Highilands Reggiane

Pietra di Bismantova Appennino Reggiano
(Foto © 2012 Giovy)

Di Italia parlo poco, lo so. Probabilmente parto dal presupposto che l'Italia sia conosciuta agli occhi di legge questo blog. Poi ho ripensato a com'ero io quando si parlava di Appennino.  Sono una neofita dell'Appennino e questo perché sono cresciuta tra i Monti Lessini e le Dolomiti del Brenta... e tutti i loro amici che si possono trovare lì in mezzo. Per me dire "montagna" equivale a dire Pasubio, Cima Carega o Pale di San Martino. Fino a che non conobbi l'Appennino Tosco-Emiliano.

Quella linea chiamata Confine


Avevo già avuto modo di parlarne quando vi raccontai di Oostende.
Ora ci ho ragionato un po' di più, anche per merito di un libro che mi è stato prestato e che sto leggendo attualmenet.
Ho scritto le mie esternazioni su NonSoloTuristi.it
Andate a leggere & Stay Tuned!

Storia e Memoria vincono sull'Orrido

Giorno della Memoria Ricordare

E anche sugli Orribili che hanno idee orribili.
Oggi è il giorno della memoria. Un giorno importante anche se sono dell'opinione che tutti i giorni, a loro modo, debbano essere dei giorni della memoria.
E' comunemente istituzionale che vengano scelti dei giorni ad hoc per determinate celebrazioni.
I punti però sono due.
Il primo è certe vicende dovrebbero entrare fisiologicamente nel know-how delle persone e non ci dovrebbe essere bisogno di una scritta sul calendario per riflettere su quanto successo.
Il secondo punto è ancora più importante: certe cose non dovrebbero accaredere (di nuovo) e pertanto non ci dovrebbere essere l'obbiglio di un universale memento mori per far capire di quanta cattiveria sia capace l'essere umano.
Detto questo, sto riflettendo da un po' di giorni sul fatto che ci siano degli esseri innominabili che vanno a farsi le foto davanti al relitto della costa all'Isola del Giglio.
Quest'immagine indefinibile se non con parole talmente cattive da avvelenarsi mi ha fatto venire in mente quel giorno in cui mi feci coraggio ed andai a visitare Auschwitz.
Non ero nuova alla visione di un campo di concentramento. Ero già stata a Dachau e anche a Mauthausen e la cosa mi aveva sconquassato e non poco.
Quando sono entrata a Dachau ho cercato di escludere da me stessa tutti i sentimenti e sono entrata in quei luoghi con gli occhi della Storica. Continuavo a dirmi "analizza e non interiorizzare niente" ma fu praticamente impossibile obbedire ai miei autocomandi.
Quel giorno d'estate poi, a Cracovia, presi il treno per Oswiecim ed in circa un'ora arrivai.
Ero già spaventata quando scesi dal treno, figuriamoci quando sono arrivata davanti ai cancelli. E figuriamoci quando ho visto i binari tronchi di Birkenau, il laboratorio di Mengele e i forni.
Ad un certo punto del mio giro, mi dovetti sedere su di un gradino (proprio fuori dal laboratorio maledetto di Mengele) e scoppiai in lacrime.
Cercavo di trattenere i miei singhiozzi per rispetto a quanto successo in quel luogo e per rispetto a quei signori anziani che avevo visto aggirarsi tremolanti per quei padiglioni immensi.
Dentro al campo c'è anche una sinagoga e dei ragazzi ebrei di chissà dove entrarono per pregare.
Il silenzio regnava ... così come doveva essere. Non riuscivo a scattare foto a quel luogo perché mi sembrava di profanarlo.
Ascoltavo solo il rimbombo dei miei pensieri e del dolore per le atrocità di cui l'uomo è capace.
Mi soffermavo sul rumore dei passi sulle foglie di gelso che già cominciavano a cadere.
Sassoli, foglie, passi ... ascolta questo... ascolta questo, continuavo a dirmi.
Poi la realtà ritornava a schiaffeggiarmi prepotente, forte e ineluttabile.
Ero davvero provata e cercavo davvero un modo per fuggire a quel passato così ancora troppo presente.
Ero assorta nei miei pensieri che si intrecciavano con la Storia e con l'analisi di essa.
Pensavo... assorta... pensavo...piangevo di nuovo e, a dirla tutta, non mi sono mai sentita così viva e mai avevo inteso quanto la vita potesse essere pesante.
Ad un certo punto qualcosa mi disturbò a tal punto che sarei saltata al collo della persona davanti a me e, ben conscia di quello che la crudeltà porta a fare, l'avrei sbranata.
Magari l'avrei fatto a parole. Ma l'avrei fatto.
Poi però mi sono fermata, la ragione ha ripreso il suo posto e dentro di me navigava un solo un pensiero.
Quella persona davanti a me mi faceva pena... e tanta pena.
Cos'era successo??? Semplice, due ragazzi Italiani in gita (e qui mi dispiace dirlo ma Italiani va sottolineato), con tanto di zainetto sulle spalle, si erano messi davanti all'entrata dei forni a fare la foto ricordo.
Tutti sorridenti, tutti felici. Uno di loro si è tirato giù i pantaloni mostrano le chiappe.
Io li guardavo inorridita, incazzata, spregevole.
Guardavo in un modo ulteriormente peggiore i loro accompagnatori, adulti, più consapevoli, che facevano più casino di loro e che si sono piegati allo scherzo della foto, ridendo assieme a loro.
Nel ripensarli mi fanno ancora più pena e ribrezzo di quanta me ne fecero quel giorno.
Mi fanno pena perché non sanno cogliere l'importanza delle cose. Mi fanno pena perché non si resero minimamente conto di dove fossero.
Mi fanno pena perché non riconosco il valore della Storia. E davanti alla Storia di impara.
E loro non imparano. Ma poi la Storia li schiaccerà perché la Storia è forte, potente, permane e trascende l'Uomo comune che non impara da essa.
E' proprio per questo che non si deve mai dimenticare.
Ed è proprio per questo che la Memoria va celebrata 365 giorni all'anno (+1 se bisestile).

