardino, guardando verso quel lago che con gli anni amai intensamente, pensai a quello che la guida mi aveva detto poco prima.
E' proprio restando seduto in quel giardino che Hesse pensò e scrisse Siddharta nel 1922 ed io, seduta nello stesso punto, pensavo a chi sarei voluta essere (di nuovo ... lo so... penso tanto) nella mia vita.
Imperdibile, per me, fu una passeggiata sulle orme dello scrittore, con tanto di audioguida. Un'esperienza a cavallo tra il fantastico ed il reale perché ancora non riuscivo a concepire il fatto di camminare dove aveva camminato uno dei miei punti di riferimento.
Quel giorno, per la mia mente, aveva avuto qualcosa di magico che non sapeva definire.
Fu dura andarsene la sera ma tornai qualche settimana dopo perché avevo preso con me il programma delle letture che, ripetutamente, vengono organizzate sia in tedesco che in italiano.
Per me assistere a Siddharta letto in lingua originale con tanto di suono del Sitar dal vivo in sottofondo è stato un qualcosa di indescrivibile.

Una delle cose che più mi scorrono sulla pelle di esperienze a contatto degli scrittori che amo è proprio quel sentirmi infinitamente piccola e incapace ... sentendomi allo stesso tempo grata al mondo del fatto di esserci e del fatto che uomini come Hermann Hesse abbiano scelto la professione giusta.

Da grande voglio essere Hermann Hesse (un po' Adele e un po' Hermann Hesse... giusto per mescolare le cose).


La Joyce Tower e Dun Laoghaire

Irlanda Dun Laoghaire

Un post che lessi su di un racconto sconosciuto di James Joyce mi ha fatto tornare in mente quel giorno in cui presi il Dart e me ne andai a Dun Laoghaire.
Nome difficilissimo che si pronuncia "Dan Leiri" e che è che una località costiera molto vicina a Dublino. Dun Laoghaire é il luogo che ha visto nascere un gran capolavoro di James Joyce.

Libri & Link


Oggi, su NonSoloTuristi.it, vi parlo di Libri ... di quelli che ci aiutano a fare grandi viaggi ma che non sono le guide turistiche che tutti conosciamo.

Andate a leggere e poi tornate qui perché La Claudiappì mi ha invitato a fare un giochino.
E qui ci sono le mie risposte.

Il mio post più bello
Qui per me è difficilissimo decidere. Sono tutti belli ai miei occhi (anche perchè avendoli scritti ne vado fiera e se non piacciono in primis a me ... a chi piacciono?).
Ora come ora scelgo Caro Joao.

Il post più popolare
Strano a dirsi. E' quello su Maienfeld, dove Heidi regna incontrastata.

Il post più controverso
Mumble ... mumble... non c'è da essere controversi nei viaggi.
Eleggo il post su Gasteiz quello più controverso perché infondo tratta di un argomento un po' ostico come l'autodeterminazione dei popoli.

Il post più utile
Ora come ora... dati i tempi ... Il viaggio ai tempi dello Spread.

Il post il cui successo mi ha sorpreso
Direi essenzialmente quello su Maienfeld citato qualche riga qui sopra. Lo metto a parimerito con il post sui tre tipi di Stout che si possono trovare a Cork.
Il post che non ha ricevuto l'attenzione che meritava
Torno ai giorni di nascita di questo blog e recupero il primo post su Cardiff.

Il post di cui vado orgogliosa
Anche qui la scelta è difficilissima. Tra tutti scelgo Ho un Baule pieno di ricordi, perché sono orgogliosa di essere riuscito a riempirlo per due motivi.
Il primo è che ho fatto spazio nella mia vita per mille cose nuove.
Il secondo è l'orgoglio di aver così tante cose da dire che forse un Baule non bastava.

E ora ... a chi tocca ora?
In primis ... The Aubergine, che saprà essere caustico come sempre
Secondly, Niko ... che ci metterà quel pizzico di "Britalian" che ci vuole sempre
Devis è il terzo cavaliere che scelgo... nella sua nuova identità giornalistica avrà sicuramente un bell'elenco da fare.
Last but not least... MaiMaturo ... perché non è MAI troppo tardi per fare elenchi.

El Barrio Chino

Cuba La Habana Barrio Chino

 Mi piacciono molto i multi-luoghi.
C'è sempre un fascino immenso, per me, dentro a quei posti che contengono un'identita che poi ne contiene un'altra o mille ancora.
E' tipico delle grandi città che spesso sono così multi-luoghi da essere quasi dei "non-luoghi" o se vogliamo dei "meta-luoghi" perché vanno ben oltre alla pura e mera definizione geografica di luogo.
Astrattismi e sillogismi della sottoscritta a parte (sono sempre sotto l'influenza di un libro che mi ha ingarbugliato le sinapsi ma le ha anche nutrite a dovere,sto ripensando al Barrio Chino.
Dicesi Barrio Chino la ChinaTown de La Habana.
I quartieri di immigrazione massiccia cinese sono stati tra i primi al mondo. assieme a zone ebraiche o arabe per antonomasia, nei quali la presenza umana ha ridisegnato nettamente paesaggio, abitudini e la conformazione stessa del quartiere.
Il Barrio Chino de La Habana sembra un luogo fuori dal tempo.
A fine '800 i Cinesi cominciarono ad emigrare verso gli USA. Di conseguenza qualcuno di loro finì anche nell'Isla Grande dove rimpiazzò la "manodopera" africana che cominciava a non essere più sfruttata.
Fu in questo istante che il Barrio Chino vide la propria nascita ma si ingrandì molto tempo dopo quando, post rivoluzione, Fidel fece degli accordi politico-culturali con il governo Popolare Cinese e l'immigrazione verso Cuba era vista come una sorta di simpatico scambio culturale tra le due nazioni.
Questo tipo di accordo andava a mettere delle bellissime toppe sul fatto che, durante la Rivoluzione, molti cinesi furono espropriati e quasi rispediti in patria.
All'inzio degli anni '60, de todo modo, i Cinesi-Cubani erano davvero molti e, già da quel momento, El Barrio Chino de la Habana era già la comunità cinese (fuori dalla Cina) più grande al mondo. E lo è tutt'ora ... anche se secondo me Prato o Carpi potrebbero farle concorrenza.
Una delle cose che più stupisce del Barrio Chino cubano è che puoi girarci attorno mille volte e puoi non notarlo. Esattamente come avviene per certe attività commerciali cinesi di casa nostra.
Il punto è che quando lo noti non te lo dimentichi più.
E' situato in piena Habana Centro e le sue entrate principali sono adornate con delle porte da tempio cinese che proprio non passano inosservate. Ancora oggi mi chiedo come mai la prima volta che gironzolai per l'Avana non le vidi.
Ci capitai una sera proprio mentre mi godevo un'umidissima serata camminando dalle parti de el Capitolio Nacional.
Non appena varcai quella specie di orientale portone fu come prendere un aereo e aver fatto in un secondo miliardi di km. Forse il Doctor Who mi rapì e mi portò in Cina col Tardis, chi lo sa.
Quello che vi so dire per certo è che ero lì e che tutta la Cuba attorno a me sparì in secondo. Si dissolse tutto tranne il clima.
Accanto a me vedevo camminare gente con gli occhi a mandorla. I turisti erano pochi e non sentivo una sola parola di spagnolo.
Frutta tropicale y mojitos adios... c'erano solo ristoranti cinesi e quel gran aroma di cucina orientale che accomuna tutte le parti del mondo in cui sia presente qualcuno da Pechino o Shanghai.
Mi sorprese il fatto che la gente attorno a me fosse molto anziana.
Parlandone con gente del dipartimento di Storia dell'Università de la Habana capii poi che l'immigrazione dalla Cina era cessata verso l'inizio degli anni '80 e pertanto la comunità non aveva potuto giovare di un ricambio di persone che spesso può rivelarsi necessario.
Certo è che i cinesi presenti a La Habana avevano vissuto tra di loro proprio come avessero voluto preservare quel tocco di Cina che ognuno portava con sé una volta giunto nel nuovo mondo.
A pensarci bene è così per tutte le comunità che emigrano o sono costrette a farlo.
Ti tieni stretto quello che sei quasi per la paura che se un giorno tornerai il tuo paese e la tua gente non ti riconosceranno più.
Forse è la paura che mantiene tradizioni ed abitudini.
Cina e l'Avana si sono mescolate proprio pochissime ma coesistono perfettamente vicine da moltissimo tempo.
Quello che capii dell'Avana quella sera fu grande e inaspettato.
Non ragionai mai su quanti microcosmi ci sono dentro la Habana pur avendoli davanti ai miei occhi.
Spesso ascolto (col cuore in mano) una canzone degli Orishas che ci si chiama Cuba 537.
537 è il prefisso per chiamare l'Avana dove 53 sta per Cuba e 7 sta per la capitale.
Quella canzone esprime un amore immenso per quella città e ne cita tantissimi quartieri perché nessuno è uguale all'altro ed ognuno è come se fosse un piccolo tassello di un puzzle che compone un'immagine così bella da far battere il cuore, sia quando la si vive, sia quando la si pensa, sia quando la si odia, sia quando la si ama.
E ci si vorrebbe tornare.


