Asikkala come se fosse un Magritte

Finlandia Asikkala
(Foto © 2011 Giovy)
Il nostro viaggio per tornare dalla Lapponia verso Helsinki ci portò a fare due tappe, perché i km erano davvero tanti.
La prima tappa fu a Jysvaskyla (che si pronuncia iuvascula); la seconda, un po' più a sud, fu Asikkala ... che non si pronuncia in nessun modo strano.
Mentre scrivo questo post nelle mie orecchie risuona la splendida voce di Norah Jones e la sua Come away with me. Riguardando la foto qui sopra, scattata dal bel mezzo di un ponte pedonale sul Lago Pajanne, mi rendo conto di come ci stia bene.
Era un tiepidissimo giorno d'agosto. Verso sera cominciavamo già a sentire la differenza di temperatura rispetto ai primi giorni finlandesi.
Quello che mi sorprese, al primo sguardo, di Asikkala fu una inspiegabile complementarità tra l'acqua del lago e quel cielo che mi sembrava tanto vicino.
Non so se questa sensazione possa essere dovuta alla posizione geografica o solo ad un bug della mia mente che mi dice "qui il cielo è più basso perchè sei più vicina alla parte alta del globo".
In realtà i miei pensieri altro non sono che il prodotto dell'enorme fantasia di una persona che adora supporre il perché delle cose. E sono così curiosa da andare a cercare poi il perché reale.
In questo caso non l'ho mai fatto perché non sono una gran cima scientifiica.
Io propendo più per l'arte, la poesia e la mia scienza esatta si chiama Storia, sempre con la S maggiore... come direbbe Guzzanti.
Asikkala per me riesce a possedere, seppur in modo effimero, quelle nuvolette basse e bellissime perché sembra uscita dalla mano e dagli occhi di Magritte.
Lo so, Magritte è belga e non centra nulla con la Finlandia ed io non so se quelle nuvole sono le stesse del Belgio. Quello che so e che riesco a definire bene è la sensazione che mi lasciarono dentro.
Ero lì su quel ponte dove l'unico rumore era il lieve motore di quella barca che usciva dal bacino portuale, sito in uno dei tanti canali che collegano tutto l'insieme di quell'enorme entità che si chiama Lago Pajanne.
Ero io, la Finlandia e quella leggera brezza che mi avvolgeva.
Ero io e l'immagine di quella barca che mi fece dire "ma se ci fossi io su quella barchetta".
Ero io e l'impressione totale che si stampò sulla pellicola della mia macchina fotografica.
Ricordo che quel giorno, assieme ai miei compagni di viaggio, girai un po' la cittadina finlandese.
Trovammo una specie di birreria, sperduta tra campi e boschi.
Lì bevemmo una cosa che solo gli gnomi sono capaci di produrre: il vino di fragole.
Mai nella mia mente avrei pensato ad un vino prodotto da qualcosa di diverso dall'uva. E lì c'era: fragole, lamponi ed anche un vino di mirtilli.
Assaggiai quello di fragole e ne venni rapita capendo, solo un bel po' dopo, quanto fosse un'arma a doppio taglio. Tanto è dolce, tanto è buono, tanto è alcolico.
Al gusto dei più sembra uno splendidissimo succo senza danno.
Il danno in realtà ti sale dritto dritto alla testa e, a noi, si manifestò con una gran ridarola che se ci penso mi metto a ridere anche ora.
Come già vi dissi, quella specie di osteria era contornata da boschi e campi e noi ci stendemmo su di un prato. Restammo lì a ridere e a fissare le nuvole.
Quelle nuvole, quel giorno, per me erano tutto: aquile, caramelle, fragole, barche, vento stesso, panna nella quale gettarmi.
La signora dell'osteria ebbe pietà di noi (o forse era stufa della nostra ridarola) e ci portò dei biscotti.
Per mandarli giù eravamo tentati di prendere del buon vino di lamponi. Dopo le fragole, cosa volere di più?
Ci fermammo e non appena fummo in grado, tornammo verso la baita che ci ospitava in quel frangente.
La proprietaria ci raccontò del Lago Pajanne d'inverno e i miei occhi sbarluccicavano.
Si ghiaccia così bene che ci si può passar sopra con le auto... in molti punti.
Io cercavo di immaginarmi quella distesa d'acqua tutta ghiacciata ma la mia mente non riusciva ad arrivare a tanto. Forse mi sarebbe servito il vino di fragole.

I racconti si susseguirono ed arrivò la sera.
Erano le dieci e mezza passate quando scattai questa foto al lago.
Lui mi regalò un'immagine quasi irreale di se stesso.
Fu il nostro modo per salutarci.

(Foto © 2011 Giovy)

Red Wharf Bay: to see a world in a grain of sand...