Adorati Omicidi di Midsomer


Lo so... adesso sto per dire una banalità.
Ma a me piace da matti L'Ispettore Barnaby e Barnaby vince 100 a zero su CSI.
Al di là del fatto che mi perdo a vedere i luoghi in cui Midsomer Murders è stato girato, le puntate dell'Ispettore Barnaby sono diventate un must per il mio personale gusto televisivo.
Sinceramente ho scoperto qualcosa di me stessa: mi piace da matti chi ragione.
Ah che novità direte... beh... in quanto ad ispettori, gialli, noir o cose simili che dir si voglia il sillogismo alla Poirot, alla Miss Marple o alla Tom Barnaby mi esaltano mille volte di più di un risultato trovato nel Codis da parte di Horacio Cane.
Facevo un po' questo ragionamento quando, sabato scorso, sono passata con amici vicino ad un palazzo di nuovissima costruzione in quel di Lugano.
Era sera e dalle vetrate si vedevano alcune luci di uffici ancora in piena attività.
Dentro ad un ufficio una tipa stava lavorando su qualcosa e sembrava spostasse ologrammi a destra e manca.
A me è venuta in mente una puntanta di CSI New York in cui, per analizzare al meglio un'autopsia, il medico legale di turno visualizzava il cadavere a mo' di ologramma.
Ecco, io non sopporto questa perdita totale del senso della realtà.
Chi ci crede che non appena si entra in una stanza si visualizza un pelo di cane nell'angolo in basso a destra con una semplice occhiata?
Chi ci crede poi che nel Codis (o come si chiama) ci sia sempre e comunque un riscontro?
Ovvio che le ragioni di sceneggiatura poco si sposano con le risorse reali di un competente e sano investigatore.
Anni fa lessi sa qualche parte che ,prima delle puntate di CSI, era necessario trasmettere un disclaimer registrato da un vero investigatore della polizia che raccomandava ai telespettatori di non credere troppo alle tecniche e alle possibilità mostrate nel telefilm.
Pensando a questa cosa mi sono detta se non fosse stato preferibile aver fatto un passo indietro a livello di sceneggiatura per rendere tutto più vero.
A tal proposito mi dico innamorata di un certo modo britannico di scrivere sceneggiature, storie e telefilm in tema criminologico.
Adoro quel ragionare assiduo di Tom Barnaby mentre prende il tea con qualche vecchietta del Midsomershire; non riesco ad esimermi dal sorridere quando capisce tutto dell'omicidio sul quale sta indagando proprio mentre mangia la Steak Pie di sua moglie.
Non posso fare a meno di pensare ... ma se un giorno andassi a fare un giro nel Midsomershire?
E qui viene il difficile perché ... la contea di Midsomer non esiste.
Non esite la cittadina di Causton con i suoi pub e le sue bellissime casette bianche con i balconi e i giardini pieni di sole.
Il fatto che tutto ciò potesse non esistere sulle carte geografiche non ha fermato gli appassionati del genere che hanno cercato di fare una bella lista delle location in cui il tutto è stato girato.
Ecco quindi spuntare Wallingford, in pieno Oxfordshire, che altro non sarebbe che la nostra Causton.
Ricercando un po' in rete si comprende in pieno come le contee tra Oxford, Gloucester e i Costwolds non siano state altro che il terreno fertile per Caroline Graham per creare i suoi scorrevolissimi e piacevoli romanzi e dar vita al personaggio di Tom Barnaby e non solo.
Personalmente non ho mai visto quella parte di Britannia.
Il mio cuore mi spinge sempre a Nord o su di lì ma non disdegnerò di affrontare il South England prima o poi. Non fosse altro per aggirarmi per Midsomer, guardandomi perennemente alle spalle giusto per non diventare uno dei prossimi casi del mio amato Ispettore Capo Tom Barnaby.

Llandwyn Island e la sua storia

Visitare Llandwyn Island
(Foto © Angela 2012)


Un viaggio in Galles riserva tante sorprese. Alcuni posti sembrano usciti da favole e leggende lontane. C'è un luogo stupendo che riserva un bello spazio dentro al mio cuore. L'estate scorsa avevo passato ore su ore a cercare di capire come raggiungerlo. Certe bellezze, si sa, sono come dei giardini segreti all'interno di ogni nazione. Llandwyn Island è un segreto tra i segreti.
La storia di questo luogo inizia in un tempo distante.

Rita & Me (Storie di un Brasile Lontano)


C'era una volta una donna che avrebbe lasciato un'impronta grande dentro al cuore.
Ci incontrammo in Brasile, in quel lontano 1998 che mi fa talmente impressione da non riuscire a scriverlo.
Lei si chiamava (e si chiama ancora, almeno lo spero) Rita.
Quando la conobbi aveva quell'età indefinibile che hanno spesso le suore. Già, Rita è una suora.
Non saprei dirvi di che ordine ma quello che vi posso dire è che grazie a lei ho capito molte cose della terra che mi accingevo a scoprire quell'estate.
Osservavo Rita muoversi con estrema leggerezza tra le strade della favela dove passavo tante ore in quei giorni.
Mi sembrava un essere saltato fuori da un mondo diverso.
Ti arrivava alle spalle e non te ne accorgevi. Mentre si lavorava, in strada, lei arrivava dal nulla con delle bottiglie piene di succo di lime e carote. Quel succo aveva una dolcezza immensa e ristorava tutti noi durante il lavoro, non del tutto semplice con i bimbi.
Si avvicinava a me e sorridendo mi diceva in un portoghese splendido che avrei dovuto bere, altrimenti mi disidratavo.
La sera poi si occupava della cena non facendoci mai mancare niente, anche se gli ingredienti erano sempre pollo, pesce, riso e carote.
Si inventava sempre qualcosa di nuovo e si scusava per non trovare del pane decente, visto che noi italiani eravamo abituati a del pane troppo buono.
Successe un giorno che poi mi venne la febbre.
Dentro di me già immaginavo di aver preso ogni genere di malattia tropicale esistente.
Continuavo a dirmi che fosse dengue ... poi pensavo a chissà che febbre ... poi arrivavo alla malaria.
Poi la febbre venne anche al mio amico Hermano Andre e fummo portati via da dove dormivamo assieme ai nostri amici e compagni di viaggio.
Minacciai i miei travel mates affinché non mi portassero in ospedale. Sarei morta all'ospedale di Recife.
Andrea fece lo stesso e ci portarono da Rita affinché potessimo avere qualcuno che si prendesse cura di noi.
La prima sera diventai matta: le zanzare erano molte, la febbre ancora di più, il mal di testa non ne parliamo.
Fuori sentivo i rumori atroci della favela di notte. Non restare mai in favela dopo il tramonto, mi dicevano.
Capii perché. Spari ... forse ... scoppi ... chi lo sa... urla, quello è certo.
Immaginavo la vita fuori da quei cancelli e mi sentivo preda di chissà che delirio di preoccupazione. Non tanto per me stessa ma per il mondo in cui vivevo.
Nel mezzo della notte, nel profondo del buio arrivava lei... Rita... con i suoi intrugli (davvero, a tutt'oggi non so che cosa mi abbia dato) dal sapore acre e forte, con la sua presenza rassicurante.
Mi stupivo nel ritrovarla dentro la stanza perché non la sentivo arrivare... come se volasse.
Era quasi impressionante notarla in mezzo al buio perché leri era così nera che forse solo la pece poteva avvicinarsi al suo colore.
Nera, forti lineamenti africani marcatissimi. Donna, di Bahia, Suora vestita sempre da laica, con i capelli raccolti sempre in turbanti coloratissimi
Il giorno dopo stavo meglio e parlammo un po' di lei.
Mi spiegò che prima di essere suora era una donna, africana, di Bahia. E questo in Brasile vuol dire solo una cosa, forse due: sincretismo, santeria.
Mi raccontò fiera delle sue antenate, come le definiva lei, e mi spiegò la forza e la potenza del ruolo femminile nel Brasile di quegli anni. Non a caso lo slogan di quella specie di oratorio dove vivevano e operavano lei e le sue consorelle (donna cazzutissime, perdonate il francesismo) era "Vuoi salvare un bambino? Adotta la madre..".
Fu da quel giorno che notai, nel microcosmo complesso della favela, il troppo frequente ruolo parassitario maschile e quello super attivo delle donne. Erano loro che tiravano fuori i denti per sopravvivere.
E Rita lo sapeva benissimo.
In secondo luogo mi parlo del suo essere Bahiana... Salvador de Bahia è un polmone culturale immenso per il Brasile e porta con se la summa delle radici africane.
Quel luogo e la sua gente sono il trait d'union fondamentale tra la modernità attuale e la storica discendenza africana di una terra come il Brasile.
E Bahia vuol dire santeria, Xango ... Yemanja e Candomblé.
Mi sembrava impossibile che una suora cattolica fosse legata così tanto al sincretismo santero.
Eppure... eppure Rita mi spiegò quanto le cose fossero indissolubili.
Per una donna, africana, di Bahia.
Parlare con lei in quei due giorni in cui mi curò fu come studiare almeno 10 enciclopedie di antropologia, storia e religione.
Spesso la penso ... la carissima Rita... la rivedo intenta ad ammazzare le carote, come le dicevo sempre quando preparava il suo magnifico succo di frutta.
La rivedo arrivare leggera e raggiungermi nelle strade di Recife.
La rivedo felice nella sua Bahia.
Io nel frattempo ascolto Clara Nunes e ringrazio Rita per avermi insegnato il valore della diversità.

