Cibi che cambiano il Mondo


Torino Salone del Cibo

Ovvero il Salone del Gusto secondo la mia amica Barbara Oggero.

Il cibo di qualità tira, si sa. 
Lo dimostrano anche la ressa vissuta in prima persona al Salone Internazionale del Gusto di Torino, oltre al numero di presenze complessive registrate dalla kermesse, che allude a una cifra da record (e capogiro).
Seppur con la consapevolezza di trovarvi tanta gente, il mio entusiasmo per questa prima volta al Salone non è stato scalfito, né è stato ridimensionato il senso di appagamento con cui ne sono uscita svariate ore dopo, con una sporta carica di prodotti italiani e non solo per allietare i pasti casalinghi. 

La varietà offerta è infatti molto alta, anche per alimenti dello stesso tipo (ma quanti tipi di pecorino esistono?), così da accontentare sia i palati più esigenti, che quelli votati alla sperimentazione di sapori e odori.
 

I puristi delle prime edizioni possono certamente dissentire da tanta euforia, considerando che la filosofia slow-food alla base della manifestazione è stata tradita dal caos di persone che passano velocemente da uno stand all’altro senza effettivamente soffermarsi sul mondo racchiuso in ogni singola specialità.
Il vantaggio però sta nell’avvicinare a un pubblico sempre più vasto (che in tempi di crisi e spending review ha comunque speso 20€ per l’ingresso intero) l’eccellenza del cibo, quale vero e unico patrimonio dell’Umanità, portando avanti quella crescente consapevolezza verso le tradizioni, le innovazioni di qualità e le piccole realtà (come i tanti microbirrifici presenti) che meritano di emergere.
Tre padiglioni del Lingotto Fiere ospitano i presidi italiani suddivisi per regioni: un viaggio nella penisola, lunga e stretta ma così varia di sapori.

Indugiare nelle degustazioni (gratuite e a pagamento) è d’obbligo in questa sede, spaziando dal dolce all’agro, dall’amaro al salato, provocando così la temporanea pazzia delle papille gustative.
Assaggiare rimane infatti l’unico modo per deliziarsi con la sublime dolcezza del cannolo siciliano fresco, con la viscosa bontà del Cicotto di Grutti, oppure per scoprire il pecorino abruzzese stagionato nella cera (in cui era stato avvolto per preservarlo dopo il terremoto del 2009, creando così un prodotto nuovo, dal gusto intenso e pizzicante). 
Certo lo stupore declina anche nella perplessità davanti a una fila di alcuni metri di persone con un grissino in mano per ricevere la fettina di un noto prosciutto crudo, come constatare quanto la partecipazione televisiva di un pizzaiolo creativo incida sempre sulla disposizione di acquisto verso un trancio di pizza superfarcita.


Il Salone è associato in questa edizione a Terra Madre: nel Padiglione Oval sono ospitati quindi cibi del Mondo, in un affascinante giro tra i sapori endemici: dalla farina per l’injera etiopica al secco (e buono) salame di renna della Lapponia, dal sale gallese, al miele, ai paté, tutto pare poi confluire nell’orto dei prodotti dell’Africa, il grande ventre materno del genere umano.
A unire le due aree si trova la zona dedicata ai cibi di strada: dei chioschi attrezzati a cucina presentano una minuscola parte del potenziale di questo genere di alimenti che, a mio avviso, andrebbe implementato,estendendolo oltre le focacce, le olive all’ascolana e ai pescetti fritti, venduti oltretutto a prezzi un po’eccessivi per la tipologia – popolare – della pietanza in questione.

Il mio sentito e vivo ringraziamento vanno a Giovy (e alla sua amica) per l’accredito al Salone Internazionale del Gusto di Torino (ed. 2012), da cui è nato questo post.

2 commenti:

  1. :-) ... quel "please touch" mi piace molto!! ..'na volta tanto si può pure tastare la roba... :-)

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    1. Vero? mi piace da matti quella foto...

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