Visitare Red Wharf Bay
(Foto © 2011 Gianluca Vecchi)
Sono in fase Puffin... ovvero quella fase in cui quando vedo qualsiasi cosa che mi ricorda il Galles o il Regno Unito io esclamo ad alta voce con fare tristissimo "Puffin".
Le Puffin sono le pulcinelle di mare, che sono tanto belle.
Domenica mattina mi sono guardata una puntata di Doc Martin, telefilm inglese ambientato in Cornovaglia (come farsi male). Il Doc Martin per me è il Dottor Puffin.
Complice anche un buonissimo pranzo con maiale al sidro (ricetta a brevissimo) ed Ale buonissima, io e Gian abbiamo rimembrato la nostra giornata a Red Wharf Bay.
Quella baia è uno di quei posti che troverai sicuramente ritratti sulle cartoline che un amico che va a Nord del Galles protrebbe spedirti.
Noi eravamo su Anglesey da un giorno circa e, grazie ai mille itinerari che mi ero preparata, quel mattino prendemmo l'autobus nr. 53 fino a Menai Bridge e poi il nr.62, quello che va ad Amlwch, chiedendo gentilemente all'autista di farci scendere nel punto giusto per raggiungere la baia.
Ve l'ho già detto, in Galles tutto si raggiunge a piedi e tutto ciò fa parte della bellezza del viaggio che si sta vivendo. L'autista fece il finto burbero e mi fece capire che mi avrebbe avvertita se si fosse ricordato.
Poi esplose in una bella risata mattutina.
Warning per i viaggi in autobus soprattutto in Snowdonia e sull'Isola di Anglesey: sedetevi bene, reggetevi come se forse degli splendidi ottantenni perché si rischia la vita ogni minuto.
Ma i luoghi valgono mille volte il rischio.
Quando fu il momento di scendere, l'autista ci fece cenno e noi ci fiondammo giù dall'autobus con i nostri zainetti e la nostra voglia di scoprire quella baia.
Un piccolo segnale stradale indicava la via da seguire: dopo circa una decina di minuti (una decina di minuti??? solo??? stavolta non ci potevo credere!) eravamo approdati a Traeth Coch (traeth= spiaggia ; coch= rosso).
Davanti a me trovai uno di quei luoghi in cui, se potessi, mi comprerei la casa.
E una casa, giusto alla fine della strada era anche in vendita.
Questi sono quegli strani giochi del destino in cui la vita ti mostra tutto ciò che vorresti, nel posto giusto, nel giusto momento della tua vita ... momenti che non cambieresti di una virgola ma, helas (come si direbbe in un dramma del buon Shakespeare), non si può afferrare niente di quel sogno.
Allora non resta altro da fare che urlare un "Puffin" contro il destino e godersi quella giornata, facendo finta che sia una vita intera.
Per noi fu così in quel giorno, finalmente, pieno di sole.
Arrivavamo da quasi una settimana di acqua potente e non vedevamo l'ora di asciugarci un po'.
Cosa c'è di bello a Red Wharf Bay? Io vi risponderei, secondo il mio gusto, tutto. Ma ora ve lo racconto.
Immaginate una strada in discesa attraverso un piccolo bosco fatto di rovi di more e di bellissime quercie.
Alla la discesa è ripida e sulla vostra sinistra troverete una casa bianca, un po' moderna, con una immensa vetrata che guarda la Baia, che è proprio davanti a voi.
La Baia è grandissima e noi vi arrivammo proprio con la bassa marea davanti agli occhi, quando si vedono tutti quei 25 km quadrati di spazio che sembra infinito. Il punto di vista da cui la gente arriva è la prima stanghetta verticale di una grande U maiuscola. Ecco... voi siete (come noi lo eravamo) a metà di quella prima stanchetta verticale ... prima che la U curvi e davanti a voi avete la vostra stanghetta dirimpettaia.
Questa dirimpettaia è formata da una collina che sconfina direttamente dentro al mare. Su quella collina c'è un bosco di conifere. Dietro quel bosco c'è Llanddona, con le sue leggende e le sue streghe.
Tornando al nostro punto di vista, cominciate a camminare verso sinistra dove troverete tante casette degni di Miss Marple ma anche qualcosa di più moderno che però non stona con l'ambiente.
Ciò che colpisce è il fatto che le case siano poche ... non esiste edilizia di massa né indiscriminata e questo preserva la baia.
Di fianco a voi ci saranno scogli e mare, freddo, pescoso, profumato e vivo.
Dopo aver contemplato un po' il paesaggio da questo lato, tornate verso la strada che vi aveva portato alla baia. Proseguite dritti fino ad attraversare l'unico (per fortuna) parcheggio per auto.
Troverete un ristorante, l'Old Boathouse café ... non di certo budget ma, data la qualità del pesce di quella zona, certamente affordable.
Ma io non vi lascio fermare lì... dovete andare avanti per cinquanta metri per trovare il paradiso.
Eccovi arrivati al mitico Ship Inn. E qui, Signori miei, fermatevi sooner or later.
Se vi va di continuare ad esplorare la baia, ben venga, ci sono i segnali del Coastal Path a tenervi compagnia e mostrarvi la via. L'importante è che poi torniate allo Ship Inn perchè vi aspetta la miglior birra di Britannia, la Rampart della Conwy Brewery.
Quel giorno avevamo con noi degli splendid sandwich dello Spar di Beaumaris e pertanto mangiammo quelli, pentendoci di non aver assaggiato le prelibatezze di quel pub.
A Gian è rimasto un po' lì un dressed crab with salad che ancora ci pensa.
Per quel che riguarda me, avrei sicuramente ceduto ad un fish & chips fresco di pesca ma non lo feci, sognando probabilmente di tornare lì per poterlo mangiare. Chi lo sa...
Quello che so con certezza è che restammo seduti ad ammirare la baia da quel pub per un po' ... e sognammo per tutto quel tempo ... complice la bontà di quella Ale, complice che vento gentile che ci accompagnava, complici le api che giravano ovunque e complice soprattutto un panorama che sembrava giunto da altri mondi.
E' impressionante notare la "vita" di una marea oceanica e la Red Wharf Bay è un buon punto di osservazione per questo. Sembra che l'acqua venga rubata da non si sa che forza e che venga rispedita dentro la baia come se qualcuno avesse aperto improvvisamente una chiusa.
Questa cosa, da brava bimba viaggiatrice quale sono, mi estasia e non poco perché una marea così imponente non è cosa da Italia.
Per questo, se andrete mai a Red Wharf Bay, tenete bene in mente l'ora di calo e crescita della marea.
Quando la marea è bassa la tentazione di esplorare quei 25 km quadrati di terra emersa è grandissima.
Ma la velocità con cui la marea monta insegna a non prendere sotto gamba il tempo che il mare, gentilmente, ci concede.
Quel giorno io e Gian vivemmo proprio bellissimi momenti di tranquillità e di bellezza.
Ci tenemmo e ci teniamo tutt'ora nel cuore quel bellissimo regalo targato North Wales e lo custodiamo gelosamente perchè ce ne siamo affezionati.
L'altra sera, avvolti in calde coperte sul nostro divano, ricordavamo lo Ship Inn e il gusto delle giornate Gallesi. Tra un mio Puffin e vari lacrimoni, abbiamo ripensato a quel vecchietto incontrato risalendo la strada da Red Wharf Bay fino alla fermata dell'autobus.
Stavamo camminando e ci sentivamo seguiti. Il vecchietto ci raggiunse solo per fare due chiacchiere.
Quel "solo per fare due chiacchiere" ci spiazzò non poco ma fu così bello sentire la sua storia e capire che lui si era trasferito lì dalle Midlands solo perché lì si sta meglio.
Ci lasciò alla fermata dell'autobus e ritornò verso la baia.
Mentre salivo sull'autobus e guardavo la strada scorrere e portarmi via da Traeth Coch ripensavo a quanto quel vecchietto fosse fortunato a poter godere di uno spettacolo così bello ogni giorno.

La Red Wharf Bay è sempre là. Io ci tornerò mai?
Non so, ma per una strana associazione di idee, a me viene in mente solo l'inarrivabile William Blake e la sua impareggiabile Auguries of Innocence. Non so se lui sia mai stato in Galles e a Red Wharf Bay. Di certo le sue parole ne colgono l'essenza (oddio, ecco... adesso sto per piangere... son fatta così).

To see the world in a grain of sand
and heaven in a wild flower.
Holdi infinity in the palm of your hand
and eternity in an hour.


Ship Inn Red Wharf Bay
(Foto © 2011 Gianluca Vecchi)

Tres amigos en Consuegra

Visitare Consuegra Spagna

Pensavamo non esistesse un posto simile ma poi arrivò ... e proprio davanti ai nostri occhi saltando fuori come dal nulla. Oggi so che si chiama Consuegra e di trova in piena Mancha, Spagna... la stessa Mancha di Don Quiscotte.
Quel giorno, con i miei amici Hermano Andre e Hermano Michi, stavamo viaggiando da Toledo verso Cordoba con una spettacolare Seat presa a noleggio un paio di giorni prima a Madrid e stracolma dei nostri zaini, tende e chi più ne ha più ne metta.
Mio fratello (non quello dell'Antartide, l'altro... che di strada sul suo camion ne ha fatta a miliardi) conosceva bene le strade della Spagna e ci consigliò di viaggiare sulla N-401 e N-420, una ruta nacional di tutto rispetto che garantisce bellissimi panorami e, soprattutto, un bel viaggiare.
Noi, manco a dirlo, proprio all'uscita da Toledo, ci perdemmo ed imboccammo una strada più piccola, la CM-42, ignari del fatto che fosse sbagliata.
Dato che il navigatore non era compreso nel noleggio macchina, non avevamo altro che l'altlante stradale della Spagna (di mio fratello) per orientarci. Poco male... a me piace viaggiare alla vecchia maniera.
Guardavo la cartina e dissi ai miei amici che eravamo in piena Mancha.
Non ci spaventava il fatto di aver sbagliato strada, eravamo felici si essere in mezzo ad un paesaggio che mille volte avevamo immaginato.
Nel nostro procedere in mezzo al nulla, arrivammo vicino ad un casolare abbandonato.
La voglia di scendere e fare gli scemi prevalse su quella di proseguire il viaggio e tornare sulla strada giusa.
Scendemmo tutti e tre e, bandana in faccia, giocammo per un po' a fare i cowboy manco avessimo ancora 10 anni (e manco io fossi un maschiaccio).
Sembravamo ritornati dei bimbi e ridavamo come matti.
Ci facemmo anche una bellissima foto in versione bandidos e poi riprendemmo il viaggio.
"'scolta ... ma cosa c'è là infondo?", mi chiese Michi mentre guidava
"Boh... sembra un castello... ma con sto sole...", risposi io un po' incerta perché la luce intensa tipica di certe zone della Spagna rende tutto più difficile.
"A me sembra che ci sia qualcosa che si muove", disse dai sedili posteriori Andre.
Fermammo la nostra auto e si alzò un polverone pesante e denso che ci investì non appena scendemmo dall'auto. Per fortuna eravamo ancora attrezzati di bandane!
Fu in quel momento che notai, con mio splendido e infantilesco stupore, che sulla strada c'eravamo solo noi.
E quella strada era dritta dritta dritta ... polverosa polverosa polverosa ... lunga lunga lunga ... ed incarnava in se tutta l'essenza del viaggio visto con le parole del sapientissimo Cervantes.
Restammo lì un po' per cercare di capire che cosa ci fosse su quell'altura oltre al castello.
La luce ci accecava (malgrado gli occhiali da sole) ma alla fine ci riuscimmo e, con nostra meraviglia più estrema ci uscì dalla bocca, in contemporanea, una sola parola: Mulini.
Ecco... bastò un secondo per trasformarci in Don Quiscotte, Sancho Panza e Dulcinea. Pronti per voi direttamente dalla letteratura spagnola!
Avete presente le scene di quei film in cui i protagonisti cambiano vestiti e ambientazione in un secondo? Per noi fu così.
Concordammo subito che dovevamo raggiungere quell'altura ma prima restammo immagati ad osservare un particolare che ci aveva stregato.
Vuoi per il caldo, vuoi per l'effetto fata morgana, vuoi per l'emozione ... ma da distante quei mulini sembravano mostri agitati intenti a difendere il castello.
Io pensai subito al fatto che Don Quiscotte lottava contro i mulini a vento e per un momento mi sentii lui (chissà se uno dei miei hermanos si sentì mai Dulcinea). Mi sentii di dover diferndere quella sua attività, quel suo lanciarsi verso le cose.
Lottare contro i mulini a vento, si sa, vuol dire lottare inutilmente ma la realtà, vista dai miei occhi in quel momento, era ben diversa.
Niente era inutile e tutto vero e tangibile.
La macchina riprese il suo viaggio. Raggiungemmo il castello che visitammo e ci piacque molto.
Il panorama, da lassù, era fantastico e regalava alla mia definizione di visione a 360°tante altre belle accezzioni di cui feci immediatamente tesoro.
I mulini poi ... con il loro bianco esaltato e amplificato dal sole forte della Spagna sembravano creature venute da un altro pianeta.
Non so ... non so spiegare perché ma, in quel giorno, sentii l'esigenza di appoggiarmi completamente ad uno di quei mulini che, gentilmente, mi restituiva il suo calore quasi per farmi capire che, infondo, lui era vivo.
E' quella sensazione che mi sento dentro anche ora mentre vi racconto questa, ennesima, avventura.
Fino a quel giorno pensavo che l'immagine ben conosciuto di Don Quiscotte + Mulini fosse nata dal bisogno moderno di trasporre le storie di Cervantes in un contesto conosciuto, raffigurabile.
Quando fui dentro a quel contesto e capii quanto fosse reale e tangibile mi emozionai in un modo tutto nuovo.
Come quando ti raccontano che un luogo è fantasia e tu lo trovi per caso e vai in giro a tutti che è vero.