...Contam que toda a tristeza
que tem na Bahia
Nasceu de uns olhos morenos 
molhados de mar...

Giochi da viaggiatori



Mentre rielaboro i pensieri, le immangini e le emozioni di un week end passato in quel della Svizzera, vi segnalo quello che racconto oggi su NonSoloTuristi.it
Oggi si parla di giochi inventati da chi ama viaggiare.
Di giochi vinti per caso, con una grande soffisfazione nel cuore.

Continuate a leggere su NonSoloTuristi.it 
Stay tuned!!

Quando Gasteiz fa rima con Politica

Gasteiz Vitoria Paesi Baschi
(Foto © 2012 Giovy)

Leggevo qualche giorno fa sulla versione cartacea de L'Internazionale un interessante trafiletto sulla questione Basca. Parlava di una manifestazione che, tenutasi a Bilbao, rimarcava la speranza di trasferire i prigionieri politici in territorio Basco anziché Spagnolo.
Aldilà del fatto che non è materia mia discutere di politica interna spagnola, sulla questione Basca ce ne sarebbe molto da dire.
Quando raggiunsi la non troppo piccola Heuskal Herria non sapevo che pensare e soprattutto non avevo la benché minima idea di quello che fosse il peso delle problematiche politiche.
Mi spiego meglio. Ci sono nazioni che esternano maggiormente le loro problematiche interne attraverso la stampa, i manifesti, i murales e i monumenti.
A volte questo rendersi visibili in senso politco può essere una questione di regime. Spesso di resistenza.
Il primo giorno in cui andai in spiaggia in quel di Mutriku, ci andai per riposarmi del tanto vagare tra Alpi, Camargue e Pirenei.
Ci andai con l'intento di fare il bagno, dormire tranquilla al sole e respirare aria buona.
Non avrei mai pensato che al mare con me ci venisse anche la politica (giusto per dovere di cronaca, guardate questa foto che ho scattato quel giorno).
Lei era lì bella bella spaparanza su di una spiaggia Atlantica con me.
Decisi quindi di andare ad approfondire la cosa e lo feci a più tappe.
La prima di queste fu Gasteiz, al secolo (o come direbbero gli spagnoli più borbonici) Vitoria.
Amministrativamente è la capitale della provincia di Vizcaya (anche se il capoluogo sarebbe Bilbao) e lì vi risiede il parlamento Basco, primo barlume di attuata autodeterminazione polica attuale.
La città è intrisa del suo destino politico ed è piena di rimandi alla lotta, lecita o meno, di organismi come l'Eta o come i partiti indipendentisti.
Quel giorno era silenziosa e un po' piovosa.
Ero un giorno feriale di pieno Agosto ma si vede che lì tutti lavorano.
Il centro era zeppo di manifesti in basco di ogni genere. Ogni casa esponeva fieramente la propria Ikurrina.
I negozi di souvernir erano pochissimi e tutti concentrati nella parte centrale della città.
Praticamente un fazzoletto rispetto alla sua estensione.
La gente di Gasteiz è, probabilmente, poco abituata a vedere dei turisti o dei viaggiatori.
Spesso mi sentivo osservata perché mi arrapicavo chissà dove per una foto.
Mentre giravo ricomiciò a piovere e trovai rifugio in pieno centro in una specie di centro sociale anch'esso pieno zeppo di Gora Euskadi che dir si voglia.
Fu lì che mi fermai di più a leggere e a capire.
Fu lì che incontrai una specie di custode che, con storicissima cognizione di causa, mi spiegava le ragioni di certe lotte interne alla nazione spagnola.
Fu lì che probabilmente intesi la questione e la vidi come mai l'avevo vista prima.
Capii innazitutto che una terra non po' essere straniata dalla sua radice polita.
Fu lì che intesi che, più diverso ti senti, più lotterai affinché la tua diversità diventi realtà e con tale realtà diventi nazione.
Fu così che capii in pieno come dev'essere difficile nascere in un luogo del quale non ti senti parte.
Fu lì che soppesai seriamente la nobiltà di alcuni intenti e la pesantezza (errata) di alcuni mezzi per determinare questa nobiltà.
Quel ragazzo mi disse che era stufo di bombe e di teste incapucciate al tg per rivendicare qualche attentato.
Era stufo anche di teste coronate e di aver paura ad uscire di casa.
Tutto ciò che voleva era semplicemente alzarsi alla mattina e dire a tutti "Lo sai, io sono Basco!!!??"
Gasteiz mi ha insegnato questo.
E a chi va verso i Paesi Baschi dico di trovare un piccolo momento per far sì che questa città parli ancora.
(Foto © 2012 Giovy)

Era di giovedì, 34 anni fa

Giovy da piccola
(Giovy nel 1978- Foto © 2012 Giovy)
34 anni fa, era giovedì. Proprio come oggi.
Faceva molto freddo ma era una di quelle giornate limpide e glaciali.
Io amo le giornate limpide e glaciali e forse proprio per quello decisi che quello sarebbe stato il mio giorno.
Certo che la mia mamma, la Bruna, ce ne ha messo del suo.
Incinta di 8 mesi e mezzo circa, siccome non sapeva come impiegare il tempo dopo aver mandato i miei fratelli a scuola, decise che fosse ora di lavare un bel giaccone di lana di mio padre.
E come vuoi lavarlo sto giaccone? Ma a mano, no?
E per farlo, mise tutto in una mastellina nella vasca da bagno.
Dopo un po' di ammollo quel giaccone pesava molto... aveva assorbito tanta acqua e lei pensò bene di fare una cosa molto consigliata a chi è incinta di otto mesi e passa. Lo sollevò facendo un grande sforzo immane.
Io me ne stavo buona buona dentro la sua pancia ma in quel momento si ruppero le acque.
In nome di tutta la testardaggine tipica della Bruna (per chi se l'è perso qualche riga fa è la  mia mamma), lei non si fece prendere dal panico. Lei era un'infermiera di comprovata esperienza. Io ero la terza figlia.
Fatti già due, cosa vuoi aver paura?
La Bruna prese su borsa e cappotto e se ne andò buona buona ad aspettare l'autobus che per fortuna passò quasi subito. I mezzi di trasporto stavano già entrando nella mia vita.
Scede dal bus tenendosi la pancia e, in quel modo, tenendo anche me.
Entrò in reparto e avvertì le sue colleghe che si sarebbe messa buona buona in travaglio da sola.
E così fece. L'ostetrica la trovò tranquilla che leggeva e canticchiava Eskimo di Guccini.
Non ricordo quanto restò lì ... e quanto restai io dentro la sua pancia.
Quello che so per certo è che la mia mamma è sempre stata molto sbrigativa in quelle situazioni e alle 12.05 del 19 Gennaio 1978 nacqui io.

Non ho foto di quel giorno ma ho foto del mio primo e primissimo viaggio.
Sono stata portata in Versilia, in campeggio. Avevo 8 mesi.
E' proprio vero che certi vizi si apprendono fin da piccoli e non si smettono mai.

