Someone like Wales

Visitare Beaumaris Galles
(Foto © 2011 Gianluca Vecchi)
(english translation at the bottom)

"Nevermind I'll find someone like you
If wish nothing but the best for you too
Don't forget me, I beg,
I remember you said,
Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead
"

Adele ha scritto ed interpretato magnificamente questa canzone che mi fa venire gli occhioni ogni volta che l'ascolto. Al di là del fatto che se potessi rinascere vorrei essere Adele, questa canzone per è me è fortemente legata al mio ultimo (e spero solo in termini cronologigi) viaggio in Galles.
Spessissimo mi capitava di entrare in qualche posto e Someone like you usciva dolcemente prepotente dalla radio, quasi a voler suggellare la mia storia d'amore col Galles.
Era l'ultima sera sull'isola di Anglesey, era l'ultima sera a Beaumaris, l'ultima sera al Liverpool Arms e gli ultimi momenti di una vacanza bellissima.
Aveva piovuto un po' quel giorno ed eravamo andati a "vivere" da vicino il bellissimo Menai Bridge, passeggiando avanti e indietro impazienti, proprio perché non volevamo andare via.
A metà ponte ci fermammo ad osservare la marea salire.
Noi, solitamente, osservavamo il Menai Strait dal molo di Beaumaris sempre di sera e di mattina, quando la marea era bassa e i gabbiani cercavano insistenti il loro cibo.
Come quella sera quando, poco prima di cena, andammo sul molo per guardare il mare, per incastonare nel nostro sguardo quei paesaggi splendidi, per imprimere in noi fino all'ultima immagine di quello che avevamo vissuto.
Il mio zaino era pronto... avevo già lasciato fuori le cose che mi sarebbero servite il giorno dopo, per tornare all'aeroporto di Liverpool per salire su quell'aereo che mi avrebbe riportata in Italia (tristemente).
Io e Gianluca passeggiavamo per quella bellissimma cittadina che, per noi, si situava fuori dal tempo perché non c'era nessuno per le strade, solo noi.
Avete mai avuto la sensazione che un luogo vi voglia salutare?
Vi è mai capitato che un posto dove siete, improvvisamente si svuoti da qualsiasi altra forma di vita per poter stare solo con voi?
Tra noi e Beaumaris, poco tempo fa, fu così.
Cenammo al Neptune, posto molto kitsch che vorrebbe fare il moderno design restaurant ma che, purtroppo, resta troppo spesso vuoto. Si trova al primo piano, giusto sopra la sua "mamma" ovvero uno dei migliori Fish & Chips shop dell'isola di Anglesey.
Se avete fretta e le sterline contate mangiate dalla "mamma". Se avete voglia di essere nostalgici e ricordare nel tempo di una cena tutta la vacanza, beh, andate al Neptune. In ogni caso la cucina è la stessa e merita in entrambi i casi.
Mentre aspettavo impaziente e affamata il mio ennesimo super pezzo di cod, dalla radio del Neptune cominciò a uscire la voce di Adele.
Nevermind I'll find someone like you... don't forget me, I beg...
Gianluca era in bagno, io ero sola e osservavo Castle Street dalla finestra ripetendomi " no Gio, dai che stai bene... torni a casa e poi il Galles sarà sempre qui ad aspettarti, Anglesey sarà qui, questo cielo sarà qui, questa gente sarà qui... anche la Purple Moose sarà qui".

Ma Adele non la smetteva di ricordarmi l'unicità di certe persone ... o, se vogliamo, di certi posti.

You know how the time flies, Only yesterday was the time of our lives, We were born and raised in a summer haze, Bound by the surprise of our glory days...

Già, erano lacrime quelle che mi stavano scendendo sul viso in quel momento... ed io non pensavo ad altro che alla fortuna che avevo avuto a vivere così intensamente i miei giorni Gallesi.

Il mattino dopo prendemmo l'autobus numero 58, diretti a Bangor.
Passando il Menai Bridge storpiai quella bellissima canzone dicendo, tra me e me... Nevermind I'll never find someone like you.
In quel momento capii e coniai per me stessa la quinta regola del Galles: il tuo cuore si farà immenso.


"Nevermind I'll find someone like you
If wish nothing but the best for you too
Don't forget me, I beg,
I remember you said,
Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead
"
Adele wrote and magnificently interpreted this song and it makes me cry each time I listen on it. As a matter of fact, If I could born again, I would be Adele.
As far as I’m concerned, this song is very linked to my last (I hope “last” not for too much time) travel to Wales. I happened so often to go into somewhere meanwhile Someone like you was flowing out of the radio, as to seal my personal love story with Wales.
It was my last evening on Anglesey, my last wandering in Beaumaris, the last night sleeping at Liverpool Arms  and the last moments of a indescribable holiday.
It rained a little bit that day and we “experienced” the Menai Bridge, hanging around continuously and impatiently because our deep desire was to stay there.
We did not want to go back home.
We stopped our steps in the middle of the bridge… we watched the tide growing.
Normally each morning and each evening we observed the Menai Strait from Beaumaris Pier. In those moments the tide was low and gulls looked insistently for their dinner.

It was the same that last evening, a little before our dinner. We went walking to the Pier to observe the sea; we desired to embed in our eyes that landscape and we liked to print on us anything we lived there till the last image.
My backpack was ready… the things I would have need the day after to go back to Liverpool Airport were placed on the room chair. A plane would have taken me back to Italy. So sadly.
Gianluca and were walking in that beautiful little city that, in our personal opinion, sometimes was out of time because so often there were only us out in the streets.
Have you ever felt like being somewhere and understanding that that place would like to greet you?
Have it ever happened to you that the place where you are become suddenly empty in order to spend that precise moment only with  you?
Between us and Beaumaris, that evening was like this.