PS: piccolo spazio musicale.
Gli Orishas sono bravissimi. Il loro genere musicale mescola assieme il buon vecchio Son Cubano e qualcosa di più moderno. Potete vedere un pezzetto di Barrio Chino in questo loro video che è tutto da ballare. Io adoro il rock ma certi ritmi mi prendono e non mi lasciano più.

Caro Joao...

 Joao - Foto © 2012 Giovy
Caro Joao,
Il carnevale è finito da poco e giorni fa mi sei venuto in mente.
Ho qui quella foto che ti feci quando avevi tra i quattro e i cinque anni.
Dico così perché non sapevi dirmi quanti anni avevi per l'esattezza e me lo dicevi sorridendo quasi per timidezza quando ti vidi la prima volta nella favela do Bode a Recife.
Mi dissero di te che il tuo soprannome era Mamao perché non ti veniva bene dire il tuo nome senza sbagliarlo.
Ho ascoltato per caso una canzone che adoro e che ho conosciuto molto dopo aver conosciuto te. Si chiama Anjo da Guardia e spesso mi fa pensare a quei giorni pensati a capire il Brasile e capire me.
La ascolto e tu torni alla mia mente e cercando di fare il conto di quanti anni potresti avere adesso ho provato un po' di emozione perché, per la prima volta, penso a quanto tempo realmente è passato da quei giorni.
Ormai dovresti avere 17 anni e chissà mai se sei diventato come tanti di quei diciassettenni della favela dove vivevi.
Mi ricordo che un giorno, mentre ci stavamo rincorrendo ridendo come pazzi, ti sei fermato e ti sei messo a chiedermi da dove venissi.
Ti risposi che arrivavo dall'Italia e tu incalzasti chiedendo se Italia era la mia favela.
Sorrisi quasi imbarazzata, anche se capii ben dopo l'importanza della tua risposta.
Ti chiesi io da dove venivi tu: dal Bode, dicevi quasi come fosse la cosa più scontata del mondo.
E il Bode dov'e? Continuai io.
Il Bode è qui ... da nessun altra parte, fu la tua risposta.
Ci sedemmo per terra e tu mi guardavi quasi serio per la prima volta in tutti quei giorni.
Cercai di farti capire nel mio portoghese un po' stentato che il Bode è una parte di Recife e che Recife è in Brasile.
Appena dissi Brasile ti illuminasti.
Io pensavo avessi compreso in pieno il mio ragionamento ma tu, con quel Brasil detto a piena voce, capivi benissimo che la tua nazionale era quella che quell'anno aveva quasi vinto il mondiale.
Giravi le tue giornate con una maglia col faccione di Ronaldo ben impresso a mille colori ed era facilmente intuibile il tuo amore per la Seleçao.
Brasil ... Brasil... e cominciavi a saltellare davanti a me urlando con tutta felicità uno ad uno i nomi dei tuoi beniamini. Dentro di me pensavo che non ero mai riuscita da imparare nemmeno una formazione di nessuna cosa mi interessasse.
Ti guardavo saltare felice e poi fu il tuo turno di fare domande.
Ma Italia è in Brasile?
Rimasi lì un po' e poi cercai di fare un disegno per farti capire quanto distante fosse il mio paese.
Mi guardasti un po' a bocca aperta.
Qualche giorno dopo, chiacchierando con le suore del centro sociale della favela, scoprii un po' di più la tua storia. Seppi che tua madre aveva circa 18 anni ... il che vuol dire che ti aveva avuto a 14.
Una tua zia era una delle bimbe che frequentavano il centro e non mi pareva possibile ce tu potessi avere zie così "piccole" ma era così.
Lei ti prendeva in spalla tutte le sere e ti portava a casa, chissà che casa... ma di sicuro un luogo dove la tua mamma ti dava tutto l'amore possibile perché eri sorridente, felice, sereno... con quel testone grande come un pallone del tuo adorato calcio.
Un pomeriggio poi, in piena pioggia, correvi per le strade giocando come un saltimbanco sotto l'acqua.
Ti divertivi talmente tanto che non ebbi il coraggio di urlarti dietro di andare a coprirti e di scappar via dalla pioggia.
Un giorno ti portai al mare, assieme a tanti altri bimbi e quando entrammo in acqua ti aggrappasti forte a me per non lasciarmi più.
Forse era uno dei tuoi primi bagni, chi lo sa... non capii mai ... ma era così bello vederti ridere a crepapelle non appena prendesti fiducia e ti lasciasti andare a giocare con l'acqua.
Di te mi rimane un'immagine splendida... quella di un bimbo nato in circostanze difficilissime ma che lottava per il suo diritto di rimanere ancora bimbo senza lasciarsi sopraffare dalla realtà.
Hai avuto la fortuna di avere una mamma che, malgrado tutto, ha fatto la mamma e non ha mai mollato un attimo.
Per questo mi piace pensare che ora, a 17 anni, sarai da qualche parte a studiare perché te lo sei meritato e perché dentro quel testone grande come un pallone c'è un cervello che vuole ancora crescere.
Adoro immaginare che tu sia uscito dal quella favela e vorrei davvero che avessi pensato a me quel giorno che capisti davvero che il Brasile è una nazione e che l'Italia è molto distante.
Ho voglia di pensare che tutto questo possa essere vero e che tu sia ancora vivo.
Ripenso per un secondo a quando mi dicevi che tu volevi essere come Ronaldo.
Oddio... adesso Ronaldo non è un granché ma è facile capire come per un bimbo brasiliano fosse importante avere davanti agli occhi la figura di un altro bimbo di favela che ce l'avesse fatta.
Tu avevi già ben in mente chi volevi essere.
Io cominciavo solo in fase embrionale a capire chi volevo essere.