Al cospetto di Keope, Kefrem e del loro amico Micerino

Giza Piramidi Egitto
(Foto © 2012 Giovy)

(giusto perché oggi nevica, mi viene da ricordare un giorno particolarmente rovente)

Quando andai in Egitto, volli andare a tutti costi al Cairo.
Mi sembrava una cosa obbligata, quasi a voler legittimare la mia presenza in quella nazione dalla storia tanto immensa.
Avevo due grandi desideri: vedere la città più popolata d'Africa e trovarmi poi al cospetto di quei monumenti così ancora misteriosi chiamati Piramidi.
Quando arrivai al Cairo era mattino presto e il caldo non si era ancora impossessato di ogni angolo della città.
In primis rimasi nella parte medievale e storica di quella grande città e, quando il sole scottava ben bene, me ne andai su di un autobus verso Giza, o come si dice in Egitto Al-Jizah.
Dentro la mia mente di bimba viaggiatrice, le Piramidi si dovevano trovare in una distesa immensa di sabbia color oro. Al cospetto delle Piramidi la città doveva essere solo un ricordo lontano.
La mia visione immaginaria era supportata dalle milioni di fotografie o puntate di Voyager che i miei occhi avevano colto in pieno in tutti gli anni della mia vita.
Quando arrivai a Giza, che altro non è che un sobborgo de Il Cairo, viaggiavo con l'autobus attraverso un viale a due corsie. Ad ogni lato del viale c'erano delle file di case.
Osservavo quelle case distrattamente dal finestrino dell'autobus quando scorsi con la coda dell'occhio qualcosa di più maestoso.
Erano le Signore Piramidi. A mia sorpresa si trovavano appena dietro alle case.
Non appena riuscii ad elaborare quell'immagine, restai impalata attaccata al vetro del mezzo di trasporto che mi conteneva. Restai lì e pensai immediatamente che c'è chi apre le finestre e vede il proprio vicino; c'è chi le apre e vede le montagne e c'è chi le apre e si trova quei colossi davanti agli occhi.
La loro vicinanza al centro abitato mi sorprese e non poco.
Quasi quasi ci restai male perché volevo il nulla, il deserto e la vastità.
A dirla tutta, non restai proprio a bocca asciutta perché quelle cose che tanto volevo c'erano... bastava solo guardare le piramidi dal lato opposto a quello di approdo al sito archeologico.
Ecco perché tutti i servizi fotografici e televisivi mostravano le Piramidi inserite nel deserto.
Hanno il deserto dietro e la città davanti. Il segreto è tutto qui.
Scesi dall'autobus e mi avvicinai a loro con un certo senso di ammirazione mista a soggezione.
Dentro di me non riuscivo a credere di essere lì, in quel luogo tanto agognato, studiato, conquistato, voluto, depredato. In quel luogo che si difende a suon di maledizioni ed anatemi.
Rimasi in piedi davanti al loro per un po', osservandole come si osserva un'opera d'arte.
Perché loro sono un'opera d'arte vera e propria, sono un'opera di precisione e magnificenza assoluta.
Le avevo viste mille volte in tv o sui giornali ... ma quelle mille non bastarono a togliermi lo stupore che provai quel giorno.
Osservai ogni singola pietra della piramide di Keope, ogni singolo angolo era perfetto, intagliato come nemmeno oggi si riesce a fare.
Osservai quei massi enormi e mille punti di domanda si sovrapponevano nella mia testa.
Non erano bastate tutte le cose che avevo sentito e letto, i dubbi lì davanti imperavano come non mai perché una tale perfezione non può essere umana. E se è davvero umana, l'Uomo è grande, l'Uomo è tutto, l'Uomo è perfetto.
E allora mi chiesi come mai tutta quella perfezione se ne sia andata nel corso dei secoli. E dove sia andata. Mi chiesi che cosa prese il posto della perfezione e della ricerca di essa dentro la mente di alcuni uomini.
Mi perdevo e mi piaceva essere persa lì davanti. Mi innamorai degli angoli di quelle piramidi e del loro colore dorato. Il loro riflettere al sole aveva in se tutta la magia possibile.

Quello che imparai quel giorno è che non importa quante volte ascolterai racconti di Piramidi, Faraoni, corrispondenza con la cintura di Orione o invasioni aliene di 5000 anni fa.
Quello che imparai è che davanti a Loro Tre sarai vittima di un incantesimo chiamato ragionamento.
Sentirai le tue rotelle girare vorticosamente e ti sentirai volare dentro a tutto quel girare.

Forse era solo il sole che mi batteva in testa. Forse erano solo quei 45° gradi di quel pomeriggio di Giugno, al Cairo, al cospetto di Keope e dei suoi amici.

La grande Piramide di Keope
(Foto © 2012 Giovy)

NY: Quando il cielo non si vede

Upper Westside New York
(Foto © 2012 Giovy)

Una settimana fa ho distrattamente osservato una puntata di C.S.I.NY .
Non è giusto dire che l'ho guardata perché infondo lasciavo scorrere le immagini davanti ai miei occhi e permettevo ai dialoghi di cogliere appena il mio padiglione auricolare. Mi stavo rilassando.
E quando mi rilasso sono solo apparentemente tranquilla. Il cervello macina.
Ed è bastata l'immagine di una ragazza seduta alla sua finestra di dirimpetto al luogo dove si stavano svolgendo le indagini. E' bastato quello a farmi venire in mente, come uno strano déjà-vous, una cosa che pensai durante i miei ultimi giorni nella Grande Mela.
Il pensiero è il seguente.
In quei giorni dormivo in un appartamento dell'Upper West Side, più precisamente al 710 di Amsterdam Avenue, che è uno stradone largo e grande e dà ampio respiro alla zona.
La casa era un tipico co-op e noi eravamo al terzo piano.
Dalla finestra del salotto (io dormivo sul divano letto) avevo la stessa identica tipologia di visuale di Gary Sinise durante quella puntata di CSI.
Avrei potuto sedermi lì alla finestra e chiacchierare in tutta tranquillità con chi abitava al 712 di Amsterdam Avenue.
Vedevo un muro, una finestra, un altro salotto.
Ma non vedevo il cielo.
Il primo giorno ci misi un po' a capire che cosa c'era che non andava in quella stanza.
Ricordo che mi svegliai e, come faccio sempre d'istinto, guardai fuori per capire che cosa mettermi.
Infondo era primavera e le giornate, si sa, sono bastarde.
Andavo alla finestra e con tutta me stessa cercavo un angolo di cielo. Invano lo cercavo.
Non lo vedevo.
Per riuscire a farlo avrei dovuto stendermi sul davanzale a pancia in su per superare il limite quasi invalicabile della vicinanza tra gli edifici.
Probabilmente era quella casa ad essere fatta male.
Il lato del nostro piano non si affacciava su nessun cielo visibile.
Ok, la luce c'era, le finestre si aprivano ... ma come potevo fare io senza quella strana entità celeste che ci sovrasta?
Io c'ho bisogno del cielo: per capire dove sono, per vestirmi, per pensare alla mia giornata.
Goethe, durante i suoi viaggi in Italia, di cieli ne ha visti molti.
Scrisse un aforisma che mi è rimasto impresso: "non è necessario girare il mondo per capire che il cielo è azzurro ovunque."
Non vorrei surclassare il vate tedesco (che pur adoro molto) ma il cielo non è mai dello stesso azzurro.
E per me vale davvero la pena di girare il mondo anche per cogliere una piccola, leggera sfumatura diversa.
Ma se il cielo non si vede, che si fa?
La prima volta che andai a NY avevo 15 anni e mi sembrava tutto grande.
L'ultima volta ne avevo 32 ed era davvero ancora tutto così grande.
Ed il cielo mi è sembrato sempre tanto distante.

Definitivamente non sono una city-girl.
A meno che non abbia a disposizione un bellissimo piano alto in prossimità di Gramercy Park.

Cento, Cento, Cento, Cento!!