We ate at Neptune,  a little peculiar as it liked to be a modern  modern design restaurant but, unfortunately, to many times empty to have a good name. You can find it on the first floor, just above its “mother place”, that is one of the best Fish & Chips shop on Anglesey.
If you are in a hurry and you do not have many pounds in your pocket, choose the “mother place”. If you are feeling nostalgic and you’d like to remember your ending holiday go up the stairs and choose Neptune. In any case the food is the same and it is tasteful and very well cocked.
I was waiting my later piece of cod when Adele’s voices started to go out of the radio.
Nevermind I'll find someone like you... don't forget me, I beg...

Gianluca was in the toilette, I was alone and I was observing Castle street out of the window. I was repeating non-stop inside me " ok Gio, you are ok...you are going home and Wales will always be here waiting for you. Anglesey will be here, this sky will beh ere, these people will be here and also Purple Moose will be here".

Adele did not stop to remind me about the unicity of someone and … somewhere.

You know how the time flies, Only yesterday was the time of our lives, We were born and raised in a summer haze, Bound by the surprise of our glory days...

Well, I was crying waiting for my cod … and I was thing to anything but how lucky I was toh ad the opportunità to live such intense Welsh days.

The morning after we took the bus number 58, to Bangor.

We went through Menai Bridge and I changed that beautiful song singing in my mind Nevermind I'll never find someone like you.

I understood in that moment and coined for myself the fifth rule of Wales: your heart will become giant.

Vademecum: fare i bagagli!

Consigli per fare i bagagli


Si parte? E' tempo di raccontarvi come fare i bagagli! Per qualcuno è uno stress, per altri un piacere, per tutti semplicemente un dovere ineluttabile. Per me si tratta di un incontro con l'unica certezza nella vita: lo zaino! Scherzi a parte, sarei (e sono stata) capace di partire per un viaggio di lavoro con lo zaino anziché il trolley... perché solo quando sento il peso sulle spalle mi sento in viaggio.

La Pace Finlandese

Finlandia Lapponia

Se c'è qualcosa che proprio non ricordo e non riesco a farmi tornare in mente è il nome del luogo sperduto dove soggiornai quella volta che raggiunsi la Lapponia.
Si trovava circa una cinquantina di kilometri a Nord di Rovaniemi, immerso in un bosco così bello da sembrare disegnato e così silenzioso da fare paura.
Ricordo benissimo che tenendo Rovaniemi alle spalle, ad un certo punto dovevamo girare a sinistra in una strada sterrata che per quasi 12 km (ricordo alla perfezione il cartello) ci portava in mezzo al bosco.
Ho provato a giocare un po' con Google Maps & Simili ma niente... non salta fuori dalla mia mente, quasi come fosse un luogo da custodire, da raccontare solamente senza troppe indicazioni.
Forse la mia mente è gelosa di quel posto e non lo vuole liberare. E detto tra noi il finlandese non è proprio una lingua amica.
Prima o poi metterò mano nel casino del mio ultimo trasloco, tirerò fuori il mio diario di quel viaggio e saprò con certezza quel nome che tanto ora si nasconde.

Quello che non ho difficoltà a ricordare, perché è ben impresso nella mia mente, è il senso di pace che provavo lassù, verso il circolo polare artico.
La luce mi confondeva ogni giorno: non capivo mai che ora fosse mentre gironzolavo per i boschi in cerca di mirtilli chiedendomi di che animale fossero le orme che trovavo sempre.
Partivo al mattino, spesso lasciavo dei biglietti ai miei compagni di viaggio perché il mio cellulare era rimasto a casa (e secondo me lì non prendeva). Seguivo un sentiero che ormai avevo individuato benissimo e camminavo raccogliendo mirtilli fino a quella che io avevo definito come "la linea di demarcazione" del bosco, ovvero quel punto in cui le conifere copiose cessano di esistere lasciando lo spazio solo a muschi e licheni.
Mi sentivo bene là... pur essendo da sola nel mio vagare ... non avevo paura e sembravo non curante della costante presenza delle alci e delle renne.
Tornavo dalle mie peregrinazioni ad orario indefinibile, data la persistenza del sole, con le mani colorate di viola dai mirtilli che sembravano rispuntare ad ogni mio raccolto.
Cucinavo per i miei amici... mi inventavo sempre un dolce se il mio amico Stefano non aveva provveduto alla creazione dei Biscotti Rovaniemi (chiamati così in occasione di quel viaggio ... la ricetta a breve) per tutti.
I ragazzi spesso prendevano la barca a remi e, al mio ritorno, se ne stavano tranquilli in mezzo al laghetto difronte alla baita che avevamo affittato.
Le giornate, in Lapponia, scorrevano così: tutta natura. E solo noi.
Certo, visitammo Rovaniemi e il villaggio di Babbo Natale (che è assoldato ... esiste e guai a chi dice il contrario) ma non vedemmo l'ora di tornare in mezzo al nostro splendido bosco.
Un pomeriggio (e non so dire con certezza se fosse pomeriggio) me ne stavo in mezzo al lago con i miei amici. Ognuno seduto su di una panca della piccola barca a remi. Luca a prua, dormiva.
Stefano a poppa, pescava. Io al centro, leggevo Memoires d'une jeune fillé rangée di Simone de Beauvoir.
Un mattone che mi conquistò.
Tutto era calmo e tranquillo, si sentiva solo il lieve sciabordare della barca nelle tranquille acque del nostro laghetto lappone. Tutto era fermo, quasi come se anche noi fossimo parte di un qualcosa più grande di noi.
Improvvisamente sentimmo lo schiamazzare delle oche selvatiche.
Ci guardavamo attorno per capire da dove arrivasse tale confusione e che cosa stesse succedendo.
Erano magicamente davanti a noi e volavano verso di noi alzandosi verso il cielo.
Restammo stesi sulla barca, forse quasi per paura.
Lo stormo (e solo lì compresi il significato della parola stormo) ci volò sopra ad altezza di circa due metri.
Avete mai visto un'oca selvatica da così vicino? Io sì ... ed è grossa, grossa, grossa ... con un collo così lungo.
Oltre a ciò è maestosa, protesa in avanti alla ricerca della giusta rotta da percorrere.
Le oche sbattevano le ali velocemente e in modo potete. Volarono via col fine di raggiungere al più presto, tutti assieme, chissà che luogo caldo e assoltato.
Noi restammo lì sorpresi... immobili per almeno cinque minuti per cercare di collegare il cervello ed immagazzinare quell'esperienza che, fino a quel momento, avevamo vissuto solo guardando Super Quark.
Stefano ricominciò a pescare, Luca a dormire. Io a leggere.
Quelle oche mi avevano lasciato dentro un senso di libertà immenso.
Al senso di pace ci pensava direttamente quel lago finlandese dal nome nascosto dentro al mio cuore.