Perciò se mai vi troverete nella zona centrale della Spagna, quella sopra l'Andalucia e sotto Madrid, lasciate che la vostra auto venga stregata e vi porti dove vuole lei.
Come noi quel giorno ... quando infondo credemmo di sbagliare strada.
Magari era solo la forza di Don Quiscotte che ci attirò a sé.

Raggiungemmo Cordoba in serata, mentre il sole cominciava il suo cammino verso un tramonto tra l'arancio e il rosso.
Noi andammo avanti a chiederci per un po' ... " ma avete visto dove siamo stati oggi?"

Un vento a trenta gradi sotto zero...

Viaggio a Budapest Ungheria

C'era una volta un pullman che in un freddo inverno mi portò in Ungheria.
A cavallo di capodanno raggiunsi la capitale ungherese, assieme ad alcuni amici.
Era il mio primo giro nell'Est Europa e non avevo idea di che cosa aspettarmi.
Il viaggio fu lungo, dormii a tratti perché la curiosità era davvero molta. Ma dai finestrini non si vedeva niente... se non quasi all'alba quando un lago comparve vicino a noi.
Era il Balaton, luogo di soggiorni estivi per la popolazione ungherese nonché lago più esteso di Europa.
Sarà stato per l'alba ... ma a me quella mattina sembrava tutto rosa
Mentre viaggiavamo io ripensavo ad una ragazza che, per un dato periodo di tempo, era rimasta come auditrice nella mia classe del liceo. Lei veniva da vicino Budapest e voleva imparare l'italiano.
Dell'Ungheria mi disse solo che era bella e che tutti bevono molto tea.
Io osservavo le praterie magiare mescolando questi pensieri con le immagini di quella pseudo ungheria che mi arrivavano dai film di Sissi: pastori nomadi, violini e gente che si diverte.
A tutto questo aggiunsi anche quel pizzico di immagine di Attila, re degli Unni (diciamo un po' mixato con Attila il flagello di Dio) che era risaputamente ungherese.
Ma due cose contribuivano maggiormente ad esaltare la mia felicità e bramosità nel raggiungere Budapest: la temperatura e il fatto che avrei potuto raccontare ai miei amici, senza sentirmi fuori luogo, la vera storia della principessa Elisabetta di Baviera... che era anche Regina di Ungheria.
Voi mi darete per matta a riguardo del freddo ma in quel periodo ero tutta Prospettiva Nievski ad ogni ora! Se qualcuno mi chiedeva di fargli una cassettina o un cd con qualche canzone che mi piaceva io ci andavo giù pesante di Battiato.
Sicché passai i giorni prima della partenza a consultare il meteo on line per capire se davvero avrei potuto testare quel vento a trenta gradi sotto zero che faceva molto soviet e molto est europa.
I dati meteo mi davano ragione e, per quei giorni, si oscillava attorno ai -20. Ero contenta... ma non ancora del tutto perché mancavano ancora 10 gradi a quella sensazione che volevo provare.
La seconda ragione riguarda e manifesta in pieno il seme storico che è in me.
E' un bene che l'umanità sappia che la Sissi vera era l'esatto contrario della Sissi-Romy Schneider che molti, se non tutti, abbiamo potuto vedere almeno dieci volte ogni Natale.
Ed è altrettanto un bene che l'umanità sappia che la suddetta regnante non era solo amica del Conte Andrassy bensì ne era la riconosciuta amante tanto che si vociferava (e gli storici ne sono quasi certi) che il secondo figlio di Sissi (ed erede al trono) altro non era che il figlio del conte ungherese.
Ah... strane cose succedevano a corte e ancora più strana era l'espressione della mia amica Pokemon quando io le dicevo che Sissi era una baldracca e lei mi rispondeva che non era vero.
Questo è il tipico esempio di come i media possano plasmare la reale identità delle persone e pertanto, è la totale conferma che il passato si può manipolare.
Il palazzo in cui viveva la fedifraga imperatrice è davvero bello. Situato in quel di Buda, la parte alta della città, che si può raggiungere attraversando il mitico Ponte delle catene.
In quella parte di città ebbi da che lustrarmi gli occhi in quanto a vicoli, stradine, bastioni e cose antiche.
Il Bastione dei Pescatori è imperdibile, soprattutto se con voi c'è qualche amico che non vede l'ora di sporgersi dalle balaustre e urlare Dove passo io non cresce più l'erba, caro... guardando fiero quell'Attila re degli Unni e chiedendosi come mai non ha il bel faccione baffuto di Abbatantuono.
Stare lì, sul Bastione dei Pescatori mi diede la possibilità di realizzare il mio sogno about temperature.
Ebbene... ero tutta imbaccuccata nel piumino con tanto di sciarpa, berretto, guanti e cappuccio addosso (senza contare che sotto avevo il pile, la maglia pesante, la canottiera di lana, calzamaglia, jeans e doppio paio di calze negli anfibi) quando mi girai e vidi un termometro segnare -28. Potevo sentirmi quasi realizzata e in quel momento mi dissi nel profondo del cuore quanto fosse facile tollerare certi freddi quando non sono umidi. Stavo camminando in discesa per tornare da Buda verso Pest ed era tardo pomeriggio, già buio.
Camminavo tranquilla in quel freddo che sentivo tanto mio quando si alzo un vento che spirava esattamente nella nostra direzione. Lì capii che il vento a trenta gradi sotto zero è tagliente quanto mille coltelli sho-gun con tanto dell'aggiunta dello chef Tony. Fu una questione di pochi minuti ma mi tagliò la faccia.
Le mie guance da Heidi reagirono diventando vermiglie all'ennesima potenza.
Chiusi tutto quello che potevo chiudere e lasciai fuori solo gli occhi.
Con un freddo così, camminare diventa un imperativo e fu così che, passo dopo passo, raggiungemmo Andrassy Utca, viale dedicato al grand conte Andrassy ... sempre per tornare in tema Sissi.
L'unica cosa che in quei viaggi appresi della lingua ungherese è che ut vuol dire via e utca vuol dire viale.
Altro non chiedetemi... l'ungherese è parente del finlandese e del turco. Si capiscono solo tra loro.
Cosa si fa in Andrassy utca (ovvero a Pest)? Ma si va a mangiare una specialissima fetta di Sacher da Lukacs!
Trattasi di uno dei café più Wiener style ... trattasi di uno di quei posti in cui si sente ancora lo sbarluccicare dell'impero Austro-Ungarico. E se c'è una cosa che gli ungheresi hanno imparato benissimo dai viennesi ... beh ... questa è la Sacher, che da Lukacs vi verrà servite in fette da mezzo kilo l'una.
Oddio, non l'ho pesata ... ma credo che, data la grandezza, ci mancasse poco.
Con quel freddo le calorie si bruciano anche solo masticando sicché, subito dopo aver dato il tempo allo stomaco di affrontare la Sacher, ci siamo diretti alla ricerca di un Gulash d.o.p.
E quando affronterete il freddo ungherese capitete quanto sia importante che il gulash sia piccantissimo.
Così fu il nostro, consumato allegramente in T-shirt (lo sbalzo di temperatura tra dentro e fuori gli edifici è imperiale), in quel di un ristorante chiamato Belvarosi Lugas Etterem (dove etterem credo sia ristorante...ecco so un'altra parola di ungherese). La paprika mi fece perdere la sensibilità al sapore della birra ma, grazie al cielo, fu fedele compagna nell'affrontare nuovamente quel vento a trenta gradi sotto zero che tanto volevo conoscere.
Il giorno dopo replicammo col Gulash, ma questa volta approfittammo allegramente del mercato coperto di Budapest, luogo perfetto per trovare un ricordino da portare a casa e per recuperare giusto quel kiletto di paprika che ognuno di voi vorrà acquistare. Almeno per noi fu così. Per trovarlo scendete a Fovam Ter (ecco... Ter vuol dire piazza, ne so un'altra).
Facemmo di miliardi di km in quella città e ci piacque molto la metropolitana per la quale affrontammo scale mobili dalla pendenza immensa. Provare per credere!
Dopo tutti quei giri posso dire che Budapest mi conquistò e non poco.
La sua Sinagoga fu la prima che vidi in vita mia e mi incuriosì moltissimo.
Adorai le chieste, soprattutto la Basilica di Santo Stefano (ma ero anche in preda al gulash) e invidia per un po' quel Parlamento neogotico.
Mi conquistarono le sue terme. Che dopo tutto quel camminare e quel mangiare ci vogliono tutte.
E sapete che vi dico? Non ci tornerei mai d'estate.
Perché certi posti stanno bene con quell'atmosfera rarefatta tipica dell'inverno.
Perché mi ci rivedo proprio a sedermi sui bastioni a Buda, in mezzo al crepuscolo invernale, con gli occhi persi a dire ... e il mio maestro mi insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro all'imbrunire.