(Giovy nel 1983- Foto © 2012 Giovy)
E con questo facciamo 100.
Cento racconti, cento storie raccontate.
Tanti viaggi vissuti e alcuni, i miei amati fataviaggi, ancora da fare.
Mentre scrivevo il titolo pensavo ad un mio compagno del liceo.
Quando una prof doveva interrogare e tergiversava in silenzio guardano il registro, lui si metteva a dire sottovoce "Cento, Cento, Cento" in perfetto stile OK, il prezzo è giusto!
A me questa cosa m'è sempre piaciuta molto. Era un modo per spezzare la tensione da interrogazione; era, seppur in piccolo, un modo per far capire a noi poveri compagni di scuola che infondo pensare ad altro, nei momenti ardui, aiuta a caricare le pile e ci stampa addosso un sorriso che ci permette di affrontare tutto al meglio.
Una delle cose che non mi toglie il sorriso dal viso è il fatto di scrivere, di raccontare quello che ho vissuto e che vivrò in questi anni che sto trascorrendo sul pianeta terra.
Ops... a scriverla così sembro un alieno ... e non lo sono.
Appunto ... chi sono io? Domanda filosofica alla quale cambierò caratteristiche ancora mille volte.
Il nucleno no... quello non cambia. E ve l'ho raccontato brevemente in una delle pagine che forse qualcuno di voi avrà visto comparire qui di fianco. La pagina si chiama All About Giovy e la bimba imbronciata che vedrete nella foto sono io. Io all'ennesima potenza, già in viaggio all'estero a 5 anni, in piene sembianze krukko-asburigiche.
Di anni ne sono passati un po' (ne parleremo next week) ma io mi sento sempre quella anche se in tutto questo tempo ho preso il diploma, la patente, ho studiato tantissimo, lavorato ancora di più. Ho costruito rapporti, ne ho distrutti tanti, mi sono innamorata, trasferita, aperta alla nuova vita e sono germogliata.
Se mi guardo dentro noto tutte queste cose.
Se chiudo gli occhi vedo in me lo stesso entusiasmo per la vita che avevo quando è stata scattata la foto qui sopra.
Era il Maggio del 1983 ed ero a Venezia con i miei genitori. Vedevo Venezia per la prima volta e gironzolavo per calli e campielli con la mia amatissima tuta dei puffi rosa e bianca.
Guardavo il cielo sognando chissà che viaggio, chissà che avventura e chissà che futuro.
Sapete una cosa? Lo faccio ancora.

Auguri ai primi 100 post, tenendo la porta aperta a tutti quelli che premono forte per uscire dalla mia testa matta.
Grazie a tutti voi per passare sempre di qui e lasciare qualcosa di vostro.

Ciò che divorano gli Alsaziani...

Alsazia Francia

Un giorno, ricordo fosse di domenica, e di maggio ... beh, quel giorno finii per gironzolare per le strade di Moulhouse, in Alsazia, dopo aver trascorso la serata in pieno Schwarzwald ed aver dormito a Basilea.
Vagabondaggi a parte, fino a quel giorno avevo pochi ricordi dell'Alsazia.
Ci passai da piccola, con i miei, nel lontano 1985 quando facemmo un giretto anche dalle parti di Colmar.
Moulhouse no... quella non l'avevo vista ma tutti mi dicevano fosse bella, colorata e così non convenzionalmente francese.
Avevano ragione.
Di quella città mi stupirono un bel po' di cose. Il loro accento così strano cominciò a ronzarmi nelle orecchie in quanto meno non si dica.
Mi stupì il centro, così piccolino, da poter essere girato con pochi passi e mi stupì un municipio non del tutto convenzionale a suo modo.
L'architettura era perfettamente in linea con l'ambiente ma il colore delle pareti esterne proprio no... erano viola e fucsia. Un luogo che si fa notare insomma.
Non è della città l'argomento del mio post bensì una cosa che si trova in grande quantità da quelle parti: la quiche lorraine.
Alsazia e Lorena sono sempre state apertamente contese da Germania e Francia.
Agli abitanti di quelle due regioni è rimasto un dialetto tipicamente alemanno e molto di tedesco o misto-tedesco è rimasto nelle loro abitudini (gran birrai gli Alsaziani!).

La Quiche Lorraine, a prima vista, può non essere niente di speciale.
Secondo la mia personale esperienza racchiude in se la storia di un luogo eternamente conteso.
Per dirla tutta, la Quiche Lorraine è una torta salata fatta di cipolle (o porri), pancetta e panna acida.
Niente di che ... direte... ma provate a gustarla durante una splendida giornata di tarda primavera, quando il vento muove appena gli alberi.
A questa perfezione aggiungete un pizzico di birra del luogo... leggermente fruttata e dalla discreta gradazione (Niko, tu che stai leggendo ... non ubriacarti!).
Vi è venuta fame? Beh... ecco ingredienti e procedimento.
Innazi tutto vi occorrerà preparare una pasta brisé o un impasto simile a quello che avevo preparato io per la mia Steak and Ale Pie.
In secondo luogo, procuratevi della buona pancetta dolce alla quale NON avrete tolto troppo grassino.
Quel grassino servirà a rendere morbido l'impasto del ripieno una volta cotto.
Direi che per una torta per 4 persone bastino 200g di pancetta a cubetti.
Vi serviranno inoltre un paio di cipolle bianche o un paio di porri. De gustibus.
Non dimenticate poi la panna acida, o crème fraiche che dir si voglia e una manciata di formaggio dal gusto alpino, quindi un gruyère andrà benissimo.
Se non trovate la panna acida al supermercato, vi basterà usare dello yougurt greco non dolcificato. 250 gr basterrano. A questi dovrete aggiungere 2 uova.


Il procedimento è alquanto elementare.
Innanzi tutto, scaldate il forno non ventilato a circa 200°.
Mentre il forno si scalda, rosolate in padella le cipolle tagliate a pezzettini. Non abbrustolitele.
Una volta dorate, spegnete il fuoco e lasciate riposare un po'.
Nel frattempo sbattete le uova con un po' di sale e un bel po' di pepe.
Aggiungete la panna acida e il formaggio e mescolate per ottenere un composto omogeno.
Incorporate la pancetta e e le cipolle.

Stendete l'impasto che avete preparato (o che avete comprato) su di una forma a vostro piacimento.
Formate bene i bordi e poi versate l'impasto.
Il tutto va in forno per circa una mezz'oretta

Una volta aperto il forno verrete invasi dal profumo delle cipolle e della pancetta dolce.
Gustate la Quiche Lorraine tiepida, chiudete gli occhi e sentitevi a Moulhouse.
Con l'attenuante che quando aprirete gli occhi davanti a voi non ci sarà un municipio dalle pareti viola e fucsia a fissarvi. Promesso.