Nothing's gonna change my world... cantavo dentro di me.
(e cominciava così il mio personale amore per tutto ciò che è a Nord di me stessa)

Il Merluzzo e il suo Impero


Fish and Chips Liverpool
Picture from Google Images
(English translation at the bottom)
Tra le gioie maggiori della cucina inglese possiamo assolutamente annoverare il mitico Fish & Chips.
Se il Dio del Fish & Chips in the country è sicuramente il mitico e super sgrauso shop di Aberdaron, l'Imperatore di quelli cittadini è senza dubbio il Lobster Pot, sito in Paradise Street a Liverpool.

Ho già raccontato di come sia bello girare per le strade di quella mitica città del Merseyside.
Ogni volta che ci torno, me ne innamoro sempre di più e mai smetterò di farlo (di andarci innanzitutto).
Di quanto sia bello (e soprattutto buono) trovare un posto per rifocillarsi... beh, vi racconterò ora.

Prendete un giorno con le tipiche condizioni meteo del Merseyside, aggiungete kilometri macinati su e giù per il centro e non, non dimenticate poi di prendere almeno due autobus e, non ultimo, mai tralasciare un giro in prossimità dell'Albert Dock.
Se avete tempo e voglia aggiungete un pizzico di Tate Modern Gallery e, perché no, il Beatles Museum.
Del resto siete a Liverpool, no?
Se avete fatto anche un giro a Penny Lane... beh, avete già visto molto ... ma vi manca il Lobster Pot!
Trovarlo è facilissimo; la sede di Paradise Street altro non è che la succursale dell'originaria sede di Renelagh street. Quest'ultima molto vicina a Liverpool Central.
Insomma... non siete stati a Liverpool se non avete mangiato e gustato PER INTERO (e non a caso lo scrivo in lettere maiuscole) uno splendido Fish & Chip made in Lobster Pot (Cod o Haddock, scegliete voi).

Caratteristiche principali del luogo
  • Leggero odore di fritto ... solo leggero, eh?
  • Non effettua servizio al tavolo lavorando con una formula simile al fast food
  • La fila per mangiare parte dalle scale (che vedrete di fronte a voi entrando) per arrivare alla porta. Non il contrario
  • La scelta di piatti va dal Fish & Chips a ... qualsiasi cosa fritta con le patatine. 
  • Le porzioni sono regular e large. Tenete conto che in una regular ci si potrebbe mangiare in due
  • I camerieri sono supergiovani e sono perfetti nell'emettere un nasalissimo suono dicendo "Neeeext"
  • Non vengono serviti alcolici
  • Se vi sembra pieno non disperate, al piano di sopra c'è sempre posto
  • Questo luogo fa orari impossibili ... ovvero io non l'ho mai trovato chiuso
  • Costo totale di un pranzo (F&C regular + mezzo litro d'acqua): mai sopra le 5£.
Ciò che sorprende quando ci si trova davanti ad una porzione regular di Fish & Chips è guardarla e chiedersi "ma ce la farò?". Al primo morso si abbandona ogni dubbio e, malgrado si arranchi, si arriva infondo.
Piccolo consiglio per rendere più difficoltosa (ma vuoi mettere la bonta???) l'impresa: chiedete al cameriere di aggiungere una salsa al tutto. Non c'è sovraprezzo e il tutto diventa più liffo. Io di solito vado di mayonese o, ancora meglio, garlic mayo.
Il mio compagno, temerario manco fosse Ambrogio Fogar in mezzo alla foresta nelle migliori edizioni di Jonathan, ci si è fatto versare almeno un litro di salsa al curry. Provare per credere.

Usciti di lì avrete bisogno di almeno tre cose: un bella dose di vento che vi tolga di dosso un po' di odore di fritto (apprò, il sapone che troverete in bagno toglie ogni minima traccia dalle mani ... l'avranno messo apposta); vi occorrerà ricominciare il giro di Liverpool da capo per far fuori qualche caloria e, non ultima, vi servirà un'ottima pinta di Real Ale per aiutare la digestione.

Mangiassi quella roba qui in Italia starei male.
A Liverpool (e ovunque nel Regno Unito) mi fa sentire parte di un universo perfetto.
Lobster Pot per sempre!