L'estate antartica negli occhi di mio fratello

(Foto © 2011 del fratello della Giovy)
Per me Antarctica era solo un gran bel motivo musicale di Vangelis.
Era la musica esatta per sognare quel continente che non avrei mai conquistato e che mai avevo sentito vicino al mio modo di viaggiare.
Sono sempre stata viaggiatrice e mai esploratrice stile Livingston o simili.
Fino a quel giorno di circa un anno fa quando mio fratello mi telefonò per dirmi che era stato scelto per fare parte della XXVI Spedizione Antartica dell'Enea.
La mia prima reazione manifestata fu: "si può venire a trovarti?".
E lui partì, tra il mio stupore e la certezza che sarebbe riuscito a fare di quel genere di viaggio un'esperienza che avrebbe ricordato sempre.
A tutto ciò aggiunsi un pizzico di invidia perché... caspita... lui avrebbe conquistato un continente che io mai, probabilmente, avrei visto.
Ma come si fa ad arrivare in Antartide? Eh già ... perché mica c'è il Charter con destinazione Baia Terranova.
Mica c'è la nave della Costa che ti porta direttamente lì, dove il mondo è a testa in giù.
Il viaggio fu lunghissimo e già mi chiedo, se fosse capitato a me, come l'avrei vissuto.
Italia-Londra in aereo e poi qualche ora di attesa ad Heathrow.
Poi il super volo... quello che finora non ho ancora mai fatto... quello lunghissimo che gira tutto il mondo.
Londra-Singapore-Sidney. Aiuto... circa 24 ore, se non di più contando lo scalo.
E a Sidney si è poco più a metà del viaggio ... perché poi si deve raggiungere Hobart, in Tasmania.
Ma non è ancora finita. Da Hobart, una bellissima rompighiaccio vi porterà in circa 6 giorni ad approdare là, dove l'uomo sfida molti dei suoi limiti.
Insomma... a conti fatti ci vogliono circa 7 o 8 giorni per arrivare in Antartide.
Io e mio fratello ci scrivemmo poco, mentre era via. Lui comunicava con la sua famiglia e loro, di conseguenza, con me. Non appena lui arrivò, lessì una mail di mia cognata che mi diceva che era andato tutto bene.
Fino a quel momento contavo i giorni e mi dicevo ogni mattina"chissà dov'è mio fratello".
Assieme a quella mail mi arrivò un allegato... che altro non è che l'immagine che vedete qui sopra.
Trattasi di una delle prime foto che mio fratello fece una volta arrivato a Baia Terranova, dove si trova la stazione Mario Zucchelli, Casa-Italia come la chiamano i partecipanti della spedizione.
Quello è l'eterno giorno dell'estate antartica. La temperatura in quel momento si aggirava attorno a zero gradi, forse uno sopra lo zero.
Il clima è talmente secco che il freddo non si sente.
L'assenza totale di umidità e la presenza costante del sole (non ha mai visto una nuvola in quasi tre mesi di permanenza) aiutano la sopportazione di giorni in mezzo al bianco e blu più totale.
Stando ai racconti di mio fratello, i primi giorni sono stupore, scoperta e incredulità assoluta.
Poi arriva il difficile... il bianco manda fuori di testa ma loro erano fortunati ad avere davanti alla base il mare e gli iceberg che, giornalmente, mutavano la loro forma.
Avete presente il gioco trova la forma delle nuvole? In Antartide non si fa... si gioca a trova la forma dell'iceberg.
Per affrontare l'eterno giorno se ne inventano di ogni finché non prendi il ritmo.
E quando lavori 12 ore poi ... il ritmo lo prendi di sicuro.
Ma sei felice... almeno così mi diceva mio fratello ed io ero felice per lui.
Perché lì, in mezzo a tutto quel bianco, lo sentivo libero e vivo ... sentivo che stava provando una sensazione impagabile che vive solo chi arriva nelle terre dove l'uomo non è conosciuto.
E, dobbiamo ammetterlo, ora come ora pochi viaggiatori si possono permettere simili grandiose soddisfazioni.
Volete mettere un pinguino imperatore che vi dice "You are Giovy's brother I supposed!".
Eterno sole, eterno bianco, eterno blu del cielo, eterno freddo.
La notte arriva solo con l'inverno e lì le stagioni sono capovolte.
Mio fratello ha fatto cose, ha visto gente, ha lavorato dove l'uomo non è padrone.
Ed ha trovato anche l'occasione di farmi un regalo impagabile.
Un giorno, verso mezzogiorno, suonò il mio cellulare.
Non riconoscevo il numero... era strano... pieno di + e non capivo.
Risposi. Con un po' di ritardo arrivò la sua voce.
In Antartide era già arrivato il giorno del mio compleanno... in Italia sarebbe cominciato 12 ore dopo.
Ma là no... era il mio compleanno in quel giorno di gennaio.
Ci accomunava la stessa temperatura, malgrado la differenza di stagioni.
Mi disse che stava bene e che voleva farmi gli auguri. In realtà lui mi portò con sé in Antartide nel pensiero e nella realtà in quei pochi minuti che passammo assieme al telefono.
Riattaccai quasi commossa, come quando chiamava a casa quando ero più piccolina.
Per pochi minuti, anche se solo con la voce, ero "vissuta" dove il mondo è sempre bianco e capovolto.
Poi lui tornò... e rifece di nuovo quel viaggione a ritroso: la nave rompighiaccio, il volo dalla Tasmania a Sidney. E poi Sidney-Singapore-Londra. E poi Londra-Italia. E poi in macchina fino alla sua casa.
Lo vidi alcuni mesi dopo il suo ritorno, mi mostrò miriadi di foto spettacolari e mi raccontò delle orche, dei pinguini e dei pesci artici.
Mi raccontò del suo Natale, delle cene che facevano e mi raccontò dei colori del ghiaccio ... che sono mille e tutti e mille ti portano via.
Mentre parlava io pensavo solo a quella telefonata che mi fece. E sorrisi, tanto.