Sorvolando il Lake District

England Lake District Cumbria

Babbo Natale mi ha portato le Lyrical Ballads dei grandissimi e mai vecchi Wordsworth e Coleridge.
Leggo una poesia a sera, la gusto, la digerisco e cerco di immaginare il suono di ogni sillaba in modo da apprezzare ancora di più quelle parole, ormai, senza tempo.
Il Lake District è uno di quei luoghi, oggi parco naturale, per il quale le grandi menti inglesi si sono sempre spese moltissimo.
Considerato l'avanzare veloce dell'industrializzazione inglese, la signorina Beatrix Potter s'era fatta vera portavoce di quei luoghi senza macchia, acquistando con tutti i soldi che poteva guadagnare e trovare pezzi di terra ovunque in quella regione. Alla sua morte, quelle terre vennero lasciate al National Trust e divennero poi parco nazionale.
Ma che cos'ha di tanto speciale il Lake District?
Me lo chiedo e me lo strachiedo ad ogni verso di Wordsworth letto in queste sere. Chiudo gli occhi e me lo immagino, ci volo sopra ... perché non ci sono mai stata.
Leggo, straleggo, cerco e stracerco. E poi alla fine ci arrivo: sono i Laghi!
Per noi può sembrare strano ma in Inghilterra i laghi non sono molti e sono tutti concentrati in quella regione, garantendo un paeasggio quasi da Highlands in piena terra di San Giorgio.
Inoltre, il Nord dell'Inghilterra è sempre stato la parte industriale per antonomasia e, come una donnac che non si occupa di s'è, invecchiava, si anneriva col passare delle stagioni.
La Natura lasciava lo spazio alla realtà industrial-urbana.
Il Lake District s'è mantenuto verde e ciò che di speciale c'è in quei luoghi è la Natura che arriva ad essere così forte, passionale e sconvolgente da meritarsi una N maiuscola.
Guardo in rete, osservo le foto e di nuovo chiudo gli occhi per farmi portare dai miei pensieri a Windermere per imparare che "mere" vuol dire lago e che "water" si riferisce agli stagni.
Se mi lascio andare un po', riesco ad arrivare col pensiero a Keswick per vedere il paesaggio nella parte più nordica del Lake District.
Riesco a salire, quasi volando, sulla collina che porta a Castelrigg per lasciare che l'energia di uno dei più antichi Stone circle di Inghilterra prenda possesso di quella che sono e mi aiuti a viaggiare, seppur con la fantasia, in uno dei luoghi meglio preservati della terra.
Infusa dell'energia di quella terra torno verso il lago e proseguo per Cockermouth, miscroscopico villaggio del North England eppure così importante per aver dato i natali al più grande poeta romantico di lingua inglese ... tale William Wordsworth. Ma la fama non finisce qui perché il Signor Fletcher Christian, capo degli ammutinati del Bounty, mosse i primi passi proprio a Cockermourth.
Imperdibile, anche se sto viaggiando solo col pensiero, è una sosta alla Jenning's Brewery, sita all'interno di un castello. Pensate bene che questo birrificio produce Ale artigianale da fine ottocento.
Cavolo ... mi sento come Wendy di Peter Pan e continuo il mio volo sopra boschi, specchi d'acqua e picchi montani... e tutto questo a solo due ore da Manchester o Liverpool.
Potessi volare davvero, sarai già lì. Sarei lì almeno due sere a settimana per godermi la pace e ritrovare la poesia anche dentro me stessa.
Un luogo così magico ha ispirato uomini eccelsi ... volete mai che non ispiri una pazzerella come me?
E poi... il titolo di questo blog deve molto al Lake District perché senza Wordsworth e senza Lyrical Ballads non ci sarebbe stata la frase "it takes origin from an emotion recollected in tranquillity".
Spread permettendo vi garantisco che io e il Lake District ci incontreremo.
Nel frattempo ci fantaviaggio, leggo poesie e volo come Wendy. Questo almeno è gratis.


Info Utili
Raggiungere il Lake District, con metodi umani e fruibili, è facile.
Vi basterà atterrare a Liverpool o Manchester e poi prendere il treno.
La linea ferroviaria si ferma a Windermere e da lì c'è una capillare rete di autobus pronta a portarvi in giro.
Esistono biglietti comulativi e offerte di ogni tipo, soprattutto se deciderete di lasciar giù la macchina.
Ricordate, siete in un parco nazionale e a meno che non vogliate essere tormentati dalle anime di Wordsworth, Coleridge, Fletcher Christian e Beatrix Potter ... dimenticate di avere la patente!

Colpa di Blarney (Castle)

Irlanda Blarney Castle
(Foto © 2012 Giovy)

Antefatto: dal mio Baule pieno di ricordi ho tirato fuori la foto qui sopra e l'ho portata nel terzo millennio.

Sottotitolo all'argomento del post: ho capito perché parlo sempre troppo.

Giorni fa, mentre scrivevo il post su Cork, ho pensato subito al quel giorno in cui andai a visitare il Castello di Blarney.
I castelli mi sono sempre piaciuti e, quando ero piccola e viaggiavo con i miei, non appena ne vedevo uno diventavo matta e mi chiedevo sempre due cose: la prima era se mai fossi andata a visitarlo. La seconda riguardava la sua storia: chissà che cosa avrebbero potuto raccontare quelle pietre.
Quando andai in Irlanda ne vidi di castelli... più o meno interi, più o meno misteriosi.
Quando arrivai a Blarney, un temporale aveva appena lasciato spazio al cielo azzurro (ne ho presa di acqua in quei giorni), proprio come il giorno prima, quando arrivai a Cork.
Notai subito che il tempo, nella parte Ovest dell'Irlanda era molto più mutevole che nella parte Est.
Mi diedi subito una spiegazione a dir poco nozionista, richiamando alla mia mente la presenza vasta dell'oceano Altlantico.
Camminavo sull'erba bagnata e sentivo le gocce d'acqua sfiorare la mia pelle.
Se c'è una cosa che ho imparato quando si visita d'estate un luogo dove piove molto (Nord del Globo o Tropico che sia) è che è inutile girare con le scarpe chiuse se il tempo cambia almeno due volte al giorno. I piedi si bagnano e dopo si asciugano. Con le scarpe chiuse invece restano del tutto bagnati,.
Mi godevo quel piccolo piacere tipicamente estivo e tipicamente countryside quando mi accorsi che nell'avvicinarmi al castello, non so perché, provavo un senso di ... come dire... soggezione nel confronto del luogo in cui ero.
Quel castello risale al 1200 circa ed è sempre stato molto importante per la storia dell'Isola verde tanto che proprio lì venivano incoronati tutti i re d'Irlanda.
Adoro quel sentore di ufficialità e regalità che aleggia attorno alle residenze reali, contemporanee o antiche che siano. Mi fa specie pensare alla figura di un Re o di una Regina.
Per me sono sempre persone (o personaggi) dall'alta caratura morale. Se dico re penso ad Edoardo I, a Carlo Magno (anche se era un imperatore... ma prima è stato solo Re), Enrico V e se dico Regina ce ne sono solo tre nella mia mente: Elisabetta I, Vittoria e Elisabetta II.
Pensare che i miei piedi calpestano il loro stesso suolo mi fa sentire proprio in soggezione.
Mi avvicinai con questo sentimento al castello di Blarney ... che ora, a dirla tutta, è in rovina.
Si può calpestare il pavimento della sala centrale, al piano terra e si possono risalire le torri.
Per il resto, poverino, ne ha viste di cotte e di crude ma le pareti esterne, vero baluardo medievale, hanno resistito ... e con esse ha resistito il ballatoio di guardia, quello più in alto.
Ma perché tanta gente va a vedere quella fortezza medievale quando ci sono miliardi di residenze più conservate in quel della Repubblica d'Irlanda?
Semplice... una delle pietre facenti parte del Blarney Castle è magica.
Magica al punto da regalare a chi la bacia il dono dell'eloquenza.
Le leggende sono varie sull'origine di questa pietra: alcuni sostengono che i suoi poteri siano stati infusi dai druidi altri invece ritengono che la resistenza del Blarney Castle agli atticcati della poc'anzi citata Elisabetta I abbiano contribuito a rafforzare la convinzione che quel castello possieda qualcosa di magico.
Credete alla teoria che sentite più vostra ... ma se ci andate, avventuratevi a baciarla.
E che ci vuole?? Eh no cari miei ... non è mica così semplice!!
La pietra è posta sul parapetto del ballatoio... una parte di esso però è crollato.
Dovrete pertanto sdraiarvi a pancia in su, poggiare le mani sulla pietra, avvicinarvi il più possibile ad essa sentendo il vuoto sotto la schiena e baciarla al rovescio (siete a pancia in su, ricordate?) in perfetto stile bimba dell'esorcista. Un contorsionista la farebbe più facile.
In ogni caso ho trovato un video che illustra tutto alla perfezione.

Nella lontana estate del 2000 io feci tutta quella trafila per baciare la Blarney Stone.
Da quel momento non ho mai smesso di parlare.

In che città vivresti?