The cod and its empire


One of the biggest reason of joy about English food is mythic Fish & Chips.

If a hypothetical God of country Fish and Chips lives in Aberdaron, the city version surely finds its empire at Lobster Pot, (obviously) Paradise Street, Liverpool.

I already wrote about the beauty of hanging around  in that full of history Merseyside city.

Anytime I go back there, I fall in love again and again and I will never give up (going there).

Walking in Liverpool is really interesting but it is absolutely more interesting finding a good place for eating. Well, I’m going to tell you something about this, now.



Let’s take a typical Merseyside weather day. Add many miles made on foot up and down in the city center and never forget a double-decker experience. At the end, do not leace out a walk on Albert Dock.

If you’ve got some spare time more, do not forget Tate Modern Gallery and, why not, the Beatles Museum. You are in Liverpool, right?

If you already went to Penny Lane… well, you’ve seen a lot but you are still missing… Lobster Pot!

It is very simple to find it: Paradise Street branch is the twin shop of the original one that can be find in Renelagh Street street, not so far from Liverpool Central Station.

I must tell you that you’ve never been to Liverpool if you do not taste the delicious (and so big) Fish & Chips at Lobster Pot.



Here below the main features of that place:

  • Light smell of frying. But really light!
  • No table service.
  • Queue for ordering starts near the stairs till the door.
  •  Big choice of food… everything with chips. 
  • Portions are regular e large. The regular one could be suitable for two (as for the Italian taste)
  • Waiters super-young, perfect for that delightful nasal sound of "Neeeext"
  • No alcol sold
  • Do not give up if it looks full. Many places available upstairs
  • Wide range opening times... I’ve never find it closed
  • Total cost for a lunch (F&C regular + water):never over 5£.

It is amazing for me to be sitted towards a regular F&C portion, looking at it asking between me and my mind: “will I succeed on eating it?”
Any doubts disappears on the first bite and, even with some difficulty, I arrived a the end.

A little tip to make the adventure more difficult (but extremely tasteful): ask for a sauce.
I normally went for mayo or, even better, garlic mayo.
On the contrary, my boyfriend asked for curry… a huge quantity of curry. Stronger but delicious. Taste it!



Once finished your perfect Liverpool lunch you will need at least three things to carry on with you day: firstly a lot of wind to clean up the smell of chips from your clothes (about this, the soap that you will find in the toilette is perfect to clean your hands); secondly you will need to start your Liverpool tour again in order to burn at least on calorie. In conclusion you will need a pint of Real Ale (responsibly!) in order to help the digestion.



I could never eat something like this here in Italy.

On the contrary, in Liverpool (and normally in UK) it makes me feel part of a perfect universe.

Lobster Pot rules!


A San Cristobal c'è il sole

Viaggio in Chiapas e messico
© 2013 Giovy
... e i bambini giocano all'ombra della Cattedrale.
Protrebbe essere l'incipit di una cartolina spedita chissà dove, invece è uno dei primi pensieri che feci in quel settembre 2004, quando approdai in Chiapas.            
Ci vollero 5 ore di treno fino a Roma, due ore di volo fino a Madrid, 14 ore di volo fino a Città del Messico, 6 ore di autobus fino a Oaxaca e altre 12 ore di autobus da Oaxaca. Il tutto intervallato con un paio di giorni qui, altri tre o quattro lì, in modo da non perdersi niente di quello splendido Messico.
Io e la mia migliore amica ci impegnammo moltissimo per quel viaggio che desideravamo fare con tutto il cuore possibile.
Non lo studiammo nei minimi particolari ma vivemmo molto alla giornata, garantendoci solamente le info principali e necessarie quali non prendere mai il taxi a Città del Messico oppure ricordarsi di lasciare stare eventuali militari schierati a San Cristobal.
Il Chiapas ci accolse gioioso, nella sua fase "palabra", più che nella sua fase "fuego" come ben aveva detto qualche anno prima il Sub-Comandante. Apparentemente le azioni diplomatiche avevamo preso il posto dei conflitti armati ma la tensione generale fu sempre una sottile linea rossa che sottolineò tutti i nostri giorni in Chiapas.
Nelle nostre prime ore là cercammo di recuperare un po' di sonno perso viaggiando in pullmann, la notte prima, sulla Panamericana (che è tutto ... tranne che dritta!). Una volta rifocillato l'inconscio, scendemmo in strada San Cristobal è colore e sole, è sorrisi e vecchi che parlano all'ombra della chiesa di San Francisco.
San Cristobal è un mercato che non finisce più: l'artigianato da un lato, il cibo dall'altro.
C'è da perdersi là, e lo si fa più che volentieri soprattutto con lo sguardo che, indeciso, non sa che cosa osservare dalla bellezza dentro la quale ci si trova.
Non so come spiegarmi una cosa: quando sono in Sud America ho sempre la sensazione di vedere i colori in HD. E' tutto così brillante, forse dipende dal sole, dall'aria, forse dalla tequila e dal mezcal.
Gironzolammo molto e poi approdammo nella piazza principale dove dei bimbi giocavano a ricorrersi.
Ebbi la prontezza di fotografare i loro giochi e, considerando che al tempo ero sprovvista di digitale, vidi il risultato solo a casa.
Ne fui sorpresa e felice, davvero.
Quando guardo questa foto mi risento là e, non so spiegarmelo, la colonna sonora di quel momento è rappresentata da Alturas, degli Inti-Illimani.
Forse perché pochi giorni dopo lo scatto imparai a conoscere e amare la Sierra Lacandona con tutte le sue difficoltà e particolarità.
Forse perché concludemmo quel giorno camminando fino al Cerro de Guadalupe per goderci il tramonto su quel sogno che si era avverato. Eravamo finalmente in Chiapas!
Di sicuro quella città ci è entrata nel cuore e i miei battiti cambiano ogni volta che qualcuno la nomina.
Il sole colorò tutto di rosa quella sera.
Le case basse sembravano disegnate. Dall'alto del Cerro San Cristobal è così bella da farti innamorare.
Mentre ero lì a contemplare tutto ciò che avevo di fronte pensai nuovamente alla forza della gente che popola quella città, i suoi dintorni, i boschi, i monti.
Pensai al senso di giustizia che spingeva avanti le loro rivendicazioni e capii per un istante che in quei giorni, nel mio piccolo, avrei contribuito anch'io.
Mi commossi. Il buio sarebbe calato in fretta.
Raggiungemmo un  posto chiamato El Gato Gordo e cenammo splendidamente per suggellare quell'approdo tanto sognato.

