L'Isola di Gorée e la sua storia difficile

Viaggio in Senegal
(Foto © 2012 Giovy - dal traghetto)
L'altro giorno ho letto un articolo che mi ha lasciata un po' così.
Parlava di possibilità di guerra civile e di sommosse in Senegal.
Il Senegal che ho visto io era un democratico, civile e culturalmente molto elevato paese africano.
Il Senegal che ho conosciuto io mi ha permesso di girare tranquilla, a 22 anni, da sola.
Le notizie, ovvio, vanno sempre verificate ma, in ogni caso, mi riempie di tristezza che le cose in quel paese non vadano come si vede.
Questo mi ha portato a pensare ad un periodo non di certo roseo per l'Africa e visto che si parlava di non dimenticare vi racconto dell'Isola di Gorée.

Dakar era avvolta nel Harmattan quella mattina.
Presi un traghetto che, nel giro di circa 40 minuti, mi portò all'isola di Gorée.
Davanti a Dakar ci sono tre isole: Gorée, la più grande, piena di storia, luogo sacro per molti rastafariani senegalesi.
Ngor, piccola, spesso senza eletricità, dove però si può pernottare al La Madrague e si può ascoltare l'oceano ogni notte.
La terza isola, La Madeleine, è praticamente un piccolo scoglio, disabitato.
Gli orari dei traghetti per raggiungere le isole variano col cambiare della marea. Per lo stesso motivo, la marea, è spesso un po' disagevole scendere dal traghetto una volta approdati a Gorée.
Gorée si presenta agli occhi di chi arriva come un piccolo pezzettino di costa mediterranea francese mescolata alla perfezione con i colori e le sensazioni d'Africa.
Casette piccole, un paio di locande e ristorantini, bouganvilles colorate e alberi di baobab.
Sullo sfondo un forte militare risistemato e visitabile. Colonna sonora del tutto i tamburi perpetuamente percossi dei rastafariani che se ne stanno tranquilli dentro il piccolo bosco di alberi bassi che si trova dietro il Forte Francese.
Un vento gentile accompagna sempre i passi di chi si avvia dentro le poche stradine di quel luogo. Davanti al viaggiatore che ha conquistato Gorée si vede Dakar, avvolta spesso nel sabbioso vento del Deserto.
Una delle piccole stradine dell'isola, quella che troverete sulla sinistra scendendo dal traghetto, lasciandovi il mare alle spalle vi porterò verso una costruzione leggermente più grande delle case normali.
Riconoscerete questa costruzione dal colore rosso scuro, quasi bordeaux, dei muri.
Vi sembrerà una casa come tutte le altre, penserete ad un lascito francese o qualcosa di simile. Effettivamente è così con la sola aggravante che quel luogo è noto al mondo come La Maison des Esclaves.
Per dirla con poche parole, trattasi di una sorta di magazzino di stivaggio degli schiavi recuperati in mezza Africa. Il complesso è stato recuperato e restaurato e reso patrimonio universale dall'Unesco.
Visitarlo è un po' un pugno nello stomaco proprio perché spesso siamo portati a dare meno peso a tragedie umane capitate centinaia di anni fa. Pensiamo al '900, a quel Secolo Breve ben raccontato da Hobsbawm ma la nostra mente tende alla staticità quando dobbiamo andare oltre e tornare a quei periodi in cui cotone, fazende e piantagioni la facevano da padrona. Quando andai a Porto de Galinhas la realtà mi balzò davanti agli occhi.
Quando arrivai a Gorée presi un altro bello schiaffo dalla Storia, dalla vita, dal mondo.

Fu dura e un piantino mi scappò anche lì ma in cuor mio mi dico che ho fatto bene ad andarci per rendermi conto di quanto difficili, dure e probabilmente sbagliati siano state certe azioni umane.
Quello che mi colpì maggiormente di quel luogo è una piccola porta senza chiusura, rivolta verso il mare. Questa finestra si chiama Porte du voyage sans retour e non ha bisogno di spiegazioni. Vi dirò solo che da lì le persone salivano sulle navi negriere.
Quella porta, quell'immagine, era l'ultimo frammento di Africa che si portavano nel cuore.

Quando uscii da lì ebbi il totale bisogno di evasione, pace, decompressione.
Complice un sole bellissimo e quei 26° gradi circa di un Dicembre che ormai volgeva al termine, recuperai una baguette e qualcosa da metterci dentro.
Mi misi seduta al sole, sul molo e guardavo il mare.
Potevo notare le nuvole di Harmattan avvolgere pienamente Dakar.
Sentivo le voci dei pescatori che sistemavano reti e barche a riva.
Chiusi gli occhi e mi lasciai portare via dai tamburi ipnotici dei rastafariani.
Ritrovai un po' di pace. Il cuore cicatrizzo e le lacrime che prima mi avevano avvolto diventarono un consapevole, presente e sincero sorriso, celebrazione della vita che sentivo scorrere dentro me in quel momento.

10 commenti:

  1. Un bel racconto di vita vissuta.
    Toccante la tua emozione e le lacrime
    che hanno rigato il tuo viso.
    Sei una persona sensibile. Edo

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  2. 26 C° a Dicembre... che invidia!!! Bel racconto!!

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    1. A 5 ore e qualcosa di volo dall'italia è così :)
      Una bellissima sensazione!

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  3. Bello. In Africa non ci sono mai stata, eppure è così vicina, mi piacerebbe.

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  4. Questo tuo racconto mi ha affascinato. Toccante, commovente e genuino...
    Starei ore a leggerti.
    Un bacio sotto la neve...

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    1. Ed io starei ore a scrivere. Un abbraccio dal paese del ghiaccio...

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  5. Questo post è veramente incredibile Giovy, quello che racconti è sempre particolare ed unico, brava cara, brava davvero.
    Io non sono così avventurosa, sai...però quanto mi piace leggere dei tuoi viaggi!
    Un bacio tesoro!

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    1. Grazie Miss Fletcher!!! a me piace da matti che tu mi legga!

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