La sera di capodanno si è cominciato a parlare di viaggi... strano, vero?
Con me a tavola è molto probabile invece.
Detto tra noi mi è stato chiesto, dopo aver parlato per ore di Africa, in che città mi trasferirei di colpo se mi arrivasse una proposta del tipo "ecco il lavoro dei tuoi sogni e la casa dei tuoi sogni. Però ti devi trasferire a... immediatamente."
Io, senza persarci un minuto, ho detto Liverpool.
Che il mio amore per Liverpool sia un qualcosa di tangibile ... beh... è nettamente confermabile dai post su questo blog. 
L'amore per Liverpool è nato per caso e non ha avuto nessuna fase programmata o chissà come guidata.
Quell'amore è stato a prima vista, come quando vai ad una festa ti giri ed incroci gli occhi di qualcuno che, immediatamente, ti porta via.
Sicché ora sto cercando di capire come mai mi è uscita quel "Liverpool" al primo colpo, senza considerare Berlino oppure La Habana che nel mio cuore ricoprono un'importanza immensa.
In egual modo, Aberdaron e Caernarfon mi regalano emozioni, pensieri e commozione per quanto mi mancano ma finora, per il mondo che ho visto fino ad adesso, il mio posto è Liverpool.
Perché proprio il Merseyside?
D'istinto mi viene da dire per il vento e per il mare.
Ho spesso sognato di vivere in un luogo dove ci fosse il mare ma non un mare convenzionale da lettini e ombrelloni. Non un mare che d'estate viene invaso da mille e più mille persone e d'inverno viene lasciato quasi al suo destino.
Io volevo un mare perenne... un mare che fosse sempre uguale a se stesso, fosse estate o inverno. Non aveva importanza.
In secondo luogo, il mare portava con se il vento... ed io ho sempre amato molto il vento anche se spesso, quando soffia impervio (e dove vivo ora succede di rado) mi mette addosso una sorta di energica agitazione.
Mare e vento vogliono dire impianti eolici e il mare davanti a Liverpool è pieno.
Il terzo motivo è che ho sempre voluto una città-non-città. O meglio una città-non-metropoli.
Mi spiego meglio. Proprio Domenica giravo per Modena con Gian ... Modena non è grande ma per me lo è già abbastanza. Della città odio il caos e il fatto di non riuscire mai a trovare parcheggio.
Non vi dico quando anni fa, mi toccava girare di sera per Milano... se non fosse stato per amici o serate programmate da tempo, avrei girato la macchina e me ne sarei tornata in Svizzera.
Beh... Liverpool ha un centro a misura d'uomo e la periferia perfettamente perlustrabile via mezzi pubblici. 
A Liverpool non hai bisogno della macchina perché gli autobus ci sono anche a notte tarda e i taxi sono economici, pratici e sicuri.
Per continuare il mio elenco, Liverpool è sufficientemente vicina ad un aeroporto di buone dimensioni ma relativamente lontana per non vivere "l'effetto-Malpensa".
A supporto della mia scelta vi dico inoltre che da Liverpool si possono prendere tutti i mezzi di trasporto: traghetti, navi grosse, treni di ogni tipo e aerei.
Forse anche questo la fa diventare la mia città perfetta.
Perché malgrado si tratti di una città su di un'isola, avrei a mia disposizione miliardi di mezzi pronti a portarmi ovunque.
Scherzi a parte, proprio mentre scrivo questo post mi rendo conto che avrei davvero un miliardo di motivi per prendere su Gian e portarlo a Liverpool con me.
Magari potrei telefonare al buon Paul McCartney... chi meglio di lui potrebbe raccontarmi la sua città?

Scherzi e voli pindarici a parte, voi ... dove sareste pronti a trasfervi domani mattina sapendo di avere il lavoro dei vostri sogni ed una casa e sapendo inoltre di poter portare con voi chi amate?

CAMRA: quando la birra è davvero buona


Oggi vi parlo di birra... o meglio ... vi parlo dei consigli che un'associazione importantissima dal nome CAMRA vi può regalare.

Senza la CAMRA non avrei mai trovato e provato i migliori pub del regno unito.

Provare per credere ... ma prima andate a leggere cosa vi racconto su nonsoloturisti.it

Cork: Tre tipi di Stout, due percezioni del mondo esterno

Ireland Cork

Se c'è un luogo nel quale ho sperimentato per la prima volta quanto vario sia il mondo (e la percezione di esso) beh... quel luogo è Cork.
Quando partii per l'Irlanda cercai di studiare un itinerario che in circa 15 giorni mi potesse regalare un'idea buona dell'Isola verde.
Quest'itinerario comprendeva anche la città di Cork, e lo faceva principalmente per due ragioni: l'autobus arrivava in quella città senza problemi e eravamo molto vicini a Crosshaven e Blarney Castle, due luoghi che il mio cuore amò al primo colpo.
Giorni fa, mentre sistemavo il mio baule pieno di ricordi, mi sono accorta di non aver nessuna foto della città di Cork tranne una mia seduta sul pavimento dell'ostello mentre sono intenta a scrivere.
In quei tempi (oddio, come mi sembro antica) si era molto più parchi nelle foto. Al ritorno si doveva svilupparle e i soldini uscivano dal portafoglio in men che non si dica.
Lessi sulla guida, prima della partenza, che Cork era una viva città universitaria, piena di giovani e di vita.
Ci arrivammo non appena un acquazzone aveva finito di spazzare via ogni granello di polvere dalla strada.
Il cielo si stava aprendo mostrando il suo azzurro intenso, l'aria sapeva di buono e i nostri passi erano tranquilli su e giù per le salite di quella città.
La prima cosa che notai fu che la parola Guinness aveva lasciato il posto alla parola Murphy ed io ero tanto curiosa di assaggiare questa nuova stout che, al tempo (parlo del 2000) non era diffusa al di fuori del Regno Unito e dell'Irlanda.
Avevo letto qualcosa sulla suddivisione "birresca" dell'Irlanda in Guinness, Murphy e Beamish e mi piaceva tanto pensare che al Sud dell'Isola verde avessero spazio delle birre non del tutto commerciali (ora lo sono) ma spettacolarmente buone. La Guinness è tonda, pannosa, avvolgente.
La Murphy è più spigolosa, fresca e molto più amara. La Beamish, per me, è la regina delle tre perché le bilancia benissimo. Tra Beamish e Murphy è sempre stato un derby dato che entrambe sono prodotte a Cork. Quello che non sapevo e che ho letto pochi giorni fa è che la Murphy è la birra dei cattolici; la Beamish quella dei protestanti. In poche parole gli Irlandesi mettono la loro irlandesità (perdonatemi il gioco di parole) anche nella birra. What else
Ma a Cork non imparai solamente a capire le differenze tra le migliori stout d'Irlanda, imparai soprattutto che la percezione della temperatura è diversa a seconda del luogo in cui ci si trova.
Può sembrare un pensiero stupido ma per me non è così banale.
Avevo 22 anni quell'anno in cui gironzolavo per Cork e di mondo ne avevo già visto un po' ma dentro la mia mente dicevo che a 30°era caldo, a 20° era primavera, a 10° cominciava ad essere frescolino e così via.
Caldo, primavera, frescolino si legavano poi, sempre dentro di me, all'outfit da indossare a seconda della temperatura esterna: canottiera, felpa, felpa e giacca.
Le mie certezze erano ben salde fino a quel giorno in cui, dopo un mega girazzo dalle parti di Crosshaven (ve lo racconterò) tornai a Cork sotto la pioggia.
Bagnata come un pulcino appena nato mi infilai sotto la doccia calda dell'ostello ... che stranamente era calda (mai fatto tante docce fredde come in Irlanda). Pulita e rinfrancata mi godevo la sensazione dei vestiti asciutti e puliti aggiunta ad un dopocena carino fatto di qualche burp post ristorante cinese (ogni tanto si varia la cucina... e dopo le 19 a Cork i pub non ci davano da mangiare) e chiacchiere con il mio Hermano Michi. Ce ne stavamo seduti on the dock of the bay a raccontarci cosa ci fosse piaciuto di più del viaggio fino a quel giorno. Calava la sera, saliva il vento ed io, oltre alla felpa, mi misi il mio k-way che male non faceva. Ah... che goduria... ora stavo bene.
Dalle chiacchiere siamo finiti ad una passeggiata post cena e, camminando in centro, ci siamo potuti rendere conto della masnada di giovincelli e non in giro quella sera.
Era venerdì e il bancomat aveva una fila che manco al panificio si trova.
Dovevamo fare bancomat anche noi e ci mettemmo diligentemente in fila, secondo il metodo celtic-anglo-sassone ovvero una bella fila dritta senza ingerenze laterali.
Il tempo passava, la fila calava ma ai miei occhi qualcosa non tornata. Ci misi un po' a capirlo ma poi ebbi un lampo di genio.
Io ero in t-shir-felpa-giacca e la ragazza davanti a me era con un top senza spalline e i sandali aperti.
Guardai un termometro presente lì vicino. Sera d'Agosto... segnava 15°.
Secondo il mio ragionamento, quella vestita giusta ero io.
Poi pensai... ma se questa per loro è estate... allora è giusto che lei sia così svestita!!??
Quel pensiero restò dentro me per tanto tempo finché non lo metabolizzai al punto da cominciare a percepire la temperatura come una vera donna del nord.
Mi è capitato quest'estate in Galles, ad esempio, di girare in bermuda e t-shirt con una temperatura di circa 12° e qualcosa (temperatura tipica del mattino).
E sapete una cosa? Stavo benissimo ... proprio perché tra me e il luogo che volevo vivere non c'erano barriere ma un contatto diretto, speciale, personale e unico.
Ogni tanto sentivo un piccolo brivido sulle braccia e sulla schiena. Poi arrivava il sole e mi scaldava come in un morbido abbraccio. Poi arrivava il vento e mi portava via di nuovo.