Sorrisi di una spiaggia lontana

Natale in Senegal
(Foto © 2011 Giovy)

Decisi di partire per il Senegal per una spinta immensa nel mio cuore.
Era il Dicembre del 2000 e quell'inverno i miei genitori decisero di restare a casa dopo ben 5 inverni già passati in terra Africana. "Che stiamo a fare qui?" dicevano. E ad inizio dicembre partivano per far ritorno quando ormai i freddi più brutti erano passati.
Quell'anno decisi che quella che sarebbe partita sarei stata io, quasi come fosse una rivincita.
Ad aspettarmi a Dakar c'era Chek, che anni prima era emigrato verso la triste valle dove vivevo per poter metter via dei soldi per costruire una casa per se e la sua famiglia a Guediawaye, proprio là dove l'oceano si sente in tutta la sua forza.
L'Africa mi accolse con un caldo gentile, che mi avvolse quasi in un abbraccio e si portò via tutta la brina che vidi dal treno mentre stavo andando in aeroporto.
Arrivai in tempo di Ramadan ma, dato che atterrai dopo il tramonto, la moglie di Check fu così gentile da prepararmi del riso con il pesce che mi porgeva timida, quasi senza guardarmi negli occhi.
La madre di Chek, al contrario, mi parlava in un francese fierissimo e altero, avvolta nei suoi abiti dal color rosa intenso. Ricordo ancora i suoi occhi vivi e forti e il suo sentirsi una regina in quella casa che suo figlio aveva costruito anche per lei con tanta fatica.
Non riuscivo a dormire quella notte, era il 22 Dicembre. Lo ricordo con certezza.
Il muezzim della vicina moschea continuava a richiamare i fedeli per la preghiera nottura ed io mi sentivo spaesata. Salii sul tetto piatto di quella casa, lì vicino c'era la stanza della madre di Chek che mi sentì e venne sulla terrazza con me. Il cielo era così immenso e così vicino... ed io non l'avevo mai visto così grande e totale. Mi chiese se stessi bene e le risposi che facevo fatica a dormire. Era tutto così splendidamente sorprendente per me. Ero in Africa per la prima volta in vita mia!
Passai dei giorni bellissimi nel marasma di Dakar, in mezzo ai suoi mercati e viaggiando verso le sue isole, poi partii con un pullmann scalcagnato per andare verso nord. I miei genitori mi avevano consigliato di andare a Saint Louis, la vecchia capitale del Senegal.
Quando vi arrivai, forse complice il periodo religioso di quel momento, trovai una città quasi deserta, che si lasciava esplorare tranquillamente da me, quasi come fosse una persona addormentata da osservare senza timidezza.
Mi colpì moltissimo l'atmosfera art-déco e decadente di quell'antica capitale. Mi colpì la quantità d'acqua del suo fiume, solcato solamente da un maestoso ponte di ferro partorito dall'ingegnosa mente di Gustave Eiffel.
Eh già, in quel momento ebbi l'opportunità di capire che Monsieur Eiffel costruì anche altro, oltre alla famosa torre. Quel ponte era solcato solo dalla sabbia color oro che arrivava copiosa dal deserto.
Era tutto pieno di sabbia in quel momento, anche io.

Camminavo placida in quel silenzio quasi irreale in cerca di un posto dove prendere qualcosa da mettere sotto i denti. Il Ramadan non mi aiutava in quel senso.
Trovai un chioso tenuto da una famiglia di libanesi. Mi raccontarono di essere cristiano maroniti e di non seguire quindi i dettami che volevano il cessare di ogni lavoro durante il giorno.
Presi un kebab e mi ricordo ancora quanto buono fosse stato alla prima dentata data.

Continuavo il mio tranquillo pellegrinaggio, scattavo foto, osservavo le ombre creatasi sotto quell'invernale sole africano. Senza accorgermene arrivai alla spiaggia.
E là, solo là, vidi la vita di Saint Louis!
La spiaggia era dorata, soffice, tempestata dal vento del deserto.
Era piena di piroghe colorate che, immobili, aspettavano probabilmente il tramonto per essere messe nell'oceano a fare il loro lavoro.
I pescatori se ne stavano all'ombra a rendere omaggio alla loro religione.

Io camminavo fino a quando incontrai per caso dei bimbi che sembrava stessero giocando a nascondino tra le piroghe. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei ... sbucarono fuori tutti sorridendomi quasi per voler coinvolgermi nei loro spensierati giochi.
"Come si dice nascondino in francese?", mi domandai dentro la mia mente.
Non trovai risposta, ahimè, e li lascia correre via... persi tra vento e sabbia, tra deserto e oceano.