Anche la roccia può essere Deserto


Deserto del Sinai Egitto

Quando sei piccolo e ti chiedono di disegnare il deserto tu prendi le matite di ogni genere di giallo e poi quella che ha scritto su "sabbia" perché lo sai benissimo che la sabbia è chiara.
Da piccoli non si ha il concetto quasi modaiolo del color beige, cammello, oro sabbia o quant'altro.
Sicché per te il deserto è sempre giallino o giù di lì.
Poi capita che, complici mille strane concetture del destino e anche il fatto che tuo fratello più grande ha un lavoro poco comune che lo porta spesso in giro (sì... andare in giro è un difetto di famiglia...), tu parti per l'Egitto.
E non parti da sola... no... ti porti dietro il figlio quattordicenne di tuo fratello perché è bellissimo pensare ad un viaggio zia-nipote, soprattutto quando la zia non ha sessanta anni e non ti porta in riviera.
Era un giugno di qualche anno fa, zaini pronti per entrambi, aeroporto italiano all'alba. Tuo nipote al primo volo e tu felicissima per lui.
L'aereo partì con un po' di ritardo. Vi avrebbe portati, in circa 5 ore, in una notissima località del Mar Rosso perché la base dove risiedeva tuo fratello era proprio lì.
Poco male, pensasti, un giro al mare ci sta bene.
Arrivaste ma tuo fratello non riusciva a venirvi a prendere. Tu l'arabo non lo sai ma in qualche modo ti saresti fatta capire. Andò bene e su di un furgoncino scalcagnato raggiungesti un albergo molto low profile e per questo ti piacque molto. Tuo fratello è un militare e ti disse, prima del tuo arrivo, che saresti dovuta stare lontana da quella Naama Bay tanto turistica perché lì lui non ci poteva stare.
Allora trovasti quel piccolo albergo vicino alla parte vecchia di quella cittadina, dove vive la gente normale e dove i turisti vanno solo per cercare le scarpe taroccate a pochi soldi.
Tu ne eri contenta perché le zone troppo turistiche e finte proprio ti fanno venire l'orticaria e sei contenta di non aver visto neanche mezzo centimetro di Naama Bay in quella vacanza.
Faceva caldo quella sera, ma non troppo. Sentivi un vento tutto nuovo sul viso e ti piaceva, come ti piaceva la musica araba che usciva dalla radio dell'autista.
Tuo nipote poi era felice di aver inaugurato il passaporto e tu lo eri di più perché era con te.
Circa tre giorni dopo il vostro arrivo, prendeste un pullman per raggiungere Il Cairo (e come non pensare ora a quella città).
La tua mamma pensa ancora che sia stato un qualcosa di organizzato. Invece tu prendesti un trasporto di linea che viaggiò in piena notte.
Il pullman era pieno. Tuo nipote voleva restare sveglio quella notte ma, poco dopo la partenza, crollò e ronfava avvolto nella felpa. L'aria condizionata ti stava congelando i capelli e ti avvolgesti anche tu nella tua felpa e nella sciarpa.
Il buio era totale, così totale che tu non l'avevi mai visto.
Sentivi chiaramente la strada sconnessa e tutti i sassi che il pullman scansava e dentro di te speravi che l'autista non bucasse perché già ti vedevi vagare per il Sinai con la sola acqua che ti eri portata e i cracker egiziani senza sale. Per un momento ti sei chiesta se avessi fatto bene a coinvolgere tuo nipote in quell'avventura e guardandolo dormire beato ti aiutò a darti una risposta positiva.
Eravate nel buio più buio del mondo e l'autista si fermò. Per un momento trasalisti e ti avvicinasti a tuo nipote quasi per proteggerlo. Perché si era fermato in piena notte in mezzo al nulla e a quel buio totale?
Il buio non ti piace, l'hai riscoperto l'altro giorno quando a casa tua, nel tuo presente, è mancata la luce per una mezz'ora. In quel momento, in Egitto, notasti solo la gente che scendeva dall'autobus e chiedesti in inglese che succedeva.
La vostra fortuna fu la presenza di una guida che andava a Il Cairo per portare in giro un gruppo di Italiani e lui era proprio su quel pullman. Ti disse che la fermata era un pipì-stop e che potevamo scendere anche noi se ne avessimo avuto il bisogno.
Di solito non si sente il bisogno finché qualcuno non te lo ricorda e per te fu così.
Guardasti tuo nipote ronfare, non sapevi se scendere  o no ma alla fine cedesti.
Se non fosse stato per i fari dell'autobus non avresti visto niente e non capivi se fosse la paura a spingerti a cercare un posto dove fare i tuoi bisogni.
La paura... già ... di tutta quell'oscurità e paura del fatto che il pullman ripartisse lasciandato lì come nei peggiori film che potessi conoscere.
Poi arrivò la grande domanda: dove la fai la pipì in un posto dove non ci sono cespugli o alberi?
Fu il quel momento che l'oscurità ti diventò amica e, allontanandoti di pochisismo dal pulmann, nessuno più poteva vederti.
Tremavi un po'... forse il freddo del deserto perché è vero che lì fa freddissimo di notte.
Forse il buio... perché sembrava avvolgerti come un mantello e tu eri lì in mezzo da sola.
Facesti quel che dovevi fare e poi ti alzai. Per un momento alzasti gli occhi al cielo e lì capisti come vincere la paura del buio.
Sopra di te vedesti il cielo più bello di tutto l'universo e ti uscì dalla bocca un "Eh..." tra il sommesso e lo stupito. Restasti lì, al buio, distante dal pulmann che pareva un ufo atterrato sulla luna.
Eri un misero puntino nell'universo che si manifestava sopra di te con tutta l'immensità di cui potesse essere capaca. Ed allora pensasti che forse c'è un perché tanta religione e tanto dialogo con Dio venga proprio da quei luoghi.
Sentisti di essere quasi smarrita e, spostandoti poco più avanti, ti sedesti a terra non curante di dove fosti, non curante di trovare serpenti o scorpioni o chissà che cosa.
Fu lì, a gambe incrociate, col volto grondante di lacrime che pensansti quanto fosse bello essere al mondo.
Poi risalisti sul pullman, tuo nipote ronfava ancora. L'autista vi contò. Si ripartì.
Continuavi ad osservare il cielo dai vetri del pullman ma non era la stessa cosa. Il pullman ti conteneva ed eri meno vulnerabile di prima. Ti addormentasti anche tu.
Ti svegliasti quando l'autista stava girando verso una specie di area di servizio con delle giostrine dai volti così inquientanti da poter essere frutto della mente di Stephen King.
Scendesti e ti trascinasti dietro tuo nipote. Due caffé ignobili e dei dolcetti molto magreb style, dolcissimi al punto da darci energia per almeno mezza giornata.
Niente bagno... camminaste un po' per sgranchirvi le gambe.
Fu allora che ti rendesti conto che davanti a te avevi il Canale di Suez, una di quelle cose che sai benissimo che sono state costruite e inaugurate ma che mai ti aspetteresti di vedere.
C'erano dei mercantili enormi in fila per passare le chiuse. Che emozione strana che provasti!
Poi fu Il Cairo e poi di nuovo un ritorno.
Questa volta dormisti quasi tutto il tempo per lo sfinimento di due giorni pazzeschi nella città immensa.
Ti svegliasti giusto in tempo per renderti conto che il deserto è roccia e che le dune lì non ci sono.
Ci sono i sassi, c'è roccia dal bordeaux al giallo ... a tratti fucsia... ma come cavolo fa ad avere quei colori lì.
Pochi giorni dopo poi, ripartisti per tornare in Italia.
Era quasi l'alba quando salisti sull'aereo.
Restati incollata al finestrino assieme a tuo nipote che, questa voltà, restò sveglio per un po'.
Quello che vedesti dall'aereo fu un regalo senza prezzo e allora dicesti grazie a quel charter che partiva ad un orario impossibile.
C'era l'arancio del sole che nasceva e quella tavolozza di colori che è il deserto del Sinai.
Chi era in aereo con te era intento a dormire o a chiedere un caffé alle hostess.
A voi, tu e tuo nipote, poco ve ne fregava degli snack... e per tuo nipote è tutto un dire.
C'era un incendio di colori fuori dal finestrino che non potevi perdere.
Erano le stesse montagne che avevi visto dal mare, durante una serata con tuo fratello.
Era lo stesso tramonto infuocato che vedevi ogni sera, da quel puntino abitato sul fondo della penisola del Sinai.
Era semplicemente il Sinai... quello delle tavole della Legge e di Mosé.
Era quello di mille storie millenarie che tante volte hai sentito.
Erano il rosa, l'arancio, il giallo, il marrone, il color rame, il fucsia e la roccia pura mischiati assieme.

