Paese che vai, cucina che trovi

Cucine dei diversi paesi nel mondo

Ieri, io e Claudia abbiamo scambiato due battute su Twitter sulla cucina locale provata in viaggio.
Lei, che si è appena recata a Tokio, diceva di non provare più gusto a mangiare il sushi dopo averlo assaggiato nella sua degna patria.
Questo pensiero mi ha trovata d'accordo all'ennesima potenza.
Ho sempre sostenuto che cibo e bevande siano parte integrante di un viaggio che si intraprende. Spesso non si tratta di andare in cerca di chissà che chef o chissà che ristorante da gourmand.
Sono i gusti a conquistarci e a ricordarci del viaggio intrapreso. A prescindere dalla loro forma e sostanza.
Mangiare in modo locale è anche uno dei principi base del viaggiare responsabile perché ci si cala totalmente nel paese dove siamo e lo si comprende anche attraverso il gusto.
A ciò aggiungiamo il fatto che mangiare a km zero aiuta ad inquinare meno e sostiene tutte le comunità locali.
Dialogano via twitter con Claudia, ho risposto che ciò che lei provava verso la cucina giapponese lo sentivo anch'io verso quella Messicana.
Prima di partire per il Messico mi era capitato più volte di frequentare un ristorante Messicano di Vicenza.
Al tempo era gestito da una signora Messicana (vedendo il sito, ha decisamente cambiato gestione. Se non fosse così smentitemi) e la cucina era una cosa splendida (un po' meno per il portafoglio).
Quando arrivai in Messico mi gettai a capofitto nella cucina del luogo perché sapevo benissimo a cosa andavo incontro.
Ho girato tantissimi paesi al mondo e il Messico è quello in cui, pensandoci bene, ho mangiato meglio.
Dico questo perché è uno dei pochi posti dove ho potuto assaggiare una varietà di piatti immensa.
In 20 giorni e passa non ho mai rimangiato la stessa cosa.
Ho trovato la cucina messicana davvero speciale e totalmente diversa rispetto a quella comunemente proposta in Italia.
E' una legge universale quella che dice che, di norma, un ristorante "esotico" (nel senso di diverso) si conforma leggermente ai gusti del luogo in cui si trova.
Mai legge fu più chiara per me di questa applicata alla cucina Cinese.
Dai... tutti noi abbiamo mangiato cinese almeno una volta (al mese?) e ci sono ristoranti di ogni genere.
La Cina è immensa e, pensando a ciò, si può solo immaginare quanto sia diversificata la sua cucina.
Io ho viaggiato nel Nord di quel paese immenso e, malgrado mille leggendi di chissà che animali nel mio piatto, io ero pronta ad assaggiare mille cose.
Mi sorprese, in primis, il continuo alternarsi di piatti agrodolci, piccanti e dal sapore lieve. Come se fosse un'eterna lotta di ying e yang nel mio piatto e sul mio palato.
La cucina cinese che ho conosciuto io è, per la maggior parte delle piatanze, leggera, non condita e molto più gradevole rispetto a quella che troviamo in tutti i ristoranti cinesi della nostra penisola.
Viaggiare, assaporare, vivere e gustare sono delle perfette armi a doppio taglio se messe vicine al nostro ritorno a casa.
Deliziano il nostro gusto, lo ampliano e rendono l'esperienza in un luogo-non-nostro un qualcosa di unico e speciale.
Allo stesso tempo, una volta tornati, ci "vietano" di riprovare le stesse sensazioni per un qualcosa che dovrebbe essere la stessa piatanza assaporata in viaggio.
Questa è una legge agrodolce e siceramente crudele. Ma è così.

Io e Gian, ad esempio, non siamo più capaci di bere la birra ghiacciata dopo aver gustato per giorni e giorni la splendida produzione di Real Ale delle Isole Britanniche.
Non mangio più le polpette dell'Ikea dopo averle gustate in versione "più vera" in quel di Stoccolma.
Non mangio più enchilladas perché il ricordo di quelle di Teotihuacan è ancora immenso.
Potrei stare qui a mettere in lista chissà quante cose.
C'è un solo rimedio, anzi due, per questa dannatissima parte della malattia del viaggiatore: il primo è ripartire e non sempre è possibile.
Il secondo è improvvisarsi cuochi e seguire alla lettera ricette locali.
Io ci provo e direi che le cose mi vengono bene.
Prossimamente, su questo blog, il soda bread.
Isle of Man & Lake District in my mind.... stay tuned!

3 commenti:

  1. Ciao Giovy, sono felice che tu abbia riportato con più di 140 caratteri quello che abbiamo detto ieri su Twitter e stavo pensando anche io di fare lo stesso. Per noi lo shock è stato notevole, davvero! Da circa due anni eravamo seguaci frequentatori di vari ristoranti giapponesi e una volta arrivati in Giappone ci siamo resi conto che l'unica cosa che univa i due paesi era la zuppa di miso, ma per il resto, due mondi separati, sapori diversi, piatti "italianizzati" e creati per i nostri palati. C'era da immaginarselo, succede come per i piatti italiani all'estero o quelli cinesi e messicani da te menzionati...per riprovare le stesse sensazioni, bisogna ripartire...

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    1. O si riparte o si porta nella propria cucina l'essenza vera del paese visitato.
      Dopo i nostri tweet di ieri ho cominciato a pensare ad tantissime cose assaggiate e il risultato è che, ieri sera, avrei voluto il mondo sulla tavola.

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  2. io sono d'accordo con voi, la cucina è parte integrante del paese che si visita e quasi sempre una volta mangiato o bevuto il tipico sapore e l'originale gusto è difficile che si ripeta nel paese in cui si vive. Questo dipende da molte cose tra cui l'originalità dei prodotti che appartengono alla terra in cui sono stati raccolti e poi usati!
    Se in parte è vero che basta riprendere la ricetta originale a casa propria e fare il meglio, come quando abbiamo fatto il guinness stew, non sempre funziona come la Guinness bevuta in Irlanda ha tutto un'altro sapore e và giù che è una meraviglia, dunque la soluzione per me è partire :) anche se non si può fisicamente sempre, purtroppo, partire con i ricordi e l'immaginazione.

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