Improvvisamente ne saltò fuori un altro, il settimo, molto più piccolo degli altri... e forse per questo escluso dai giochi di quel giorno. Aveva un palloncino giallo in mano.
Chissà doveva l'aveva preso ... sembrava fosse una sorta di consolazione.
Mi guardò per un secondo, mi sorrise con quei denti bianchissimi che si possono trovare solo in chi viene dall'Africa, e poi si voltò guardando i suoi amici dissolversi nel sole di quel giorno a Saint Louis.


Monaco val bene una birra

Baviera Monaco

Giorni fa, mio nipote è venuto a pranzo da me con un suo amico.
Ha compiuto 18 anni mentre io ero dispersa felicemente sull'Isola di Anglesey e mi andava di festeggiarlo a dovere... in ritardo, dato che i "non-compleanni" sono sempre delle belle feste, a volte più dei compleanni stessi.
Dopo aver riempito per bene il pancino (ebbene sì, ho cucinato per tutta la mattina), ci siamo seduti sul divano e, non so come, ci si è messi a parlare di musica.
"Oh, ma voi l'avete mai sentita quella canzone dei Rammstein che fa ... hai lasciato tutto verten...?"
Dopo un piccolo momento di smarrimento la risata è partita copiosa e le frasi in tedesco maccheronico piovevano come foglie d'autunno.
Siamo andati avanti per ore cantando ... hai lasciato tutto verten... e ti viene il raffreddoren...
Tutto ciò mi ha fatto cercare su YouTube la vera canzone in questione, che in realtà dice Wer zu Liebzeit Gut auf Erden, wird nach dem Tod ein Engel werden.
Dopo averla ascoltata un po' ed essermi fatta una cultura ascoltando anche Die Sonne (che mi piace moltissimo), ho pensato che il tedesco ci sta tutto in questo periodo ... perché c'è l'Oktober Fest.

Ho approfittato dell'Oktober Fest almeno 4 volte. Già, mi ricordo di 4 volte e spero di non aver perso nei fiumi della Pils o della Weiss qualche altra visita alla sagra più famosa d'Europa.
L'Oktober Fest va provata almeno una volta nella vita ... ma, badate a me, che finisca lì.
Monaco, la Baviera e la Birra Tedesca sono ben altro ed è meglio viverli in altri periodi quando gironzolare per la mitica HB è un piacere e si rischia di passare il tempo a cercar posto o a chiedersi "ma sono tutti italiani?"
Io e Monaco di Baviera ci conosciamo da tempo immemore. I miei mi ci portarono la prima volta quando avevo quattro anni e gironzolavo sballonzolante per l'Englischer Garten con le treccine.
Ora giro sempre sballonzolante con le treccine per l'Englischer Garten ... ma vado in cerca di una buonissima Weiss alla spina per dissetarmi dopo aver perlustrato la città.
Pensandoci bene, non ho mai consultato internet per muovermi a Monaco. Tra me e quella città c'è un rapporto che risalte all'ante-web e ancora ora non riesco a piazzarmi sulla rete per cercare questo o quel posto. Ho i miei punti di riferimento "vecchia maniera" e tali resteranno.
Non a caso ho citato l'Englischer Garten: è uno dei miei posti preferiti forse perchè è rimasto ancorato a quella grandezza che emanava alla mia mente di bimba di quattro anni. Era tutto grande a Monaco e quel prato (come lo chiamavo io al tempo) era immenso ai miei piccoli occhi marron-verde.
"Ich bin Giovanna", dissi un giorno del lontano 1982 ad una vecchietta seduta vicino a me su di una panchina di quel luogo.
Nella mia infantile ignoranza sapevo già capire qualche parola di tedesco (complice mio fratello maggiore che studiava tedesco e ripeteva a voce alta in mia presenza) e quella vecchina tanto bella probabilmente pensava fossi tedesca, cosa che la gente pensa comunemente anche ora.
Mia madre ipotizza sempre che nelle nostre vene ci sia del sangue austro-ungarico-teutonico dovuto alla mia bis-nonna, nata da gente non italiana quasi per certo. Forse è questo che mi ha sempre fatto sentire a casa in quella città immensa (perché Monaco è davvero grande) ma tanto semplice da amare.
Ai miei ricordi di bimba piccina se ne aggiungo mille altri, dato che non appena mi fosse stato possibile prendevo il treno o l'auto e fuggivo da casa mia in Veneto fino a Marien Platz.
Uno in particolare, però, arriva alle mie mani ora e cerca di nascere da questa tastiera davanti a me.
Molti anni dopo quel 1982, andai a Monaco per capodanno.
Marien Platz, diversamente da quel che si potrebbe pensare, dopo le otto di sera è deserta. Molte birrerie famose non sono proprio vicinissime ma può capitare di trovare qualche gioiello nascosto.
E' il caso della Wirtshaus am Färbergraben, in Hotterstrasse nr.2
E' una piccola birreria calda e accogliente. Cucina ottima, tipicamente Bayerisch e a prezzi buonissimi.
La birra è molto buona e la clientela è quasi tutta tedesca.
Lì potrete respirare la vera atmosfera dell'ottobre (e di qualsiasi altro mese) bavarese.
Lì potrete lasciarvi conquistare dallo stinco e dalla Pils ... oppure da un'ottima Schnitzel e dalla Weiss.
Lì avrete la possibilità di accomodarvi e sentirvi parte della Baviera più bella e sconosciuta.
Lì potrete passare il vostro tempo aspettando che anche l'ultimo italiano casinista si alzi dalle panche della mitica HB (che merita sempre un giro, mi raccomando) regalandovi la libertà di varcare quelle antiche pesanti porte di legno e dire "Toh... non ci sono Italiani ora!"