Da quel momento, dentro la tua mente, il deserto è solo roccia.
Una roccia così colorata da poter essere pensata e creata solo da un qualcosa di superiore, sia esso un'esplosione o la mano di qualcuno. Che ci si creda o no. Che lo si celebri  o no.

Solo in quel momento capisti quella frase che De André scrisse e cantò.
"... lo può dire soltanto chi può raccogliere in bocca il punto di vista di Dio..."

Sua Maestà ... il Fish & Chips

Ricetta Fish and Chips

 Oggi... tutti in cucina. La cucina è un ottimo antidepressivo e il lunedì tutti abbiamo bisogno di qualcosa che ci tiri su.

Il Fish & Chips ha il suo impero e come tale va rispettato.
Riprodurre in casa la ricetta più conosciuta della cucina made in Britain può risultare difficile.
Alla facilità dei materiali corrisponde una difficoltà data soprattutto dal fatto che, per friggere bene, c'è sempre bisogno di una grande quantità d'olio.
Come ben dice qualcuno che di cucina ne sa più di me, più olio si mette ... meno le cose si imbombano e migliore risulta la frittura.
A questi elementi aggiungiamo anche il fatto che l'olio debba essere molto caldo e che la pentola sia adeguata.
C'è chi predilige le padelle. Io preferisco le casseruole.

Detto ciò, ho vagato per il web in cerca della ricetta perfetta per il fish & chips.
Come per tutte le cose tradizionali, esistano miliardi di versioni... ed invito ognuno a creare la propria.
Io non mi sono ancora adoperata del tutto ma sono lì lì.

Ci sono dei fondamentali che non vanno tralasciati mai: qualità del pesce, qualità della birra, qualità dell'olio per friggere.
Il pesce va comprato essenzialmente fresco, soprattutto perché quello surgelato fa l'acquetta e poi vi fa schizzare l'olio. Non esisterà altro pesce che il merluzzo. Preferite pezzettoni corposi.
A riguardo della birra, il fish & chips is typically beer battered e pertanto scegliete una birra di qualità anche perché per la pastella ne userete poca. Il resto ve la berrete ... tanto vale che sia buona, no?
Ultima cosa: io ho il mio olio predisposto alle fritture che, a mio modesto parare è ottimo.
Non lesinate sulla quantità mentre friggete. Il pesce nel mare nuota, no? Non annega mica.

Arriviamo quindi agli ingredienti per il pesciolino.
Ho convertito le misure britanniche in misure italiche. Potrebbero sembrare strane per questo motivo:
  • 4 pezzettoni di merluzzo fresco
  • 170 grammi di farina 00
  • 1 cucchiaino di bicarbonato
  • 226 grammi di birra (sarebbero 8 once. fate voi)
  • succo di metà limone
  • sale qb
  • un paio di cucchiai di farina per ripassare il pesciolino
  • Olio per friggere (almeno un litro, compratene due per sicurezza)
Il procedimento è facilissimo.
Vi basterà mescolare la farina, il bicarbonato, il succo di limone, la birra e un pizzicone di sale.
Amalgamate tutto in una terrina per formare una pastella niente male.
Quando avete finito, il composto non dovrà risultare troppo liquido.
Consiglio dei consigli: mettete quella pastellina in freezer ... così, di brutto.
Il massimo della vita sarebbe lasciarla al freddo (in frigo in questo caso) un'oretta. La pastella fredda freddissima frigge meglio. Vedete voi il tempo che avrete: se è poco scegliete il freezer per 15 minuti circa. Otherwise... let's put it in the fridge!
Dopo aver fatto tutto questo, ed aver fatto scaldare l'olio benissimo, infarinate un po' il pesciolino, tuffatelo nella pastella e poi dritto nell'olio.
Lasciate friggere finché non avrà raggiunto un bel colorito dorato.

Per le patatine non vi spiego niente. Potete friggerle in concomitanza col merluzzo, in una pentola diversa.
Se preferite, fatele in forno.
My suggestion is tagliare le patate un po' grossine e friggerle con tanto di buccia (ben lavata però!)

Servite il tutto con salsa tartara o, my favorite, garlic sauce!
Nel Nord dell'Inghilerra e in Galles si è soliti accompagnare il tutto con un puré di piselli al quale verrà aggiunta una fogliolina di menta che ci sta proprio bene.

Niagara: tutta colpa di una cartolina

Picture from Google Images

In principio fu una cartolina che mia nonna Cecila teneva appesa vicino al calendario in cucina. Era di una sua nipote che era emigrata in Canada, sfruttando il viaggio di nozze per attraversare l'oceano in nave. La xera ndà fora ... come si diceva comunemente in veneto ed era andata a vivere a Montréal. Non aveva esistato però a mandare una cartolina delle Cascate del Niagara a mia nonna, durante un viaggio fatto per ammirare una simile meraviglia.

Chicago State of Mind

Viaggio a Chicago

Lo so... messo così il titolo sembra brutto. Diciamo pure che il nome della città non aiuta.
L'altra sera sono andata a teatro per vedere La Resistibile Ascesa di Arturo Ui di Brecht e, oltre a pensare a miliardi di cose legate al nostro presente politico... ho ripensato al connubio tra me e Chicago.
Era il 9 Agosto di quell'anno in cui avevo quindici anni quando arrivai per la prima e unica volta nella windy city. Eppure me lo ricordo come se fosse ieri.
Viaggiai in pullmann per circa 12 ore da Buffalo al lago Michigan su strade talmente larghe che le nostre autostrade sembrano mulattiere. Per forza, lì c'han spazio da vendere.
L'immagine che ho ben salda dentro la mia mente è legata ad una sensazione di totale respiro.
Durante quel viaggio a New York avevo patito una gran afa, al confine col Canada stavo bene ed avevo paura di sentire di nuovo quella sensazione attaccosa tipica da grande città d'estate.
Ed invece no. A Chicago c'è il Lago e dall'altra parte solo il Canada. In mezzo solo vento il che garantisce una temperatura spettacolare (per i miei standard nordici) d'estate ma obbliga al vento a trenta gradi sotto zero d'inverno.
Ma era Agosto ... quindi non pensiamoci.
Io ho adorato subito il vento che mi spettinava e mi accarezzava il viso.
Mi era mancato così tanto a NY!
La seconda cosa che ho adorato è stato, mi ripeterò, il lago.
Camminando lungo tutti i parchi che costeggiano il lago mi fermavo a guardarlo immagata chiedendomi ogni minuto quanto fosse grande. Ero stupita perché io non avevemo mai visto, dal basso dei miei 15 anni, un lago così grande da sembrare un mare. Oggi so che quel lago è quasi 58'000 km quadrati, praticamente un quinto dell'Italia e il pensiero mi stupisce come quel giorno.
La terza cosa che ho adorato è stata la musica perchè entrai alla House of Blues e girai tutta la città col pensiero dei Blues Brothers. Gli amici che erano con me, più grandi della sottoscritta, avevano individuato il mitico motel dove Jack e Elwood risiedevano. E ci andammo.
La quarta cosa fu la metropolitana ... che in realtà spesso è una sopraelevata e fa tanto atmosfera urban.
E proprio lì, tra la sopraelevata e e il Plymouth Motel che mi azzardai a mangiare un hot dog guarnito di una senape stranissima che tendeva al verde. Me ne accostai un po' incerta ma poi mi piacque da matti.
E sono ancora viva, anche se non so ancora che cosa fosse quella salsa.
La quinta cosa che adorai e che bramai fu la Sears Tower, o meglio la salita alla Sears Tower.
La aspettai per tutto il giorno, per tutto quel bellissimo peregrinare in nome dei Blues Brothers.
Volevo vedere se, da lassù, riuscivo a scorgere l'altra sponda del lago.
A NY ero salita sull'Empire State Building ma attorno a me c'era un'immensa città.
Attendevo così forte la Sears perché davanti c'era quell'immensità d'acqua che tanto mi incuriosiva.
Era il 10 Agosto di quell'anno in cui io avevo quindici anni.
Arrivammo ai piedi del bramatissimo grattacielo dopo aver vagato per la città ed aver scoperto che ovunque c'erano i cartonati di Michael Jordan.
Scoprii anche che Chicago è piena di canali navigabili... ma questo lo vidi anche nei Blues Brothers.
Scoprii anche che quel giorno la Sears era chiusa.
E piantai i piedi come una bimba imbronciata che strillava "Ma quando ci torno io a Chicago per salire sulla Sears?!?!?!?"
Non ci sono più tornata, finora, a Chicago.
Ma conservo nel cuore quel sapore ventoso e gradevole di un clima che ho amato fin dal primo istante.
Conservo la bellezza di una città dove la popolazione è più nera che bianca.
Conservo quello stupore che mi nacque nell'anima nell'osservare quello che, a quel tempo, era il grattacielo più alto del mondo e ... mannaggia ... io non sono riuscita a salirci.
Quella sera ... quella del 10 Agosto... portammo i nostri musi lunghi verso la zona abitata dagli Italiani di Chicago.
La mia mente corse subito agli anni del proibizionismo, anche se ero piccolina, e pensai alle storie di Gangster e di donne Vamp. Improvvisamente fu come se la mia mente avesse messo in play il mode virato seppia e tutto si tinse di un fascino tutto suo.
Arrivò ora di cena e andammo a parare proprio in un diner di quelli che si vedono nei film.
Io pensai al telefilm Alice e da un momento all'altro attendevo che Mel uscisse dalla cucina urlando qualocosa alle sue cotonatissime cameriere.
Mi chiesi come mai, e me lo chiedo ancora ora, non appena ti siedi arrivi la malcapitata cameriera con un caffé. Scusa... ma sei io devo mangiare... perché devo bere il caffé prima di cena??
Pensati se dalle nostre parti una girasse per una pizzeria con una caraffa di spritz. Sai che successo?
Tornando agli USA, vissi davvero quel viaggio come un'eterna rivelazione da telefilm anni '80 stupendomi del fatto che gli americani ritraessero la loro vita proprio come essa è.
Non una virgola di meno; non una di più.
Anni dopo quel viaggio cominciò l'epoca di E.R. ... il tutto ambientato a Chicago.
Non l'ho mai seguito del tutto e se non fosse stato per la mia mamma che faceva rimostranze al telefilm per come suturavano (mia madre è un'ex-infermiera)  o per come intubavano forse non avrei neanche avuto la curiosità di guardarlo.
Una sera, in una scena, rividi quella sopraelevata che tanto mi pareva strana.
Sorrisi dolcemente ripensando a quei giorni nella windy city.
Qualche scena dopo comprarve la Sears Tower. La mia espressione cambiò radicalmente.
Eh no... eh??? Adesso non mi fate vedere quel grattacielo per favore!!!!!!