 Joao sotto la pioggia - Foto © 2012 Giovy

Coast, beloved Coast

BBC Coast

Proprio ieri citavo Coast e quel genio di Neil Oliver.
Già tempo fa, parlando di Seven Ages of Britain, esprimevo la mia ammirazione per un certo tipo di televisione che di certo in Italia non si vede.
Il mio stupore e il mio adorare la BBC si ingrandì di un bel po' l'anno scorso quando, in un momento di pieno riposo post cena (e diciamolo, in momento di pre-sonno perché andavo a dormire con le galline) scorrevo i programmi della micro-televisione della mia cameretta di Beaumaris quando incappai su di un programma condotto da un tipo che aveva tutta l'aria di essere uno storico un po' alternativo.
Ciò che mi colpì di questo conduttore fu la marcata e stranissima pronuncia che, ragionandoci un po', capii che si trattava di una splendida pronuncia scozzese.
Il conduttore era, per l'appunto, Neil Oliver e il programma si chiamava Coast.
Al di là del suo modo strano di parlare, il programma mi rapì nel giro di un nanosecondo.
Trattasi di un programma di divulgazione molto intelligente improntato su di un viaggio lungo tutta la linea costiera della Gran Bretagna e nol solo. Il programma infatti ha avuto la possibilità di sconfinare in Normandia ed in Irlanda, rendendo ancora più ricche le proprie puntante.
Noi c'abbiamo Linea Verde, Mela Verde e Sereno Variabile; Oltre la Manica ci celebra il territorio in un modo più completo, essenziale ed estremamente interessante perché in un sola puntata si riesce a mettere assieme storia, leggenda, turismo, gastronomia, iniziative e persone da conoscere.
La visione di solo qualche puntata di Coast mi ha regalato un non so ché di nuovo nella mia visione dell'Inghilterra.
Se dovessi tradurre le mie parole e soprattutto i miei intenti in un programma televisivo ideale quello sarebbe proprio Coast.
Non è difficile immaginare un giro d'Italia seguendo la linea della costa. La nostra penisola si presta ad un qualcosa del genere eppure è un qualcosa che ancora non s'è visto.
Tornando in terra britannica, ho scoperto con molto piacere che Coast vive dal 2006 ed ha generato una serie immensa di contenuti interessantissimi. 
Il mio consiglio è quello di spulciare la query di ricerca "Coast BBC" su YouTube (purtroppo il sito della BBC non ci lascia guardare i video) e ammirare l'opera di Neil Oliver gustandosela sillaba dopo sillaba, immagine dopo immagine.
Se avete in mente un viaggetto dalle parti della perfida Albione, di sicuro Neil saprà raccontarvi qualcosa che nessuna guida avrà mai raccontato.
La cosa bellissima del suo discorrere è la semplicità delle spiegazioni ed il saper attirare l'attenzione di chi ascolta con la capacità tipica di quei professori che al liceo ti piacciono tanto perché vedi in loro la passione per quello che fanno e per quello che dicono (come ricordava la grande Miss Fletcher l'altro giorno).
Tra i video che ho trovato su YouTube, quello che preferisco è questo perchè riassume bene il senso del programma e soprattutto lascia spazio allo splendido Scottish speech di Neil.
La cosa che mi colpisce di certi programmi divulgativi in versione straniera è il fatto che la gente che li conduce è lì perché esperto della materia.
In Italia spesso si ha l'impressione che chi conduce si interessi di natura, viaggi ecc.. proprio perché è il programma che lo impone.
Di sicuro non è così per tutti ma la mia impressione resta tale.

Neil Oliver (e il suo programma) è la mia controparte nella realtà. O meglio una "want to be" controparte perché desidererei davvero un giorno poter metter giù un libro che racconti le mie passioni.
Mi piacerebbe da matti poterle divulgare al costo di sentirmi dire che il mio accento veneto non è bello da sentire e che divento noiosa.
Mi piacerebbe un giorno sedermi in un pub con Neil e chiedergli un miliardo di cose.
Per il momento medito l'acquisto del suo History of Scotland e History of Ancient Britain, smanettando in rete il più possibile per cosgliere qui e là momenti di quel programma che mi manca tantissimo, come il luogo da cui proviene.

Waterford Vichinga, Normanna, Irish

Viaggio in Irlanda
Picture from DiscoverIreland.ie
Quando andai in Irlanda tanto tempo fa ancora non comprendevo l'entità che il fattore "invasione" aveva sulle popolazioni delle isole britanniche.
Quando gli invasori stiano ( e con lì immaginate qualsiasi parte del corpo voi vogliate) a Britons and Celts lo imparai per bene l'anno scorso quando ebbi la possibilità di vedere uno dei più bei programmi televisivi mai inventati dalla mente umana.
Questo programma si chiama Coast ed il genio di Niel Oliver ha profondamente spiegato alla sottoscritta molte cose. Non è di Coast quello di cui voglio parlarvi ora. Di Coast ne parliamo domani.
Oggi parliamo di uno dei frutti delle invasioni vichinghe e normanne, un frutto bello e totalmente da scoprire.
Oggi parliamo di Waterford.
Perché andai a Waterford proprio non so dirvi.
Mi ricordo benissimo che la misi in mezzo tra la tappa di Kilkenny e quella di Cork.
Ci stava giusto uno stop, vuoi perché gli autobus passavano da lì ... vuoi perché in Irlanda le distanze non sono immense ma le strade rendono tutto difficilissimo.
Arrivare a Waterford fu come approdare in un luogo irlandese che però non sembra irlandese.
Sarà stato per quel fronte del porto tutto sul fiume, sarà stato perché le barche a vela ormeggiate vicino al centro sapevano più di mediterraneo che Mare d'Irlanda.
Malgrado si trovi a sud dell'Isola di Smeraldo, le origini di Waterford sono tutt'altro che "sudiste".
Fu fondata, infatti, nel primo secolo dopo Cristo, da invasori Vichinghi.
A conti fatti sembra essere la più antica città di Irlanda, dove la parola "città" è cruciale perché le popolazioni celtiche presenti sull'isola di tutto facevano tranne che fondare città.
Ha tanta voglia di raccontarsi alla gente che approda a Waterford il buon vecchio Reginald, che non è un omino irlandese felice che potrete trovare dentro ad un pub bensì il torrione rimasto in piedi di quella che era una fortificazione normanna ( e dopo i Vichinghi, ecco i Normanni) molto importante.
La visita alla Reginald Tower è di per sé una tappa obbligata se si passa di lì.
Io mi ricordo file e file di scalini impervi che però regalano l'approdo alla terrazza della torre che offre di sicuro la migliore vista della città.
Di storie da raccontare Waterford ne ha a migliaia. 
In quei giorni non sapevo minimamente chi fosse Strongbow (e non sapevo nemmeno che gusto aveva il sidro... lo scoprii quell'estate) ma imparai che proprio in quell'incantevole città del sud dell'Irlanda il grandioso normanno si sposò. Cosa fece dopo non è dato di sapere.
Scherzi a parte, una delle cose che mi piacque di Waterford era il suo essere totalmente diversa dall'Irlanda che avevo visto fino a quel momento.
A dirla tutta, fu diversa anche dal resto dell'Irlanda che avrei visto nei giorni a seguire.
E' così non convenzionalmente irlandese che la gente (soprattutto italica) la disdegna e la saltà a pié pari non includendola nei proprio itinerari.
Mi ricordo di uno splendido sandwich al mature cheddar mangiato con i piedi a penzoloni sulla banchina del porto. Spettacolare il lieve vento che arrivava gentilmente dalla foce del fiume, là dove acqua dolce e salata si fondono.
E' proprio il concetto di fusione quello che identifica un luogo splendido come Waterford: è come se si trovasse in bilico tra le sue origini e la sua appartenenza del tutto Irish.
Mettete assieme un pizzico vichingo, una manciata normanna e del temperamento irlandese.
Shackerate per bene e otterrete semplicemente Waterford.

Ragione e Responsabilità



La Responsabilità è una di quelle cose da mettere al top delle nostre liste di "cosa mi porto via" quando ci stiamo preprando a partire.
Responsabilità vuol dire molte cose ed io vi do la mia versione su NonSoloTuristi.it
Stay Tuned!

