Come trovai la cortina di ferro

Viaggio in Ungheria

C'era una volta la cortina di ferro ed io da piccola ne ho sempre sentito parlare.
Quando facevo geografia alle elementari, la cartina dell'Europa di fianco a me riportava il nome Leningrado scritto bello in grande e, dopo il crollo del muro, ce ne ho messo di tempo a convincere i miei compagni che San Pietroburgo e Leningrado fossero la stessa città.
Un mio compagno di classe, addirittura, era convinto che Leningrado fosse mutata in Stalingrado alla morte di Lenin. Del resto i due non erano proprio grandi amici e l'usurpazione del nome di una città parareva un bel gesto del tipo tu sei morto ed io no.
Negli anni successivi al 1989 mi dimenticai di quel termine ... cortina di ferro.
Arrivai al cambio di millenio e, durante il viaggio verso Budapest, mi venne in mente che avrei passato quella linea che, in quell'esatto momento era immaginaria, ma che in passato era stata pesante, tangibile, crudele.
A dire il vero io e i confini abbiamo un rapporto amore/odio.
Per me, la parola confine e la parola dogana hanno ancora un significato importante che mi fa battere il cuore mentre i militari o la polizia o i funzionari mi controllano i documenti.
Mi è capitato in ogni paese che ho visitato. Al momento del controllo documenti mi sento sempre sospesa in un momento che esiste solo per e la persona che ho di fronte.
Perché infodo, in quell'istante, sono nella terra di nessuno.
E poi il doganiere ti guarda prevenuto per partito preso. E' come se volesse trovare sempre qualcosa che non va per tenerti fuori dal suo paese.
Me ne resi conto benissimo quando vivevo in Svizzera. Varcavo la dogana Svizzera/Italia miliardi di volte e tutte le volte rallentavo, io e il doganiere ci guardavamo, e poi via.
Ogni tanto il funzionario proferiva quel "Dichiara?" che un po' mi faceva incavolare ma che allo stesso tempo dava al transito tra un paese e l'altro il significato che il mio cuore bramava.
Sarà per questo che amo la parola tedesca per dire confine ... Grenze ... perché è dura, gratta sul palato ed è rigida. Come è rigida e continua la linea che per me demarca sempre le nazioni.
Sono felice di poterla valicare senza problemi ma mi piace pensare che ci sia.
Vissi il mio momento "io e il confine" al ritorno dall'Ungheria.
All'andata, come dicevo, ci fu solo un brevissimo controllo di documenti.
Al ritorno, in una freddissima notte di inizio gennaio, la dogana sembrava un imbuto e non si capiva che cosa fosse successo.
C'erano dei pullman, tanti ... fermi e statici. Uno era stato rivoltato dai doganieri ... un altro po' e l'avrebbero smontato. Chissà che cosa portavano o chissà se i doganieri avevano solo un po' di voglia di sgranchirsi.
Dopo i pullman tante auto, dopo le auto anche noi.
Uffi ... che succede... sembra di stare in colonna per Jesolo il 5 di Agosto.
La sensazione era esattamente la stessa, con la sola unica e non trascurabile differenza relativa alla colonnina di mercurio che, come da mio desiderio già espresso nel post sulla capitale ungherese (linkato all'inzio di questo racconto), scendeva scendeva e mi faceva sentire in perfetta sintonia con le canzoni dalla parvenza invernale di Battiato.
Decisi si dirigermi assieme al Pokemon (una delle mie compagne di viaggio) in quel del micro autogrill presente di fianco la dogana.
Faceva freddo, ci scappava di tutto, dovevamo mangiare.
Non appena giunte davanti al micro-autogrill, dopo essere scivolte appena 7 o 8 volte sul ghiaccio, ci rendemmo conto che tutto quell'ammasso di genere umano davanti al micro-autogrill altro non era che il tentativo di molti di entrare nella struttura.
Avete presente quelle classiche domande tipo "come ci stanno 4 elefanti in una cinquecento?".
Ecco... stavolta eravamo 300 persone nel tentativo di entrare in una trabant. Circa. Con tanto di piumini, berretti, guanti, dopo-sci e chi più ne ha più ne metta.
Stai lì, saltella sul posto perché fa freddo, chiacchiera ... inventati ogni cosa per ingannare l'attesa. E poi ricomincia da capo ... stai lì, saltella sul posto perché fa freddo, chiacchiera ... inventati ogni cosa per ingannare l'attesa. E poi ricomincia da capo. Ad libitum...
Il tempo passava, la fila non calava ... né in dogana ... né nel micro-autogrill.
Ma uno stimolo ... quello sì... cresceva. Eccome se cresceva.
Saltella di qui, saltella di lì ... non ce la facevo più.
Chiesi al Pokemon se sentisse il mio stesso bisogno di rilasciare liquidi nell'ambiente e lei mi disse di sì con molta ansia.
La situazione era davvero grave e non sapevo come affrontarla perché il raggiungimento del bagno era qualcosa di impensabile.
" ... 'scolta. C'è il bosco...", dissi con piena convinzione.
E quando mai mi sono fatta dei problemi io?? Mai... e non me li sarei fatti nemmeno quella volta.
Certo, lo ammetto, per gli uomini è un po' più facile ma anche noi donne ci facciamo rispettare.
Il bosco è natura, la natura è pulita e va bene così.
Pronte e zompettanti, io e il Pokemon siamo corse su per una scarpata non distante dalla dogana ma ben nascosta dalla vegetazione.
Certi momenti regalano sensazioni impagabili e quello fu il top per me.
Nell'intimità del mio momento di liberazione assoluta,  tra il "non ci vedono, vero?" e un "cappero, mi si ghiaccia tutto", cominciai ad osservare il luogo scelto per quella data azione.
Tra un abete e la neve comparivano davanti a me del reticolato bello vecchio e pesante, dei pali immensi e alquanto arcigni. Dei cartelli che ricordavano che si stava lasciando una certa zona del mondo.
Con mia immensa soddisfazione, stavo facendo i miei bisogni su quella che era un tempo la cortina di ferro.
Quando fui a posto con me stessa, perlustrai qualche centimetro più in là e vagai per il bosco finché non sentii la voce perentoria di un doganiere che probabilmente aveva sentito rumori nel bosco.