PS: e ricordate il trittico Augustiner, Paulaner, Hb. Come in pellegrinaggio, sempre.
Ma quando non c'è l'Oktober Fest.

Per quella preferite le piccole città, di cui vi racconterò a breve.

Più Pudding per tutti

Yorkshire Puddin York Inghilterra

Premesso che la parola Pudding si può abbinare a molte cose nel Regno Unito e premesso che Yorkshire si pronuncia Yorksciir e non Yorksciair, oggi vi racconto una delizia di York.
York in primis è una delizia, ma di questo avremo occasione di parlare in seguito.

Quando mai approderete in quella città ricordatevi due cose: portatevi una sciarpina perché il vento è sempre immenso e poi vi viene mal di gola.
Seconda cosa, ma non meno importante, mettete in conto di andare a bere una birra in uno dei pub della Yorkshire Brewery (consiglio The Three Legged Mere) e andate a mangiare Roastbeef e Yorkshire Pudding al The Hole in the Wall, tutto in High Petergate, proprio vicino al Minster.

Faceva freddino quel giorno a York. Quel giorno che poi era poco più di un mese fa.
Io stavo tanto bene in quel clima!
Eravamo un po' sbattuti dal viaggio: la notte prima approdati in aereo a Liverpool, dormito circa 6 ore e poi via sul treno diretti a York. Insomma, non è che abbiamo più 15 anni!

Camminando sui ciotoli in High Petergate dovevamo decidere se andare prima a visitare il magnifico Minster oppure rifocillare stomaco e gola con qualcosina da mangiare e un'ottima Ale. Beh, neanche a dirlo ha vinto la seconda ipotesi.
Prima tappa per la birra: se volete farvi un piacere fermatevi al pub e gustate la Ale a temperatura di cantina. Morte alla birra refrigerata e schiumosissima, almeno nel Regno Unito. Il Publican del The Three Legged Mera ha saputo consigliarci divinamente ma dopo tutto quel viaggiare e tutta la stanchezza di un anno di lavoro sulle spalle ... beh, la prima Ale a stomaco vuoto mi ha dato alla testa. O dovrei dire alle gambe visto che me le sentivo fiacche fiacche.
Complice l'orario (era quasi mezzogiorno) decidemmo per mangiare qualcosa. Lì non cucinavano ma a York ci sono talmente tanti pub (fatevi un piacere e cliccate sulla parola pub, su!) che bastò attraversare la strada.

Io e il mio compagno adoriamo il Roastbeef e non vedevamo l'ora di gustarlo in loco.
Il Dio dei Viaggiatori fu così buono con noi che all'entrata del pub, sulla black board, altro non c'era scritto che "Today Traditional RoastBeef with Yorkshire Pudding".
Un po' come trovare gli spaghetti al pomodoro in qualsiasi ristorante italiano.


Lo Yorkshire Pudding è uno sformatino di pasta a strati che di solito ha la forma di un muffin sgonfiato o, nel migliore dei casi, vi verrà servito come contenitore dell'arrosto da voi scelto, grande più o meno come il piatto.
Tra l'arrosto e il pudding noterete la massiccia presenza di litri e litri di gravy (comunemente detto sugo dell'arrosto).

Idee di dieta ... via!
Tendenze vegetariane ... da dimenticare!
In questa vacanza sto attenta al cibo ... ma dove??
La guida dice di non mangiare quella roba lì ... eh???

Dimenticatevi tutte 'ste paturnie! In qualsiasi luogo siate, mangiate quello che vi va e quello che il posto vi offre perché anche quello fa parte del viaggio!

Ripenso allo Yorkshire Pudding intriso di gravy, risento al birra buonissima che ne esaltava il gusto e mi rivedo a quel tavolo di legno osservare la copiosa pioggia del nord cadere pensando "chissenefrega! Io c'ho il roastbeef e il pudding!".

York sembrava più bella a stomaco pieno.
Forse perché aveva smesso di piovere e il vento lasciava intravvedere un cielo bellissimo, di quelli che puoi vedere solo sopra la perfida Albione.

E oggi sto ripensando a questo. E ho trovato la ricetta del Pudding che, prontamente e prossimamente, cercherò di ricreare per riportare anche nella mia cucina tutta color arancio un po' di British taste e per sentirmi di nuovo in viaggio, pur restando comodamente a casa mia.


Pudding for anybody!

Today I’d like to write about something totally delicious in York!
First of all, York is delicious, but I will talk about it in another day, another time.

Do not forget to take with you a light scarf: this city is windy and you can crash against the worst flu ever.
Secondly, not less important, do not miss to drink a beer in the pubs of Yorkshire Brewery (I suggest The Three Legged Mere) and eat Roast beef e Yorkshire Pudding at The Hole in the Wall, in High Petergate, near the Minster.
It was cold, that day in York. “That day” was about a month and half ago.
I felt terribly good in that temperature!
We were a little tired because of the travel: we landed the night before in Liverpool, we slept about 6 hours and then we got the train to York. We are not teenager anymore!
Walking on the shingles of High Petergate, we were wondering if visit the Minster of going directly to eat something and drink an extraordinary Ale. Well, it’s easy to find out what we decided.
First stop for the Ale: if you’d like to make a present to you… well.. go in a pub and ask for a non-refrigerated Ale! Death for refrigerated beer.
 The Three Legged Mere’s Publican suggested us the right Ale to take but, after all those travelling around and having nothing in my stomach, my first Ale of that summer made me almost drunk!
It was the right hour to look for something to eat. That pub had no kitchen but it was sufficient to cross the road to find the best place to eat.