La Thailandia in un boccone

Piatti Thailandesi

Ho passato tutta una parte della mia vita a pensare che in Oriente si mangiasse male.
Poi sono partita per la Cina e lì ho capito quanto mi sbagliavo.
I Cinesi d'Italia hanno reso la loro cucina molto più simile al nostro gusto di quanto noi possiamo immaginarci.
Basti pensare a tutto l'unto che troviamo nei vari piatti tipici dei take-away cinesi e basti pensare che a Pechino di olio c'è n'è ben poco.
Mangiare in Cina per me è stata una delle più belle sorprese del mondo.
Un'altra delle sorprese che ho potuto vivere è legata alla Thailandia.
Allora... in Thailandia non ci sono mai stata e chissà mai se ci andrò.
La mia personale Thailandia si ritrova in un take away sito in Svizzera. Di questo posto vi avevo già detto qualcosa.
Innanzi tutto, il fatto che questo take away si trovi in Svizzera è quasi una garanzia di controllo degli alimenti e pulizia del luogo.
Secondly, la signora che vi cucina è davvero un mito. Un mio personale mito.
Lei si chiama Dang e quello è il take away di Dang.
Immigrata chissà quando dalla Thailandia al paese della cioccolota, immagino la Signora Dang fare mille lavori per mille anni prima di riuscire ad avere i permessi necessari (e anche i soldi) per aprire qualcosa di tutto suo.
La Signora Dang ha trovato poi un posto che sembra sgrausissimo ma che lei lustra come se fosse una reggia.
Ha preso questo posto e ci ha messo dentro degli scaffali con alimentari thailandesi e, soprattutto, una splendida cucina professionale tutta in acciaio talmente pulita da potercisi specchiare.
E poi cosa ha fatto la nostra Dang?
Si è messa a cucinare e con pochi volantini ha pubblicizzato l'apertura del suo take away Thai.
La nostra Dang aveva già capito tutto: non ci vuole quantità. Ci vuole qualità ... e su questo principio si basa fortemente la sua produzione culinaria.
Quando si entra nel suo Take Away ci si trova davanti a quattro tipi di piatti di carne, uno o due di pesce ed una zuppa. Punto.
Si mangia quello che c'è ... quello che quel giorno la Dang ha sapientemente preparato.
Ci sono delle costanti che, vuoi per facilità di preparazione, vuoi perchè fondamentalmente non mancano mai: trattasi del mitico curry rosso e del pollo alle noci.
Il curry rosso è qualcosa che si ama o si odia. Ed io personalmente lo amo alla follia.
Amo alla follia anche quando è piccantissimo e per due minuti non distinguo nessun sapore.
Adoro quel suo gusto di Lemon Grass che lo rende particolamente piacevole.
La Signora Dang poi è stata brava con i prezzi, includendo anche una porzione di riso in ogni scelta del cliente.
Il suo Take Away è sempre aperto... da mattina a sera e lei è sempre lì che cucina ... a volte facendosi dare il cambio da qualche sua amica Thailandese come lei.
Già, perché la nostra Dang ha tanti amici Thailandesi ... così tanti da fondare un'associazione in difesa della "thailandesità" del prodotto che offre e della materia con cui è stato fatto.
Questa cosa è piaciuta molto alla Svizzera perché la cara Dang è stata invitata in una sorta di ristorante self-service molto frequentato. E' stata invitata per "occupare" un giorno intero. Un giorno tutto Thai in cui al posto della pasta verranno servite le sue specialità.
La cosa ha funzionato bene e la Dang è sempre là.
Quando passo per la Svizzera devo sempre fermarmi al suo take away prima di varcare la dogana e tornare in Italia.
Mi tengo sempre un po' di franchi per portarmi a casa quel pezzo di Thailandia che nasce dalle sue mani sapienze e dall'amore che lei ha per la sua terra d'origine.
Probabilmente adesso la nostra Dang è un po' più benestante di quando ha inziato e la sua attività la fa stare tranquilla.
Quello che importa al mio cuore viaggiatore è che ci sia sempre un attimo per ritrovarla, rivederla con il suo sorriso costante mentre entro nel suo take away e mi dici "cosa prendi oggi?".
Sono quasi 4 anni che non vivo più in Svizzera ma lei sembra sempre riconoscermi.

Ti voglio bene Denver

Viaggio a Denver Colorado

La mia mente, quando vuole, va avanti per sillogismi.
1600 metri = montagna ; montagna= tornanti; montagna = casette di legno e così via.
Questi erano i ragionamenti che mi governavano quando me ne andai negli USA la prima volta e, durante quel viaggione, raggiunsi anche Denver, Colorado.
Tutti mi dicevano che si trattava della mile high city ... un miglio è circa 1600m sicché doveva essere proprio una bella cittadina di montagna.
Tutti però mi dicevano che era davvero grande ed io non riuscivo a mettere assieme il concetto di città grande con il concetto di 1600m.
A quel tempo Google Maps o Google Images mica c'erano ed io non potevo googolare e aver davanti agli occhi quello che avrei visto una volta arrivata.
E per me fu davvero una sorpresa. O meglio una serie di soprese.
Presi il pulmann per Denver da Omaha, dove tutto era vasto e piatto e umidissimo.
Mi aspettavo di viaggiare sul pianeggiante per un po' su quelle 538 miglia che dentro di me erano una vastità.
Immaginavo poi che quel greyhound sul quale ho passato molte ore si inerpicasse su per qualche tornante fino ad arrivare ad un bellissimo altipiano dove avrei trovato Denver.
Attraversare il Nebraska è stato come essersi messi davanti ad uno di quei film americani in cui si vedono distese di granoturco e grano immense. Quei film in cui si vedono le fattorie con di fianco l'indicatore del vento e poi i silos pieni di chissà che cosa.
Vedevo sfrecciare di fianco a me camion dalle dimensioni considerevoli e pick-up guidati da uomini coi baffi e il berretto da baseball.
Quello che mi ha stupido degli USA... di quegli USA che avevano tutti i sapori tranne quello della grande città... è stato il fatto che realmente apparissero davanti ad i miei occhi esattamente come li avevo colti dai film e telefilm che, al tempo (ma forse anche ora), guardavo in grande quantità.
Sicché adesso mi chiedo se succederebbe la stessa cosa con l'Italia.
Secondo voi, uno che guarda una fiction come Carabinieri o simili ... che cosa si aspetta dall'Italia? E soprattutto, che delusione prova al suo arrivo?
Sarà che al tempo avevo 15 anni e probabilmente avevo meno senso critico di adesso ma ci sono realta che a livello finzionale vengono rappresentate esattamente come sono.
Con i loro pro e i loro contro.
Tornando a Denver, il mio viaggio mi porto nella mile high city verso sera, mentre il tramonto colorava le Rocky Mountanis.
Non avevo fatto né un tornante né una curva. Tutto dritto da Omaha a Denver. Manco fossi dentro un romanzo della beat generation.
La delusione ci fu... ve lo dico ... io volevo le casette di legno e volevo i tetti spioventi al posto di modernissimi grattacieli e avenue larghissime.
Denver però mi piacque un bel po' ... per il suo sentore già di West e di cowboy che si poteva notare dai moltissimi negozio di abbigliamento e musica country che costellavano il centro città.
Mi piaceva cogliere della diversità nella gente che vedevo attorno a me. Non so come spiegarmi ... era gente di città ma totalmente diversa rispetto a quella che vidi a Chicago o a New York.
Denver aveva una propria identità che saltava fuori benissimo anche dal clima di quei giorni che sì... quello sì che sapeva di montagna.
Tutta la novità di quel viaggio negli Stati Uniti mi aveva straniato dal fatto che io adoro vedermi attorno le montagne. Quel pensiero mi tornò proprio in Colorado e mi sembrava di vedere tutto con occhi nuovi.
Quello che so di Denver e che vi posso dire con certezza è che spesso viene anche definita four seasons city perché in un giorno ne possono capitare di ogni.
Io in quei giorni vidi solo un cielo azzurrissimo e un sole splendido e puro.
Pulito e lineare come nel vecchio continente avevo sempre visto.
Probabilmente nella sua quotidianità Denver è una città come molte ma io le ho messo qualche stellina accanto sulla mia lavagna dei ricordi.
Perché vedevo gli alberi (al di fuori dei parchi), perché vedevo i monti ... dei monti nuovi che vorrei tanto esplorare un giorno.