La mia perlustrazione però mi confermò quanto pensato poco prima.
Finalmente l'avevo vista, esisteva, c'era ... era uscita dal libro di storia solo per me.

Anni dopo ascoltai Marco Paolini in un suo racconto di un viaggio verso la Polonia.
Anche lui ebbe esperienze empiriche sulla cortina di ferro.

Quello che mi sorprende è che la Storia davvero scorre come un torrente impetuoso.
Risalita in macchina, passai il confine tra Ungheria ed Austria. Mi voltai indietro e vedevo la frontiera farsi sempre più piccola. Dimenticai l'ilarità della mia scoperta di quella notte per un attimo e pensai, quasi malinconica, a quanta gente ha cercato di scalvalcare quel varco negli anni in cui io ero piccola, incosciente e giocavo con la mia Barbie di nome Claudia.
Non mi fu difficile capire che ci sono tanti modi di considerare le cose e che tutti sono leciti.La cosa importante è non traslasciarne mai alcuno.
Potevo ridere sulla mia disavventura e riflettere seriamente su quello che quei pali immensi e alquanto arcigni hanno significato per alcuni.
Per me è stato fondamentale comprovare la loro esistenza.

11 commenti:

  1. Il mio primo viaggio all'estero è stato nel lontano 1980, avevo 14 anni, nell'ex Jugoslavia con i miei genitori in camper, arrivati alla dogana ci hanno rovistato in tutto il camper,
    poi ci hanno sequestrato l'apparecchio CB che avevamo a bordo, lo hanno sigillato in un pacchetto poi hanno 'schedato' mio padre, e ci hanno fatti andare con l'obbligo di ripassare dalla stessa dogana all'uscita per poter controllare l'integrità del pacchetto, mi è rimasto un certo senso di disagio ogni volta che oltrepasso il confine ad est, anche se son passati tanti anni e molte cose son cambiate.
    Angela

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  2. @Angela: che storia!! Mio fratello michele mi ha raccontato tantissime cose del suo viaggio in Russia, col camion... credo gli abbiano portato via tutte le cassette musicali che aveva...

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  3. Ecco vedi? :-) anche se in viaggio (nulla di che, ferrara andata e ritorno in giornata :-)) mi fai sempre sognare con i tuoi racconti, e stasera voglio rileggere per bene perché mi interessa assai... :-)
    Intanto ti lascio un mega abbraccioneeeeee

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  4. @Devis: grande la lettura in pieno spostamento!! :) Un abbraccio grande anche a te!

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  5. bel post.. devo dirti che anch'io mi sento nello stesso modo arrivata alla dogana.. sono gli occhi dei poliziotti che mi infastidiscono.. però d'altronde fanno il loro dovere, anche se con poca delicatezza nel farlo.. Un caro saluto e a presto.. Valeria

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  6. "Sarà per questo che amo la parola tedesca per dire confine ... Grenze ... perché è dura, gratta sul palato ed è rigida. Come è rigida e continua la linea che per me demarca sempre le nazioni. Sono felice di poterla valicare senza problemi ma mi piace pensare che ci sia."
    Che bel pensiero Giovy! Ho letto il post sul Kindle e me lo sono segnato.
    Ti mando un grande augurio di buon anno, e continua a narrare i tuoi viaggi. ;)

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  7. @Valeria: grazie per i complimenti. Vero o no che la dogana mette sempre una certa soggezione?
    Cmq uno dei problemi enormi delle dogane italiane (pensa al ritorno da un viaggio, quando sei in aeroporto) è che la gente dimentica il valore dell'educazione. Tu arrivi lì e dici "buongiorno" e il poliziotto non risponde nemmeno.

    @Chagall: Ti ringrazio moltissimo e che emozione essere sul Kindle!! Tantissimi auguri e Buon anno a te.

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  8. Buon 2012 amica viaggiatrice! :D

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  9. Ripasso ora.. :D
    E riletto.
    E ti dico: grazie!!!!!

    Smack

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