Me and my boyfriend love Roast beef a lot and we were excited to taste it in its native place.
The God of Travelers was good with us and let us find the best words on the pub entrance black board "Today Traditional Roast Beef with Yorkshire Pudding".
Like finding Spaghetti in Italy, but we were happy.

Diet Ideas ... away!
Vegetarian Trends ... Forget them!
During this holiday I will pay attention on what I eat ... Attention, what??
The guide tells not to eat that stuff  ... eh???
Forget! Forget! Forget! Anywhere you are, eat anything you’d like and what that place offers to you because eating is a part of your journey!
I’m thinking again (and again) about Yorkshire Pudding full of gravy, I’m feeling again the taste of Ale, perfect for that dish.
I’m seeing myself again at that wood table, looking to the rain outside and thinking "who cares?! I’ve got my roast beef and my pudding!".

York is even more beautiful if your stomach is full.
Probably because rain stopped and wind gave us the opportunity the admire the wonderful English.

Today I’m thinking about all this. I found the recipe Pudding and, sooner of later, I will try to create that wonderful British atmosphere in my totally orange kitchen, in order to feel like travelling again, without going out from my home door.

Attenziò, Concentraziò...

Nonsoloturisti.it ha pubblicato il mio Vademecum sui compagni di viaggio.
Ringrazio sorridente.
E' un bel modo per cominciare il lunedì mattina.

Io a Rennes ci sono stata...


Francia Rennes le Chateau
(Foto © 2011 Giovy)

Caro Dottor Giacobbo,
l'ho vista per caso in tv domenica mattina, mentre facevo la brava zia e cucinavo qualcosa di buonissimo per mio nipote. Lei stava raccontando belle cose su Glastonbury ed io ho riflettuto su alcuni luoghi da Lei visitati.
Mi permetto di scrivere quest'ipotetica e cortese mail per dirle che io a Rennes le Chateau ci sono stata. Era un giorno in pieno sole dell'Agosto 2007.
E' stata colpa Sua, eh?!

Ero in viaggio con amici e quel mattino ci fermammo prima a Carcassonne.
Bella eh?! Davvero un tesoro prezioso ma troppo casino, troppi turisti americani che, di fronte alla città fortificata, si chiedevano (e non scherzo, li ho sentiti io mentre ero in fila per il bagno) "ma non sarà finta?"
Mi feci strada a spallate dentro l'ufficio del turismo di Carcassonne per chiedere qualche informazione su Rennes. Ottenni ciò che volemmo e partimmo.
Ciò che ricordo maggiormente di quel giorno e del tragitto per arrivare sulla cima di quel colle fu il colore di ciò che mi circondava.
La Francia del Sub è bella e vi chiederei per un momento di dimenticare Provenza e Camargue e di spingervi più ad Ovest dove non c'è né palude né lavanda, in quella regione chiamata Languedoc-Roussilion.
Il sole sbatteva sui mattoni di terra chiara.
Tutto sembrava argilla.
Tutto splendeva in un modo tale da non riuscire a togliere gli occhiali da sole.
Guardavo attorno a me stupita mentre per l'ennesima volta la nostra autoradio passava Je t'emmène au vent dei Louis Attaque.
Lei l'ha vista mille volte quella strada Dottor Giacobbo, sa di cosa parlo.
Chi mi legge forse no, chi lo sa, ed è per questo che mi piace raccontarla.

Perché sono andata a Rennes? Probabilmente per il motivo che mi ha spesso mossa nei miei viaggi: perché sono curiosa.
Avevo mal subito la kermesse mediatica legata al Codice Da Vinci; avevo volutamente omesso di leggere quel libro finché un bel giorno il mio fratello maggiore non mi disse di aver messo in discussione tante cose ormai dimenticate.
Premesso che il Divino Femminino sia un tema che davvero prima o poi scandaglierò e premesso che io sia convinta che Maria Maddalena ne abbia da raccontare, non ero in quel momento sinceramente attirata in quel luogo dalla volonta di conoscenza.

Eppure la sa una cosa Dottor Giacobbo?
Da eternamente profana ho avuto la pelle d'oca entrando nella piccola chiesetta di Rennes. Come se ciò non bastasse visitare la casa dell'Abbé Saurnière non m'ha fatto sentire a posto ... dovevo uscire di lì.

Quando ho varcato quell'uscio la pace è tornata in me. E non me lo spiego.
Come non spiego come avessi fatto a non osservare ciò che c'era attorno a quella chiese, a quella casa. C'era il silenzio ... il silenzio di un paese immerso nel sole del Sud.
C'era il caldo che si impossessava di ogni mattone, ogni balcone, ogni vaso.
C'erano dei piccoli gerani, già virati in color seppia dentro la mia mente, che attendevano probabilmente solo dell'acqua per dissetarsi e brillare ancora di più.

Sì, c'era quello che umanamente definirei soprannaturale brillio e sembrava che tutto, lì attorno, si fosse fermato e rimirare quel colle che da una vita oltre la vita se ne stava là... a fare la guardia al dolcissimo paesaggio sottostante.

Sì Dottor Giabocco, Lei dovrebbe dirlo che a Rennes esiste la Bellezza con la B maiuscola.
Forse bisognerebbe dire alla gente che vuole andare lì di dividere bene il proprio tempo tra il mistero alla Dan Brown mood e lo stupore, come se si fosse tornati bambini e si vedesse che cos'è l'estate per la prima volta.

Stupirsi e andare oltre. Ecco il segreto dei  piccoli luoghi.
(dovrebbe dirlo nelle sue trasmissioni)

Simpaticamente,

Giovy
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