Gente che si incontra

Galles

Questo è uno di quei post che stringono il cuore. Forse il vostro, di sicuro il mio.
Sarà che, questa è una settimana un po' così per il mio personale mondo dei ricordi; sarà che infondo c'è il Sei Nazioni e quindi i ricordi legati a questo periodo dell'anno si intersecano con quelli più vecchi, sarà perché ci sono sempre degli incontri che ti cambiano, anche se non sai in cosa, ma restano lì come pietre miliari nel tuo cuore e ti aspetti di diventare vecchia e raccontare ancora questa storia.
Anni fa ... nel 2009, Gian ed io decidemmo di andare con alcuni amici e con mia nipote a vedere una partita del Sei Nazioni della Nazionale Femminile di Rugby. Per coloro che si stupissero, il Sei Nazioni è anche Femminile e si possono vedere partire di tutto rispetto. Nazionali come quella Inglese e Gallese sono formate da atlete spettacolari che saprebbero dar giù di brutto e vincere sui nostri giocatori di massima serie e campionato.
La Nazionale Femminile ogni hanno fa una partita fuori Roma (normale sede del Six Nations) ospite di solito di qualche club. Quell'anno toccava a Mira (VE) sede tra l'altro di una delle squadre italiane femminili più importanti. Mira e il rugby femminile sono un binomio con un po' di storia ed io mi aspettavo che la partita del Sei Nazione venisse accolta a braccia aperte.
Mi sbagliavo e con mia somma delusione dovetti constatare come non fosse stato organizzato niente per accogliere eventuali persone che, dal Galles (la partita era Italia-Galles), fossero arrivate a seguito della strada. Può sembrare strano, ma all'estero il rugby femminile è seguito e può capitare di andare ad una partita di una squadra del massimo campionato maschile e trovare omoni grandi e grossi sugli spalti pronti a sostenere la squadra femminile indossandone la maglia davanti a tutti.
Lo stadio che doveva ospitare la partita era chiuso che più chiuso non si può. Non un bar o un baracchino che vendesse bibite, panini ... niente.
Io e Gian ci aggiravamo nei pressi dell'entrata per cercare di capire se e quando lo stadio aprisse quando vedemmo un uomo con la distinguibilissima maglia del Galles (è rossa rossissima, non si può non vedere) venirci incontro. "Povero", pensai io, "è qui che non sa da che parte girarsi".
C'era da capirlo! Lo stadio si trovava in un quartiere residenziale e non c'era l'ombra manco di un bar.
Lui si avvicinò a noi e le sue prime parole furono "Do you speak Welsh?"
Io e Gian sorridemmo, saremmo dovuti partire per Cardiff un mesetto dopo e sapevamo solo che buongiorno si diceva Bore Da.
Rispondemmo di no ... dicemmo che potevamo parlare inglese ma lui non sembrava molto contento.
Ci disse che era il padre di una giocatrice, che arrivava da Llanelli e che era venuto a seguire sua figlia.
Si lamentava della mancata organizzazione e noi eravamo concordi con lui.
Poco dopo si aggiunsero a lui altre persone venute apposta dal Galles. Quasi mi vergognavo ad essere lì e non sapere aiutarli. L'Italia ci stava facendo una grama figura e di certo non sarebbe finita lì.
Poco dopo con i nostri amici andammo in cerca di un posto per recuperare dei panini.
Trovammo una rosticceria e fummo salvi grazie a dei buonissimi panini al roastbeef. Il signore Gallese, che di nome faceva Gerard Thomas, ci raggiunse e gli spiegai dove trovare la rosticceria. Era felice che sembrava un bimbo.
Poco prima della partita tornò vicino a noi e sembrava che avesse una voglia matta di parlare.
Ci raccontò che lui arrivava dal South Wales si definiva Celtic ... pronunciato Keltik.
Era fiero di essere Gallese al 100%.
Era fiero di quella passione per il rugby che manifestava in tutti i modi.
Gli chiesi se fosse andato a Venezia, data la vicinanza del luogo.
Lui mi rispose in un modo che non dimenticherò mai e mi raccontò di aver noleggiato un'auto e di aver raggiunto Treviso.
A Treviso ha sede il club rugbistico più antico d'Italia e lui lo sapeva.
Sperava, nel suo cuore gallese, di trovare una club house come quelle che si trovano dalle sue parti.
A malincuore scoprì che non era così ... che non c'erano luoghi da visitare dove porter vedere maglie di campionati precedenti o foto delle prime squadre.
Un po' sconsolata gli feci capire che in Italia la cultura legata alla palla ovale è ben diversa.
Lo stadio aprì ed entrammo per vedere il riscaldamento e poi la partita.
La disorganizzazione era talmente alta che nessuno aveva recuperato nemmeno un mp3 con la musica dell'inno gallese.
Le ragazze della nazionale del Dragone cantarono l'inno come fossero un coro e fu un momento davvero toccante.
Ogni tanto lo osservavo durante la partita. Seguiva le azioni di sua figlia come se egli stesso fosse in campo.
Il Galles vinse, manco a dirlo.
A fine partita era felice come un bimbo il giorno di Natale. Ci rincontrammo prima di uscire.
Regalò a me e Gian il suo berretto e la sua sciarpa dove la scritta Cymru sembrava quasi una dichiarazione d'amore verso il suo paese e quello sport tanto amato.
Ci scambiammo gli indirizzi ... quello di casa e la mail. Ci si scriveva poco ma la presenza era sempre costante. Parlavamo della Celtic League e della nazionale.
Parlavamo del nostro primo viaggione nel Galles del Nord, quello che ci fece innamorare di quella terra tanto bella e tanto immensa dentro il nostro cuore.
Uno dei simboli del Galles è il narciso e viene portato proprio come un emblema nazionale come spilla, immagine o semplicemente riempendo il giardino di splendidi fiori gialli.
Dopo il primo viaggio in Galles io e Gian piantammo dei narcisi sul nostro terrazzo.
Quei Narcisi ci fanno compagnia tutte le primavere e sono talmente importanti per noi da avere ognuno un proprio nome, gallese ovviamente: c'è Daffydd (San Davide, patrono del Galles), c'è Non (è la madre di San Davide), c'è sempre Gareth Thomas (ex Capitano del Galles), c'è Halfpenny.
Ma il primo che nasce è sempre il Signor Thomas ... quel Signor Gerard Thomas che tifava col cuore in mano la sua nazionale e sua figlia.
Poco più di un anno fa proprio lei ci scrisse, proprio quella che giocava quel giorno.
Il Signor Thomas aveva lasciato questo mondo e la cosa mi rattristò e non poco.
E' strano come certi incontri inaspettati lascino nel cuore tante cose belle e restino lì quasi fossero un punto fermo.
Per me... per noi ... me e Gian... il Signor Thomas è stato il principio, l'inizio, il via di una passione e di un amore verso un luogo, la sua cultura, il suo modo di essere.
Il suo Do you speak Welsh resterà davvero il motivo di un sorriso sincero, misto a quella punta amara di nostalgia perché ora lui non c'è più.
Sarà per questo che il primo narciso di ogni stagione porterà per sempre il suo nome.
Sarà per questo che ogni viaggio in Galles sarà sempre, anche per un piccolo minuto, dedicato a lui.