Chicago, Illinois (che si dicie Illinoi senza s), i miei quindici anni. Che bel viaggio!

Hailuoto: A-Team, Hockey e Padre Ralph


Sottotitolo: cinque disgraziati che visitano per caso un'isola in Finlandia. Capita di finire a Nord del golfo di Botnia, quel pezzo di mare nordico che divide Svezia e Finlandia.  Di per sé, quell'anno, il web non forniva moltissimi spunti e aiuti come fa ora. Io e i miei compagni di viaggio ci siamo affidati ad una notissima guida, dato che tutti noi eravamo neofiti della Scandinavia. Ed eccoci là, approdati ad Oulu. "Cosa si fa?" 

Seven Ages of Britain

BBC Seven Ages of Britain

Pensavo ai retaggi che i viaggi ci lasciano.
Tipo quella ricetta, quel sapore, quel modo di dire... o quel qualcosa che ti ha accompagnato durante il viaggio come una canzone, una pubblicità o simili.
Domenica pomeriggio, in preda alla digestione, ho visto che trasmettevano un film dal nome Merlin.
Niente di che... ma due cose mi sono rimaste in mente: l'attendibilità dei costumi e della storia e i paesaggi che urlavano a pieni polmoni Snowdonia (e avevo ragione)
Per la prima volta ho visto Uter Pendragon avere risalto nelle vicende arturiane. In secondo luogo ho visto finalmente dei costumi coerenti con l'epoca (Gian mi ha fatto notare questa cosa) in cui, di norma, la storia si svolge. Niente armature da cavalieri ma qualcosa che ricordava di più i centurioni romani.E, sorpresa delle sorprese, era davvero così in quei tempi.

Ricostruzioni a parte, ciò a cui ho maggiormente pensato (il film lascia il tempo che trova) è Seven Ages of Britain.
Ho scoperto questo programma che racconta, per l'appunto, la storia dell'Inghilterra divisa in sette principali ere su un canale del digitale terreste Inglese, Yesterday, e con esso ho scoperto l'immenso David Dimbleby... che io chiamo comunemente Professor Dimbleby perché ha, nel suo modo di raccontare, un qualcosa di solenne.
Seven ages of Britain è uno di quei mitici ricordi che mi sono portata a casa dalla prima estate gallese.
La sua messa in onda ha seguito lo spostamento mio e di Gian e ci piaceva così tanto chiederci chissà cosa ci avrebbe raccontato Dimblely in quel giorno.
Ascoltare le parole di quell'uomo ha confermato una cosa che albergava già in me: gli Inglesi odiano essere conquistati e gli anni con un doppo 6 aiutano i conquistatori: 866 arrivano i Vichinghi; 1066 ecco a voi la Battaglia di Hastings.
Dietrologia e numerologia a parte, mi trovo ora a riflettere sulla qualità che certi programmi hanno Oltre Manica e quella che invece viene proprosta di casa nostra.
Il povero Minoli è relegato nel suo sgabuzzino nel sottoscala, rigorosamente senza finestre.
Chissà per quanto potrà resistere là sotto e chissà mai se gli daranno nuovi fondi (ma quali??) per produrre qualcosa di nuovo sui giorni che viviamo e su tutti quelli che l'italica penisola si trova in saccoccia.
Ripensando al mio amato Professor Dimbleby ritrovo però una passione diversa dai divulgatori di casa nostra. Se vogliamo, per caratteristiche anagrafiche, possiamo avvicinarlo a quel highlander di Piero Angela, ma lui ci mette una verve tutta sua.
Aldilà del puro nozionismo storico e cronologico tipico dei programmi di storia, Dimblebly prova a  raccontarci tutto ciò che riguarda la Britannia come un eterno fil rouge che lega ogni evento.
Ed evita di dirci cose che sappiamo già come il luogo di una tal battaglia o la sua data.
Lui parte da un oggetto (un libro, un'iscrizione, un albero, un sentiero) e trova dentro di esso la storia che vuole raccontarci perché, come è spesso vero, certe cose sono capaci di racchiudere in se stesse più epoche.
La storia sentita con la sua voce riesce a portare il comune dentro allo speciale. E non il contrario.
In questo modo sembra quasi aiutare lo spettatore a domandarsi quanta storia ci potrebbe essere nel pub sotto casa o semplicemente in quello stendardo che viene appeso in chiesa.
Dimbleby riesce a fare tutto questo con una sintesi fascinosissima (forse per il suo accento) che, dalle nostre parti, è trovabile solo nel mitico Philippe Daverio.
Insomma... un programma così a noi manca. E manca anche il fatto che venga messo in onda alle 22.00 quando, nei nostri canali italiani, la storia è relegata alle 9 del mattino o verso mezzanotte.
Sarà forse perché gli Inglesi non temono l'analisi dei loro eventi mentre noi Italiani sì?
Ai posteri l'ardua sentenza.

Quello che posso dire io è che ogni volta che penso generalmente alla Storia, sento dentro di me anche la voce di Dimbleby e rivedo nella mia immaginazione tutte le sue sette ere di Britannia.
Facendo questo, fantaviaggio ... e la cosa è impagabile.
In sette puntate sono stata a cena con Guglielmo il Conquistatore (questo bricconcello), ho parlato con Thomas Beckett e me ne ha raccontate di ogni. Sono poi stata ammessa al cospetto della Grande Elisabetta I, regina senza precendenti, e ho potuto osservare l'operato di quel folle di Cromwell.
Ho visto Adam Smith scrivere i suoi trattati di Economia e ho preso il tea con la Regina Vittoria, proprio mentre si innamorava del suo Albert.
Ho conosciuto poi Giorgio VI e ho visto Elisabetta II giocare con le bambole. L'ho rivista poi dialogare con la Thatcher e, mentre i Clash cantavano London Calling, io mi sono chiesta quanto possa essere impagabile avere una fantasia così vasta e leggera da lasciarsi prendere per mano in quel modo.