Ho ripensato a Cork e mi sono detta che, oltre a non aver fatto foto mie, non ho avuto nessun contatto di pelle con quella città. Non ho lasciato che il vento di quel luogo mi rapisse, per un minuto o dieci.

E ora, mentre scrivo questo post, dico tra me e me che ho davvero un bel motivo per tornare in quel luogo.
Quel motivo si chiama simbiosi.
Un secondo motivo si chiama Munster Rugby (anche se giocano a Limerick). Ma questa è un'altra storia.

Snoqualmie: una cascata, picchi gemelli, nani e giganti

Locations di Twin peaks

Tornando a casa dopo la cena di capodanno mi sono messa sul divano per staccare due minuti dalla serata prima di andare a nanna.
Erano circa le tre e qualcosa e facevo zapping sulla tele senza porre attenzione a quello che i miei occhi captavano. Poi sono arrivata su Rai Movie e tutto in me si destò: stavano trasmettendo Fire walk with me, di David Lynch.
Per chi non ne avesse mai sentito parlare trattasi del film che racconta l'antefatto dell'omicidio di Laura Palmer, il cadavere avvolto nella plastica più famoso degli anni '90. E quel corpo avrebbe poi dato vita ad una delle mie serie TV preferite: I Segreti di Twin Peaks.
Starei qui ore a parlarvi delle mie analisi e paturnie varie su quella serie e su quel film ma invece vi parlerò del posto in cui è stato ambientato e girato.
Signore e Signori, oggi la Giovy Airlines vi porterà dentro ad uno dei miei primi fantaviaggi.
Si parte alla volta di Twin Peaks, che nel mondo reale si chiama Snoqualmie.
Tale paesello montano si trova nello stato di Washington che non ha niente a che vedere con la capitale USA ma che, guardando la cartina, si trova in alto a sinistra proprio vicino alla British Columbia, ovvero una parte di Canada.
Snoqualmie è probabilmente uno di quei luoghi in cui se ci nasci vuoi andartene al più presto a meno che la tua vita non si leghi indissolubilmente all'industria del legname che, in quel posto, la fa da padrona.
E la faceva anche in Twin Peaks.
Ai tempi in cui la serie era al top lessi su di un giornale un reportage sulla cittatina di Solqualmie e ricordo benissimo che il giornalista disse che tra Sloqualmie e Twin Peaks l'unica differenza era nei nomi del diner o della roadhouse. Per il resto Lynch ritrasse fedelmente quello spaccato di America che proprio non eravamo abituati a vedere.
La gente è solita abituarsi a quell'America da copertina, tutta glamour, ville e macchinoni. L'America dei college e della "famiglia media" sempre felice e soddisfatta. Per contro, si è abiutati ugualmente all'America della malavita, quella dei sobborghi pericolosi.
Ma la via di mezzo? Twin Peaks racconta infatti una tranquilla cittadina di confine e racconta il modo in cui le certezze di quel tipo di società vengono stravolte, facendoci capire che il marcio è ovunque.
Sicché tutto questo mi appassionò al punto di farmi fantasticare sul fatto di andarci.
Già mi vedevo bere un caffé e mangiare della cherry pie al Double R Diner (che nella realtà si chiama Twede's Café) oppure fare acquisti nel department store della famiglia Horne.
Se anche voi vi perdete in questo fantasticare, sappiate che ho trovato una mirabolante cartina che vi permetterà di fare un gran tour in quel dell'immaginaria Twin Peaks.
E se questi ricordi non vi bastassero, non vi resterà altro che vivere la vera realtà di quella cittadina.
Una visita alla cascate (copiosissime in zona) potrebbe essere un bel modo per trascorrere le vostre ore e per non pensare sempre al fatto che probabilmente il cattivissimo Bob si aggira ancora in quei luoghi e potrebbe prendere possesso della vostra anima.
Sarò matta ma io le cascate me le godrei proprio quando la sera scende, immancabilmente con Falling sul mio lettore mp3. Durante quei giorni nei primi anni '90 non finivo mai di ascoltarla.
Non riesco davvero a straniare la vera Snoqualmie dalla fictional Twin Peaks e se avessi la fortuna di vincere qualche soldino al super enalotto (anche un premio minore, mi accontento di poco) prenderei su Gian per raggiungere un bel volo per il Canada.
Alla fine del nostro peregrinare sconfinerei davvero da Vancouver verso lo Stato di Washington.
E con tutta me stessa andrei a girare per quella provincia americana che mi è entrata nella mente.
Andrei a cercare la Loggia Bianca e la Loggia Nera, il Nano, il Gigante, Laura Palmer e quella cascata che, nel mezzo della sigla, mi stregava davvero.
Poi mi siederei lì e mi chiederei, per l'ennesima volta, chi ha ucciso Laura Palmer.

Info Utili:
Snoqualmie sembra davvero un luogo sperduto.
Per raggiungerlo è necessario arrivare a Seattle (che non è poco). Se viaggiate d'inverno basterà prendere un autobus verso la cittadina di confine. Snoqualmie è un luogo dove la gente va anche a sciare sicché, durante l'inverno, i collegamenti sono presenti ma dipendo spesso dalle condizioni della strada.
Per l'estate non ho trovato niente e quindi bisognerà affidarsi al buon vecchio noleggio auto. Tanto negli States le strade sono larghe...
Per dormire, restiamo in tema Twin Peaks e concediamoci quello che era il Great Northen Hotel. In realtà si tratta del Salish Lodge, non proprio economico ma sicuramente d'effetto. Sono presenti altri hotel di due ben note catene (questa e questa) a prezzi molto più normali.

Se qualcuno di voi ci va e non me lo dice ... mi arrabbio!!
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