Criccieth, il suo castello e il buon gusto di un re

Visitare il Castello di Criccieth
Il castello di Criccieth

Nei vari viaggi fatti in Galles ho capito una cosa: se c'era una persona che aveva del gran gusto, quello era un Re chiamato Edoardo I. E lo si capisce perfettamente visitando il piccolo villaggio di Criccieth. Diciamo pure che questo re non fosse uno stinco di santo e sicuramente una personcina tanto semplice. Una cosa che si può dire con certezza è che Edoardo I ha fatto vedere i sorci verdi sia ai Gallesi che agli Scozzesi... che a tutti coloro che cercavano di sbarrare la sua strada. Era bravo, però, a costruire castelli.

Personal Belongings: Bagagli & Ricordi



Infondo continuo a pensare a cose un po' importanti.
Come il senso del viaggio, come il perché si tende spesso a voler viaggiare e tante cose simili.
Non credo di essere in una fase particolarmente riflessiva ... è solo che ogni tanto mi piace farmi delle domande e darmi delle risposte.
E oggi occupo un po' di spazio su NonSoloTuristi.it per fare la mia personale lista di ciò che porto con me.

Kato, Kreuzberg, Berlin

Kato Kreuzberg Berlin

Kato, Kreuzberg, Berlin. Tre parole che unite assieme regalano un'esperienza a chi si appresta a scendere dalla metropolitana a Schlesiches Tor e varcare le porte di quella che è la Kulturfabrik più importante di Kreuzberg.
E' bello pensare che "Centro Sociale" in tedesco diventi "Kulturfabrik" perché rende molto meglio il ruolo importante che certi punti di aggregazione hanno all'interno di quartieri più o meno difficili, più o meno centrali.
La questione legata all'accettazione di centri sociali è molto ampia e non me ne voglio addentrare di certo qui.
Quello che però dico e che, a mio avviso è molto importante, è che spesso un centro sociale riesce a salvare, negli anni, un quartiere destinato al degrado.
Di certo Kreuzberg non è mai stato un quartirere degradato ma un quartiere molto caldo quello sì.
Il movimento che diede il via alle contestazioni che portarono al crollo (fisico) del muro di Berlino partirono proprio di Kreuzberg e di sicuro il Kato c'aveva messo un paio di zampini, qualche centinaio di pensieri e molte persone.
Trovare questo luogo, giaciglio perfetto per molti concerti, è facile.
Basterà prendere la metropolitana berlinese ed arrivare a Schlesisches Tor.
Usciti dalla metropolitana troverete, pronte ad accogliervi le porte del Kato.
Il luogo non è grande come uno potrebbe immaginare. C'è un bar, una sala concerti e un'entrata che viene trasformata, a seconda dell'occasione, in un prolungamento del bar o della sala concerti.
Io ci andai una sera di Aprile, con la mia migliore amica.
Eravamo di supporto ad un gruppo italiano che suonava là quella sera e, dato che entrambe parliamo bene tedesco, siamo state messe a presidiare il merchandising che, per fortuna loro, quella sera è stato preso d'assalto in continuazione.
Mentre ero lì che lavoravo osservalo la "tipologia" delle persone che venivano a comprare e mi rendevo conto di quanto tutto fosse immensamente e splendidamente eterogeneo.
Ogni tanto passava da noi qualcuno del bar con una birra e con qualche chiacchiera del tipo "ma come mai parlate tedesco?".
Questa domanda mi straniva sempre perché era come se, varcate le alpi, esistesse solo un sentore latino nella cultura delle persone.
Qualche tedesco ci invidiava perché eravamo italiane. Io invidiavo loro per quella speciale "berlinità" che si portavano dentro.
Ich bin eine Berlinerin ... quando volevo poterlo dire ogni giorno. I Berlinesi, dal canto loro, continuavano a ripetermi In Italien gibt es immer die Sonne ed io di quel Sonne non è che me fregassi poi tanto.
Io volevo un luogo da vivere, un luogo che sapesse parlarmi.
E questo Berlino lo faceva benissimo, anche attraverso il Kato.
Ho ripensato a quei dialoghi da manuale di tedesco Volume 1 quando si è cominciato a parlare di spread.
Sonne vs Spread ... vince Spread e allora mi chiedo se ancora i tedeschi ci considerino un paese dove svernare oppure no.
Scherzi a parte il Kato è davvero un luogo dove andare a disperdere nell'aria miliardi di tossine (e così si smaltisce anche qualche curry wurst e litro di birra) ballando per ore sulle note di qualsiasi gruppo vi suoni.
Kato è un luogo dove chiacchierare di ben altro che il clima dell'Italia.
Kato è il luogo dove respirare l'essenza di un fermento berlinese che mi ha conquistata e del quale mi sono totalmente innamorata.
Al Kato trovi gente di ogni età che fa qualcosa, qualsiasi cosa ... come se il fatto di avere un'ora libera fosse un peccato da non commettere.
La grande differenza tra il nostro "non ho tempo di fare niente" e il loro sta nel fatto che, culturalmetne, i tedeschi sanno dosare il tempo da passare con i proprio cari anche se, per tutto il resto del giorno, ritstrutturano vecchie cantine della splendida Berlino Est per farle diventare l'ennesimo pub o una perfetta nuova Kulturfabrik.
Una cosa che non ho trovato al Kato è il settarismo nel quale certi centri sociali si chiudono e finisco per dirgli, gli uni con gli altri, "... ah ... quelli sono del Kato... non ci vado da loro... ah no... quegli altri mi stanno antipatici".
A Berlino luogo non equivale a persona. Luogo equivale a punto di incontro e ad aggregazione.
Aggregazioni miliardi di identità diverse che mettono quasi per gioco qualcosa di loro in comune con qualcun altro. E' per questo che le cose vanno bene.
Ed è per questo che vorrei il teletrasporto per andare qualche sera al Kato: a ballare, a saltare, chiacchierare. A vivere nuovamente la Berlino del mio cuore.
Kato Lebe!