Grazie Professor Dimbleby!
Se viene in Italia, mi scriva.

Mamma, vado in Cina!

Viaggio in Cina

Giovy: "Mamma, senti... vado in Cina"
Mamma: "In che senso?"
Giovy: "Nel senso che faccio lo zaino e vado via una decina di giorni!"
Mamma: "Ah va ben... go caro" (accezione veneta per dire "mi fa piacere")

Era il Febbraio del 2000. L'anno in cui riuscii a mettere piede in tre continenti (Europa, Asia, Africa).
Stavo studiando perché al tempo lavoravo e studiavo all'uni e, dopo otto e passa ore in the office, mi mettevo tranquilla nella mia camera a preparare i miei esami di storia.
Mi chiamò la mia amica Dolly dicendomi che c'era la possibilità di partire per la Cina ad un prezzo buonissimo.
Lei ci andava, la Federica anche... a Pechino c'era la Raffaella che faceva la tesi in cinese ... controllai le ferie in busta paga e ne avanzavo molte.
Detto. Fatto. Sarei partita anch'io.
La convenienza del biglietto aereo, del visto e delle prime notti a Pechino erano dovute all'immensa gloria locale degli Alpini del mio paese. L'associazione Alpini organizzava ogni anno un viaggione e, sfruttando la folta partecipazione, riusciva ad ottenere prezzi molto favorevoli.
Noi approfittammo dei fondamentali (volo, visto, hotel) e lasciammo a quegli arzilli omini il tour organizzato.
Durante quei giorni capii che viaggiare con gli Alpini è un'esperienza imperdibile.
Cominciamo dal volo aereo: fidandosi poco dell'Air China a livello gastronomico, i baldanzosi Alpini s'erano portati fior fior di salami e sopresse. I salumi non possono passare la dogana cinese, sicché toccava finirli in quelle 12 ore di volo.
Ovviamente la sopressa non va giù da sola: ci vuole il pan biscotto e il cabernet e a noi non mancarono proprio. Fu un volo intenso condito anche dalla filmografia completa di Zhang Yimou. Vi assicuro che guardare Lanterne Rosse in lingua originale con i sottotitoli in inglese, mangiando pan biscotto e sopressa a migliaia di metri da terra è un'esperienza unica.
Quando arrivai a Pechino mi fece paura lo sguardo del funzionario doganale che scrutava in ogni millimetro il mio passaporto. Dentro la mia mente risuonava una sola voce "sì, è un po' pienotto ... ma c'è ancora spazio!"
Poco dopo arrivai in albergo, affrondando il traffico di una città che non sapevo come immaginare.
Il nostro giaciglio si trovava a pochi passi da Piazza Tienanmen e scoprii in quel momento quanto Marzo fosse un mese tattico per visitare la Cina.
I cinesi lo considerano bassa stagione e Hotel 4 Stelle possono costare poco più di un B&B. Almeno al tempo.
Quando cominciai a gironzolare per Pechino capii anche perché: la temperatura è così variabile da non invogliare nessuno a girare per quella città. Quando riguardo le mie foto vedo che alle ore 10.15 sono solo con la felpa, alle 10.21 indosso la giacca a vento.
Temperatura a parte, non appena ne ebbi la possibilità mi fiondai a vedere la ben consciuta piazza che mi sembro grande grandissima mentre io ero piccola piccolissima.
Lessi da qualche parte che ogni mattonella che compone la piazza è studiata per contenere almeno 2 persone. Mi misi a contarle. Smisi dopo 5 minuti perdendo il filo dei numeri che avevo in mente.
Li persi perché scalpitavo per entrare nella città Città Proibita: pensavo a quel volto di Mao che avevo visto raffigurato mille volte e mi dicevo "caspita, sei qui davanti".
In secondo luogo poi, pensavo a Bertolucci e all'Ultimo Imperatore. Cosa avrei dato per trovare la città proibita vuota e godermela correndo come se fossi un bimbo in mezzo alle truppe.
Visitare la Città Proibita mi diede la possibilità di capire molto della modularità tipica delle costruizioni asiatiche. Capii infondo che l'espressione "scatola cinese" ha un suo perché.
Una cornice conteneva un'altra cornice, che ne conteneva un'altra e poi un'altra.
Le cornici erano rosse e tra di loro si ergevano maestosi ponti bianchi a schiena d'asino.
Sempre otto, se non ricordo male.
Tutto questo percorso mi avrebbe portata alla Sala della Purezza Celeste, o la sala del trono (quella nella foto) dove un bellissimo ideogramma recita, da secoli e secoli, "Apertura è Intelligenza".
E quel detto si annidò dentro me per restarci fino ad oggi.
Ci passai una giornata lì dentro e, uscendo quando quasi era il tramonto, provai a ricominciare a contare le mattonelle delle piazza ma smisi per ricordare quei momenti che avevo visto al tg quando ero piccola e mi venne la pelle d'ora.
Ripensavo a quella frase "Apertura è Intelligenza" e mi chiedevo perché l'apertura non ci fosse stata e non riuscivo a mettermi tranquilla per la verità che l'esatto contrario "Chiusura è Stupidità" avesse vinto.
Dormii quella sera ma prima mi mangiai il tonno che mi ero portata dall'Italia... perché ero stata chiusa e mi ero detta "metti che non mi piaccia niente".
Ed invece, gastronomicamente parlando, mi piacque tutto.
Perché la cucina cinese vera è diversa dalla cucina cinese che i cinesi hanno plasmato qui in Italia per noi.
Almeno nel Nord della Cina, è tutto più leggero e meno unto.
Non ci sono cose strane a menù (mi dissero che piatti con animali strani sono tipici del sud) e capii anche che Sampei vuol dire gambero. In Cinese.
Lo capii andando a visitare dei bellissimi giardini vicino al Tempio del Cielo dove c'erano dei ruscelli con i tipici ponticelli asiatici e, con le mie amiche, si diceva che mancava solo Sampei (riverendoci al cartone animato). Una guida, che sapeva l'italiano e accompagnava un gruppo vicino a noi, si girò verso di noi e disse chiaramente "No Sampei gambeli... qui solo calpe".
E ce la mangiammo una bella carpa. Sembrava tanto enorme arrivata a tavola mentre poi la finimmo in un baleno. Dopo quella cena mi chiesi come mai nei nostri ristoranti cinesi la carpa non c'è mai. Eppure ce ne sono carpe in Italia! Stasera ordino cinese solo per chiedere info a riguardo.
Un'altra cosa che mi sorprese fu l'esatta gerarchia della cucina cinese, cosa che in Italia non viene mai rispettata per dare posto alla nostra più comune consuetudine di mangiare antipasto, primo, secondo e dolce. Ci misi un paio di giorni a capirla, pagando il prezzo dell'ingozzo totale.
Eravamo a Pechino in un posto comunissimo in zona università.
Cominciarono col portarci una minestra speziata, delle patate da caramellare sul posto e del pollo agrodolce. Pensavamo fosse tutto lì cominciammo a mangiare come nostra consuetudine. Ed invece no.
Venimmo giustamente riprese perché prima ci andava l'agrodolce, poi le patate e poi la minestra.
Arrivò poi il secondo giro di portate e noi imparammo a bilanciare questo ying e yang alimentare finché, pienissime, ci dicemmo di essere a posto.
In quel momento vedemmo arrivare un piatto colmo di riso.
Per non essere scortesi, lo mangiammo e ci ingozzammo. Solo due giorni dopo capimmo che è usanza cinese portare il riso a fine pasto. Se gli ospiti lo lasciano vuol dire che hanno mangiato bene.
Se lo mangiano invece no.
Piccole grame figure da chi non ne sapeva mezza!

Ecco: questo fu il mio battesimo cinese.
Così cominciò un bel viaggio che mi fece scoprire molte cose belle e al quale devo molto per avermi fatto vedere la vita da un punto di vista che non aveva niente a che fare con il mio.
Ecco, questo è il regalo che l'oriente mi donò.
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