Un labirinto di identità: Cordoba

Un viaggio a Cordoba

Cordoba fu una delle tappe obbligatorie che imposi, nell'organizzare quel viaggio in Spagna, ai miei dos Hermanos.
Ho sempre fatto, in termini di viaggi, quella che propone ... e che propone talmente bene da convincere tutti a fidarsi del fatto che in quel luogo, da me tanto sponsorizzato, ci sia davvero qualcosa di speciale.
Il primo special feature riguardo al fatto di raggiungere Cordoba fu il viaggio lungo la Nacional 432 che è una vera e propria esposizione itinerante di tutto il bello che l'Andalucia offre.
Quella strada ci portò da una Spagna in stile Cervantes ad un'altra totalmente in sentore di flamenco, mezquitas e juderias.
Arrivammo in quella città al tramonto e trovare il campeggio che avevamo individuato nella guida fu una sorta di impresa tra strade a miliardi di corsie e rotonde talmente grandi da necessitare semafori al loro interno.
Una volta capito come orientarsi poi fu facile e, montate le nostre tende sotto un sole cocente, ci dirigemmo verso una prima esplorazione del centro con occhi immersi nella curiosità più grande.
La prima cosa che volevo vedere e di cui desideravo comprovare l'esistenza era il Guadalquivir, quel fiume dal nome tanto arabo e dal ricordo di gesta antiche.
Arrivati in prossimità del centro storico, un ponte romano antichissimo faceva da congiunzione tra una Cordoba assolutamente attuale ed una che trovava la sua principale essenza nella mescolanza tra romanità, cattolicesimo, dominazione araba e presenza ebraica. Il tutto mescolato e tenuto assieme dal rosso sangue andaluso.
Attraversato quel ponte, quasi a ridosso della mezquita, ci accolse uno spettacolo di flamenco dal sapore del tutto reale e poco turistico. Osservavo tra il pubblico ed io viaggiatori presenti, compresi noi, erano davvero pochi e distribuiti qui e là. Era tutto un trionfo di vestiti imponenti e di mantillas antiche e preziosissime. Rimasi quasi sorpresa perché era proprio quella l'Andalucia che viveva dentro la mia immaginazione.
Lasciai trascorrere la notte sulle note del flamenco ed il giorno dopo, assieme ai miei amici, tornai nella città storica per poterla scandagliare malgrado i quasi 37° (e nemmeno una nuvola) di quel lontano Agosto.
La nostra esplorazione cominciò dalla Mezquita, che se solo potesse parlare ne avrebbe da raccontare.
Conoscevo la storia di quell'edificio ed avevo anche ben presente ciò che lo caratterizzava ma entrare e trovarmi di fronte a quella moltitudine di archi e colonne che sembravano moltiplicarsi all'infinito davanti ai miei occhi.
Dall'esterno la Mezquita sembra da un lato una fortezza arabeggiante e dall'altra assume tutte le sembianze di una grande basilica cristiana.
Una volta entrati ci si trova in un ambiente totalmente arabo in primis e, quando meno ce lo si aspetta, ci si volta e ci si trova nuovamente in piena cristianità.
Tutto quel cambiamento in certi luoghi può confondere, sminuire, ridurre ad un'identità sbagliata. Questo non è il caso di Cordoba che, al contrario, incanta, immaga, porta via.
E quando la magia sembra svanire, basterà fare pochi passi e raggiungere il cortile interno che altro non è che un trionfo arabo di aranceti, l'ombra dei quali sembra il regalo perfetto nelle caldissime giornate estive.
Potrei trovare mille parole per raccontarvi quel luogo ma vi dirò solamente che per me è stato un piccolo momento di paradiso.
Usciti di lì ci recammo verso la Juderia, molto vicina alla zona della cattedrale.
Se la Mezquita richiama colori caldi e "di terra" quali il giallo ocra, l'oro e un bordeaux che sembra quasi carico di sangue, nel quartiere della Juderia è tutto bianco, di un bianco così ottico che con il riflesso del sole diventa accecante.
I vicoli della Juderia sono stretti e i muri stessi sembrano cercare ristoro nella poca ombra che i balconi riescono a garantire.
In passato quel quartiere era uno dei più importanti di Cordoba soprattutto dal punto di vista commerciale.
Ora ha perso la sua valenza in questo frangente e l'ha persa dal punto di vista culturale e religioso ma resta pur sempre un pezzo di Storia di una città che è così molteplice da creare essa stessa un nuovo concetto di melting pot per definire la propria identità.
E' come se, a suo modo, riuscisse a giustificare guerre, occupazioni, lotte fratricide ed altro e facesse questo semplicemente mostrandosi a chi la guarda come una bella donna si mostrerebbe agli occhi di chi la ama.
Probabilmente, il segreto per capire Cordoba è proprio quello di andare da lei e corteggiarla, solleticando ogni suo minimo angolo e, convincendolo a costo dell'adulazione, a raccontare la propria storia.
Quando alla sera ripasserete nuovamente sul ponte romano sul Guadalquivir e vi lascerete la città storica alle spalle sentirete una piccola stretta nel cuore, unita alla consapevolezza che voi avrete stregato un po' la città, ma Cordoba avrà di sicuro stregato voi.

Una famiglia, un luogo: Haworth

Inghilterra Haworth


Sottotitolo: una famiglia sfortunata e due donne immense, che hanno fatto grande la Letteratura Inglese. Un viaggio in Inghilterra che abbia il sapore di romanzi ben scritti dovrebbe sempre passare per Haworth, una città dello Yorkshire. Perché mi é tornata in mente? Tempo fa ho visto lo sceneggiato che la Rai ha prodotto qualche anno fa, pretendendo di mettere in scena la propria versione di Wuthering Heights di Emily Brontë. La distanza di questo sceneggiato dalla realtà vissuta e raccontata da Emily e sorelle mi ha fatto venire voglia di tornare da quelle parti.

Abacaxi, storia di un gusto speciale


Oggi si parla di Ananas.
Lungi da me il fatto di metter giù un trattato di botanica o simili, vi racconterò di come e quando ho cambiato idea su quel frutto.
In principio era l'Ananas, quella già fatta a fette, sciroppata che ogni tanto mi propinavano alla mensa delle elementari. Il solo odore mi faceva fuggire a gambe levate, forse perché sembrava viscido e troppo stucchevole... e quel liquidino mi faceva più schifo ancora.
Ogni volta che andavo ad un compleanno e trovavo dei dolcetti dove c'era dell'ananas, io mangiavo il dolcino ma lasciavo lì l'ananas.
Poi compii 20 anni e partii per il Brasile ed in uno dei miei momenti di decompressione mi ritrovai sulla spiaggia di Recife e godermi un po' di riposo.
Sotto le palme, ai lati della spiaggia, c'era una signora mulatta seduta vicino al suo carrettino, che altro non era che il frigo portatile che però non faceva freddo.
Preservava semplicemnte dal caldo.
Sul carettino, nella parte anteriore, era disegnata una parola a caratteri cubitali, rossi, ben visibili: Abacaxi ... che si pronuncia Abacascì.
Mi girai verso Antonio, il mio amico che raggiungemmo in Brasile quell'estate, e chiesi che frutto fosse.
In quei giorni ne imparavo di nuove ogni giorno: guaiava, maracuja, cajù ... praticamente tutti i frutti che componevano il succo Tropical che io adoravo a fasi alterne e che fa molto anni '80.
A pensarci bene era proprio strano essere in un posto dove la marmellata più comune era quella alla maracuja (e che buona!!) e dove quella ai frutti di bosco aveva un sapore e una sensazione così lontano.
Era strano non trovare gli yogurt all'albicocca e di mangiare quelli, più comuni, alla papaya.
Sicché questo nome ... abacaxi ... mi solleticava.
Il mio amico mi rispose che si trattava di ananas ed io, lì per lì, pensai subito "ananas, che schifo!"
Passai quel giorno in allegria senza pensare alla vicinanza dell'Ananas finché non arrivò il momento il cui lo stomaco si fece sentire gorgogliando un po'.
Quando gironzolavo nei miei momenti liberi e mi veniva fame la soluzione era principalmente un gran bel cocco verde dal quale, in primis, bevevo il latte spettacolarmente dissetante.
Poi, grazie alla gran maestria dei Brasiliani e del machete, me ne mangiavo a manate il contenuto che, diversamente dal cocco lasciato essicare, non è duro e fibroso ... bensì molliccio e mille volte più buono.
Lo mangiavo con lo stesso atteggiamento di una bimba che mangia lo zucchero filato.
Mi leccavo le dita ad una ad una lasciandomi avvolgere da quel gusto troppo diverso da quello del cocco al quale ero abituata.
Tornando alla mia famina, votammo a maggioranza per la merenda tra cocco e ananas... e vinse l'ananas.
Mi piegai al volere del gruppo e andai con una mia compagna di viaggio dalla misteriosa signora dell'Abacaxi.
Non appena le fui accanto notai un machete di non so che misura ... ma era enorme.
Sgranai due occhi immensi che si ingrandirono ancora di più quando la signora aprì quel frigo-non-frigo e tirò fuori degli ananas non troppo enormi come quelli che ero abituata a vedere dal fruttivendolo italiano.
Ne prese uno per le foglie e in pochi, intensi gesti di machete lo pelò con una perfezione da bisturi.
Non appena ebbe finito me lo passò ed io lo tenevo in mano come se tenessi un manufatto alieno.
Però tutti quelli che le chiedemmo e ce li consegnò. Pagammo e poi restammo lì impietriti.
Lei capì che doveva dirci di mangiare quelle ananas a morsi, come se fossero un gelato e come se le foglie fossero lo stecco con cui tenerlo.
Diedi un primo morso ancora sospesa nella mia sorpresa e mi sbrodolai di succo dolce in un modo che non potevo immaginare. Ne diedi un secondo e di nuovo il succo dell'ananas mi invase ed io sorrisi.
E via col terzo ed il sorriso divenne risata.
Mi mangia quell'ananas come se fosse il primo spuntato sulla terra e scoprii che mi sbagliavo su quel frutto.
Sapevo la differenza tra frutta sciroppata e frutta fresca ma davvero quei primi tre morsi mi regalarono qualcosa di imspiegabile e di troppo buono per essere definito.
Finita la mia merenda mi buttai in acqua per evitare che qualsiasi insetto mi attaccasse data la dolcezza del mio sbrodolamento.
Dopo qualche giorno tornai in spiaggia verso il tramonto perché avevo vissuto una giornata fin troppo intensa con i bimbi di strada che seguivo ed avevo bisogno di lasciar andare i pensieri per non diventare matta.
Fu un gesto un po' egoistico ma necessario per il mio cuore di ventenne non ancora pronto a molte cose.
Rividi la signora dell'Abacaxi (che da quel momento di merenda aveva sostituito la parola Ananas dentro la mia mente) e decisi di pendere un frutto per godermi quel momento di evasione totale dalla difficoltà.
Il sole tramonta velocemente in Brasile: non c'è crepuscolo e quella luce arancio dura per pochi minuti.
Mi sedetti sulla sabbia a gambe incrociate. Guardavo le onde. Mordevo il mio Abacaxi e, per quel momento, il mondo fini lì.

Credo di aver mangiato Abacaxi solo in altri luoghi tropicali e qui in Italia non la compro mai. Forse per la pigrizia nel pelarlo, sicuramente perché so che non sarebbe la stessa cosa.
Ma se chiudo gli occhi sento una canzone che in quei giorni passava in radio, sento lo onde e quel gusto dolce che ora custodisco gelosamente dentro me.

Un Sei Nazioni fa Primavera


Durante il week end appena trascorso si è giocata la prima giornata del Sei Nazioni.
Dire Sei Nazioni, per me, equivale a dire Fine dell'inverno.
Il Sei Nazioni inizia quando ancora si portano i giacconi e finisce con le prime serate chiare di Marzo, proprio quando capita di cominciare a vedere i primi boccioli sugli alberi.
Per questo motivo per me è la fine dell'Inverno.
E' tempo di gioire e di capire come mai, per la sottoscritta, questo periodo è il più bello dell'anno.
Ve lo racconto su NonSoloTuristi.it Stay Tuned!
E come sempre... Cymru am byth!

L'Isola di Gorée e la sua storia difficile

Viaggio in Senegal
(Foto © 2012 Giovy - dal traghetto)
L'altro giorno ho letto un articolo che mi ha lasciata un po' così.
Parlava di possibilità di guerra civile e di sommosse in Senegal.
Il Senegal che ho visto io era un democratico, civile e culturalmente molto elevato paese africano.
Il Senegal che ho conosciuto io mi ha permesso di girare tranquilla, a 22 anni, da sola.
Le notizie, ovvio, vanno sempre verificate ma, in ogni caso, mi riempie di tristezza che le cose in quel paese non vadano come si vede.
Questo mi ha portato a pensare ad un periodo non di certo roseo per l'Africa e visto che si parlava di non dimenticare vi racconto dell'Isola di Gorée.

Dakar era avvolta nel Harmattan quella mattina.
Presi un traghetto che, nel giro di circa 40 minuti, mi portò all'isola di Gorée.
Davanti a Dakar ci sono tre isole: Gorée, la più grande, piena di storia, luogo sacro per molti rastafariani senegalesi.
Ngor, piccola, spesso senza eletricità, dove però si può pernottare al La Madrague e si può ascoltare l'oceano ogni notte.
La terza isola, La Madeleine, è praticamente un piccolo scoglio, disabitato.
Gli orari dei traghetti per raggiungere le isole variano col cambiare della marea. Per lo stesso motivo, la marea, è spesso un po' disagevole scendere dal traghetto una volta approdati a Gorée.
Gorée si presenta agli occhi di chi arriva come un piccolo pezzettino di costa mediterranea francese mescolata alla perfezione con i colori e le sensazioni d'Africa.
Casette piccole, un paio di locande e ristorantini, bouganvilles colorate e alberi di baobab.
Sullo sfondo un forte militare risistemato e visitabile. Colonna sonora del tutto i tamburi perpetuamente percossi dei rastafariani che se ne stanno tranquilli dentro il piccolo bosco di alberi bassi che si trova dietro il Forte Francese.
Un vento gentile accompagna sempre i passi di chi si avvia dentro le poche stradine di quel luogo. Davanti al viaggiatore che ha conquistato Gorée si vede Dakar, avvolta spesso nel sabbioso vento del Deserto.
Una delle piccole stradine dell'isola, quella che troverete sulla sinistra scendendo dal traghetto, lasciandovi il mare alle spalle vi porterò verso una costruzione leggermente più grande delle case normali.
Riconoscerete questa costruzione dal colore rosso scuro, quasi bordeaux, dei muri.
Vi sembrerà una casa come tutte le altre, penserete ad un lascito francese o qualcosa di simile. Effettivamente è così con la sola aggravante che quel luogo è noto al mondo come La Maison des Esclaves.
Per dirla con poche parole, trattasi di una sorta di magazzino di stivaggio degli schiavi recuperati in mezza Africa. Il complesso è stato recuperato e restaurato e reso patrimonio universale dall'Unesco.
Visitarlo è un po' un pugno nello stomaco proprio perché spesso siamo portati a dare meno peso a tragedie umane capitate centinaia di anni fa. Pensiamo al '900, a quel Secolo Breve ben raccontato da Hobsbawm ma la nostra mente tende alla staticità quando dobbiamo andare oltre e tornare a quei periodi in cui cotone, fazende e piantagioni la facevano da padrona. Quando andai a Porto de Galinhas la realtà mi balzò davanti agli occhi.
Quando arrivai a Gorée presi un altro bello schiaffo dalla Storia, dalla vita, dal mondo.

Fu dura e un piantino mi scappò anche lì ma in cuor mio mi dico che ho fatto bene ad andarci per rendermi conto di quanto difficili, dure e probabilmente sbagliati siano state certe azioni umane.
Quello che mi colpì maggiormente di quel luogo è una piccola porta senza chiusura, rivolta verso il mare. Questa finestra si chiama Porte du voyage sans retour e non ha bisogno di spiegazioni. Vi dirò solo che da lì le persone salivano sulle navi negriere.
Quella porta, quell'immagine, era l'ultimo frammento di Africa che si portavano nel cuore.

Quando uscii da lì ebbi il totale bisogno di evasione, pace, decompressione.
Complice un sole bellissimo e quei 26° gradi circa di un Dicembre che ormai volgeva al termine, recuperai una baguette e qualcosa da metterci dentro.
Mi misi seduta al sole, sul molo e guardavo il mare.
Potevo notare le nuvole di Harmattan avvolgere pienamente Dakar.
Sentivo le voci dei pescatori che sistemavano reti e barche a riva.
Chiusi gli occhi e mi lasciai portare via dai tamburi ipnotici dei rastafariani.
Ritrovai un po' di pace. Il cuore cicatrizzo e le lacrime che prima mi avevano avvolto diventarono un consapevole, presente e sincero sorriso, celebrazione della vita che sentivo scorrere dentro me in quel momento.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...